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Cina

CINA, ITALIA, BRICS, MONDO MULTIPOLARE. INTERVISTA A FAUSTO SORINI

Ho già ospitato Fausto Sorini su questo blog con un suo intervento. Il più letto in assoluto. 4 settimane fa gli ho chiesto un’intervista, mi ha fatto attendere ma vi assicuro che ne è valsa la pena, come potete leggere. Fausto Sorini, dirigente Pci e Rifondazione poi, responsabile esteri del Pdci, decenni di relazioni con tanti paesi al mondo, in primis Urss e Cina, dice la sua sulla situazione attuale. Sono felice che me l’abbia concessa, voglio bene a Fausto, ogni tanto lo faccio penare, ma lui, uomo di mondo, si fa scivolare il tutto. E’ tramite lui, assieme a Vladimiro Giacchè, che ho avuto una lunga collaborazione con Marx 21. Molti di quei scritti fanno parte del libro Piano contro mercato. Fausto mi ha invitato come relatore diverse volte a convegni con accademici cinesi di cui sono tuttora molto orgoglioso. Non collaboro da un pò con Marx 21, ogni tanto mando materiali, ma il rapporto con Fausto non è mai venuto meno. Parla bene de Lantidiplomatico dove scrivo da anni, mi sostiene e mi aiuta. Un amico, insomma. Buona lettura.

1-Nell’intervista che ho concesso all’Antidiplomatico mi contesti il quadro che dò della Cina nel periodo denghista, vedendolo come un approccio sindacalese e non politico. La tua opinione della Cina di quel periodo qual’è?

 

Non ho detto “sindacalese”, ma troppo economicistico.

Esistono almeno due fasi della direzione di Deng. La prima è quella che inizia con le riforme annunciate nel 1978, che traggono la loro origine da una considerazione critica sul modello sovietico di statalizzazione integrale dell’economia. Un modello che in quegli anni sta producendo crisi e stagnazione, e che Deng considera comunque inadeguato per la Cina, che ha come primo problema quello della modernizzazione e dell’uscita dal sottosviluppo. Deng riprende, in un contesto diverso, il Lenin della Nep ed elabora un modello di lunga transizione in cui piano e mercato, pubblico e privato, devono coesistere e integrarsi proficuamente. Siamo in presenza di un approccio non meramente economicista, ma di una inedita teoria generale della transizione al socialismo.

Esiste poi una seconda fase della direzione di Deng, che segue alla crisi e poi al crollo dell’Unione Sovietica. Sono gli anni di Tienanmen, in cui anche la Cina rischia una forte destabilizzazione e persino un crollo del sistema. In questa fase Deng reagisce con ferma e necessaria durezza, riporta la situazione sotto il controllo del partito e  dello Stato e scoraggia ogni tentativo dell’imperialismo di far fare alla Cina la stessa fine dell’Urss. Seguono gli anni di Jang Zemin, che pone al centro l’esigenza di uno sviluppo economico accelerato, anche a costo di gravi squilibri economici e sociali tra regioni e gruppi sociali. Ma la ragione è sempre politica: solo se la Cina accelera la sua modernizzazione è in grado di far fronte alla crescente minaccia di un imperialismo reso più baldanzoso dal crollo dell’Urss.

Dopo Jang Zemin, che ottiene grandi successi in termini di sviluppo e crescita economica, verrà – dialetticamente e in modo complementare – la fase della direzione di Hu Jintao, caratterizzata da un grande sforzo di riduzione degli squilibri sociali e territoriali. Una fase oggi consolidata dalla direzione di Xi, ma che richiederebbe un’analisi a parte per la sua rilevanza.

In estrema sintesi: non siamo in presenza, dal 1978 a oggi, di scelte meramente economiciste, bensì dettate da una visione teorico-politica profonda della transizione al socialismo in un contesto internazionale in cui le minacce imperialiste alla sicurezza della Cina sono ancora molto forti; e che richiedono una economia forte e competitiva su scala mondiale, ancorchè orientata al socialismo.

 

 

2-La Cina basa tutto sul partito, sulle consultazioni dal basso che permettono di stare vicino alle richieste della popolazione e a mandare avanti i quadri solo per meriti e capacità. Finora questa è stata la sua forza, piaccia o meno agli occidentali. Nel futuro che prospettive vedi?

 

Credo che finchè la Cina si sentirà minacciata dall’imperialismo nella sua sicurezza e piena sovranità non allenterà il controllo anche istituzionale del partito sulla vita interna del Paese.  Un controllo che è politico, ideologico ma anche meritocratico (rossi ed esperti, diceva Mao). Ovvero: non vi sarà alcuno spazio politico per forze interne legate alle grandi potenze imperialiste, Stati Uniti in primo luogo.

Ritengo invece che vi sarà un graduale allargamento dello spazio politico e intellettuale per tutte le forze che si muove dentro il quadro e le compatibilità della Costituzione cinese, ivi compresi quegli 8 partiti che fanno parte del Fronte nazionale, e che non sono una finzione, come sa bene chi conosce la Cina in profondità.

Credo anche che vi sarà un allargamento di forme di consultazione interna ed esterna al partito, anche con candidature plurali, nella elezione dei gruppi dirigenti del partito e dello Stato: dal livello locale (dove esse sono operanti da molti anni), via via verso i livelli superiori.  Una sperimentazione del genere è in corso da anni in alcune situazione; e quando tale sperimentazione sarà conclusa, così come avvenne per le zone speciali, verranno avviate le relative generalizzazioni o estensioni su scala nazionale.

Questo non avverrà seguendo i criteri della democrazia liberale occidentale (e perchè mai dovrebbe, considerati i limiti crescenti e i processi degenerativi che la caratterizzano, a partire da un astensionismo che sfiora ormai il 50%?); esso avverrà sperimentando forme inedite di democrazia socialista che forse – se ragioniamo senza pregiudizi – hanno ed avranno qualcosa da insegnare anche a noi, che non abbiamo alcun diritto razionale di considerarci il migliore dei mondi possibili. Eè vero: la democrazia è un valore universale. Ma le sue forme concrete di attuazione sono storicamente determinate, e non ammettono modelli astratti e immutabili.

 

 

 

3-Si è passati dall’accordo della via della seta del 2019 al raffreddamento dei rapporti italo cinesi. Come ci vedono ora i cinesi e che sviluppi benefici per noi ci possono essere?

 

I dirigenti cinesi conoscono bene il nostro Paese, più di quanto noi conosciamo il loro. E sanno bene che il nostro è un popolo amante della pace e della cooperazione con tutti gli altri popoli e Paesi, indipendentemente dal loro sistema politico e sociale. I due governi Conte, soprattutto il primo, avevano manifestato una volontà significativa di ampliare la cooperazione con Russia e Cina, in sintonia con le aspirazioni largamente maggioritarie nel nostro popolo. E ciò aveva creato grosse e dichiarate inquietudini negli ambienti politici italiani (PD in testa), che hanno fatto della fedeltà euro-atlantica, prona ai voleri degli Usa, una vera e propria religione. Ciò ha portato alla crisi prima del Conte 1, poi del Conte 2, e all’ascesa di Draghi ad una premiership di tipo monarchico. Ciò ha portato anche ad una politica di crescente ostilizzazione verso Russia e Cina, accentuatasi in modo esponenziale con la crisi Ucraina e l’allineamento del governo italiano alla linea degli Usa e della Nato.

Ma i cinesi hanno una pazienza millenaristica, e sanno molto bene che alla lunga (e già i primi segni si avvertono) una linea come quella di Draghi, che non corrisponde alle aspirazioni della grande maggioranza del nostro popolo e agli interessi generali della nazione, verrà prima o poi superata e sostituita da posizioni più avanzate e collaborative. Nell’interesse reciproco di Cina e Italia. E’ solo una questione di tempo.

 

 

4-Il Pil dei Brics allargati ha ormai superato il Pil occidentale, a parità di potere d’acquisto. Che effetti avrà questo nel mondo multipolare e nelle relazioni internazionali?

 

Avrà un effetto dirompente. Se il secolo scorso è stato dominato dalla triade imperialista Usa, Ue, Giappone (che all’indomani della seconda guerra mondiale esprimevano oltre il 75% del PIL mondiale), il prossimo secolo (il 22°) vedrà l’affermarsi compiuto di un mondo multipolare in cui almeno i due terzi del PIL mondiale saranno espressi dai BRICS e dai paesi a loro affini. La principale potenza imperialista che la storia dell’umanità abbia mai espresso, gli Stati Uniti d’America, sarà solo solo dei principali poli del sistema mondiale.

Quello che stiamo vivendo in questo secolo è il processo di transizione da un mondo ad un altro.

Gli Stati Uniti cercano disperatamente di arrestare questo processo puntando sulla superiorità militare, sulla guerra o sulla minaccia di guerra, fino alla minaccia di una terza guerra mondiale. Ma il potenziale di ritorsione (nucleare e non) delle potenze che essi vorrebbero subalterne  (tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Iran…) è tale da scoraggiare avventure militari globali.

Naturalmente non si può escludere che, nonostante ciò, possa prevalere a Whashington un gruppo dirigente alla Stranamore, di tipo hitleriano, che possa portare l’umanità vicina all’autodistruzione. Nè si può escludere (non siamo deterministi) che l’Occidente capitalistico e imperialistico – che non è una tigre di carta – sia ancora in grado di produrre un salto scientifico e tecnologico (con relative applicazioni militari) capace di dotarlo, per una certa fase, di una superiorità strategica così grande e superiore all’attuale, tale da consentirgli di mettere in ginocchio o di ricattare pesantemente i suoi avversari, cercando pure di dividerli. Anche per questo è fondamentale che il progresso scientifico e tecnologico dei Paesi che aspirano ad un modo multipolare e di pace sia sempre in grado di tener testa e possibilmente superare quello dei fautori di guerra. Cina, Russia e India hanno fatto grandi progressi in questo campo, ma non ancora tali da considerare trascurabile il vantaggio che gli Stati Uniti conservano in alcuni campi, con le relative e inquietanti ricadute militari.

 

 

5-Ormai si è capito che l’asse russo cinese nonostante tutto è forte, gli Usa e l’Ue non ci stanno e attaccano sui due fronti, chi con sanzioni chi, al momento, con guerre commerciali. Come andrà a finire?

 

A questa domanda ho già risposto sostanzialmente nel punto precedente. Sarà un processo storico-politico lungo, con avanzamenti e arretramenti, come tutti i processi rivoluzionari. E non sarà un pranzo di gala. Noi in Italia, uomini e donne amanti della pace, dobbiamo fare la nostra parte, che in ambito internazionale può essere così riassunto: una collocazione dell’Italia per una politica di pace, cooperazione e sovranità a 360°.

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USA

USA, FILM DELL’ORRORE

Riporto qui di seguito le riflessioni di un amico sullo stato delle cose in Usa. Buona lettura.

I Tempi Moderni

Da quasi cinquantenne ho l’impressione di essere stato teletrasportato in un film …. Un bruttissimo film da cui si può apprendere, e sto apprendendo tantissimo.

Il film in cui sono stato catapultato è un film ideologicamente vissuto e scieneggiato Made in the USA….. Gli USA sono un aggregazione di stati allo sbando con un debito superiore ai 30.000 miliardi di dollari, un entità con scarso se non inesistente sistema produttivo, infiniti poveri non censiti tra i disoccupati che vivono in tendopoli di dimensioni impressionanti
https://youtu.be/44ukI1MpPMs , città sommerse da ogni tipo di droga il cui emblema è la città di Philadelphia… https://youtu.be/Mtbt315dzO8 … un sistema aritmeticamente fallito…. di contro sempre gli USA emergono per elevato numero di Miliardari che oggi si fanno chiamare filantropi i quali rappresentano il malsano sistema produttivo Americano fondato sulla produzione di Armi e oggi anche sulla dittatura sanitaria con sperimentazioni sugli esseri umani…. In generale sulla speculazione pura senza alcuna moralità e anche a discapito della perdita di milioni di vite umane.
La produzione di Armi ha sempre contraddistinto gli USA …. Tanta produzione deve essere smaltita e quindi si inizia a diffondere il mantra della democrazia a tutti i costi !!!!
https://youtu.be/mhuRBRzZpSQ.
In questo film diversamente dai film di guerra americani i buontemponi filantropi hanno pensato bene, da azionisti delle case farmaceutiche, di applicare agli esseri umani quanto già applicato con successo sui computer…. Un antivirus annuale!!!! Con il COVID ha fruttato alla sola Pfizer 97 Miliardi di euro.

Da anni i filantropi finanziano e promuovono un cambio etnico in Europa…. L’invasione continua… gli USA distruggono l’Africa e l’Africa si riversa in Europa.

Mi sono risvegliato di soprassalto da questo bruttissimo incubo e ho pensato….. devo, dobbiamo salvare i nostri figli da questi criminali seriali…. Occorre non girarsi dall’altra parte come se tutto ciò non ci toccasse…. La verità è che stanno distruggendo il futuro in nome del danaro..

Chi non si attiva è compiacente…

Per chi volesse approfondire le proprie conoscenze può visionare i video relativi sopra riportati.

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Italia

NEL DIFFERENZIALE INFLAZIONISTICO L’ITALIA ERODE QUOTE DI MERCATO NELL’EUROZONA

A gennaio feci un pezzo sul differenziale inflazionistico Cina- Usa-Europa, sostenendo che la bassa inflazione cinese, e prezzi alla produzione minori rispetto ai concorrenti, grazie all’ammasso durante la pandemia di materie prime allora con prezzo basso, avrebbe dato una chance forte al paese asiatico nel mercato mondiale. Poi è intervenuto il lockdown delle metropoli cinesi, finito in questi giorni, ma per prepararsi alla seconda parte dell’anno hanno varato misure fiscali per le Pmi dell’ordine di 400 miliardi. Ora però nessuno sta considerando l’inflazione nell’eurozona, in diversi paesi del Nord Europa è notevolmente più alta che in Italia. Ciò porterà, a meno che il paese leader la Germania voglia innescare una guerra del debito, il sistema produttivo italiano, dopo decenni, ad erodere quote di mercato nell’eurozona. Ma non solo: anche negli Usa, dove l’inflazione è pari all’8,9%, il sistema produttivo italiano si sta avvantaggiando. Certo, rispetto al resto del mondo la situazione si complica, ma la gran parte delle esportazioni italiane sono indirizzate nel blocco dell’eurozona e nel blocco nordamericano. Chiaro segno di questo la rilevazione ieri dell’Istat che ha portato il Pil del primo trimestre allo 0.1%, dunque la recessione si allontana nonostante la guerra. La ferocia con cui la classe dominante si arrocca nel blocco salariale italiano serve loro, come competitività di prezzo, a conquistare i mercati di questi due blocchi. I segni che si intravedono nel Nord Europa sono di crescita salariale, per cui, pensa il padronato, il differenziale inflazionistico italiano con l’eurozona si amplierà. Ciò porterà ad aumentare timidamente nei prossimi mesi il surplus delle partite correnti, o perlomeno a non riportarlo in territorio negativo. La stessa posizione finanziaria netta estera verrebbe difesa, ecco lo scudo di Visco. Il tasso di profitto delle imprese industriali si posizionerebbe a livelli medio-alti, inferiore agli scorsi anni ma pur sempre positivo. E’ grazie alla classe operaia che succederà questo, per la quale si pensa nuovamente a bonus e sostegni minimi fiscali governativi, per difendere la pace sociale. Ma la ciccia, la gran ciccia, se la prenderanno, attraverso il differenziale inflazionistico, gli industriali.  Così da 42 anni.

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Italia

NELLA FEROCIA DI CLASSE L’ITALIA E’ UNICA IN OCCIDENTE

Ieri, dopo aver ascoltato l’intervista che ho rilasciato a Lantidiplomatico, mi ha telefonato dall’Olanda un mio caro amico crotonese (siamo cresciuti assieme). Lui lavora in una fabbrica per conto di Bosch. Ricordavamo quando sedicenni siamo andati a lavorare in un ristorante, in cucina. Lui mi ricordava che in un mese prese 1 milione e sette e forse un milione e nove. A Crotone. Gli chiedo com’è il rapporto di lavoro in Olanda, lui mi dice che si intravvedono le prime crepe, soprattutto per il caro vita – alloggi (dove c’è stata una forte speculazione) e spese alimentari. Gli chiedo come viene vista da lui, che lavora in Olanda, l’Italia. Mi dice che nei rapporti di lavoro gli ricorda un pò il Terzo Mondo, prima al sud ma ora in ogni parte. Mi racconta di un suo amico salito su dopo aver lavorato in Sicilia in un ristorante, regolare, ma poi, al pagamento, dimezzato rispetto alla busta paga. Mi dice che tanti stanno emigrando, tanti ne incontra in Olanda, da noi rimangono per certi lavori i migranti che vengono presi in giro dagli imprenditori. Mi dice che tra poco l’Italia si svuoterà. La guerra di classe c’è in tutto l’Occidente, ma da noi è spietata, al limite del concetto di vita da vivere. Un’amica romana ieri mi ha mandato su whattupp un articolo da Dagospia (in realtà Repubblica) dove si sosteneva che le disuguaglianze da noi sono ai massimi livelli. Ho studiato il fascismo, soprattutto gli anni dal 1933 in poi (IRI). Negli anni venti il capitale era spietato come adesso, ma negli anni trenta timidamente l’economia era verso un nuovo assetto, bloccato dall’avventura bellica, di cui si riprese il modello nel dopoguerra. Ma un Bonomi non me lo sono mai ricordato, una Confindustria così feroce supera gli Anni Venti. Proprio come allora c’era una classe politica prona ad essa, essa stessa feroce. Mussolini solo nel 1933 si accorse che aveva a che fare con quelli che lui definì “coglioni”. E come allora, ora non ci pensano a fare investimenti per aumentare la produttività e fare il salto tecnologico, tutto si basa sullo schiavismo salariale, tranne alcune figure medio-alte. Molti hanno visto il grafico secondo cui in 30 anni i salari italiani, unicum in Ue, sono addirittura diminuiti, per non parlare dei salari reali. Elon Musk qualche giorno fa ha scritto che se continua così l’andamento demografico nostro, l’Italia scompare. Milioni emigrano all’estero, chi resta non può mettere su famiglia. Classe dominante, l’hai fatto tu quest’orrore. La storia un giorno ti chiederà un bilancio e un conto.

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Finanza

IN MERITO AI REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Pubblico qui di seguito un intervento di un lettore circa i referendum del 12 giugno sulla giustizia. Graditi commenti, critiche e condivisioni. Buona lettura.

“Chi scrive ha un’impostazione distaccata e lineare del problema giustizia in Italia: non sono iscritto, né milito in un qualsiasi partito politico, quindi, osservo e ragiono in modo autonomo, lontano da interessi di qualsiasi natura.

Il 12 giugno 2022 gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sui c.d. cinque referendum sulla “giustizia”.

L’elettore ha una grandissima difficoltà a comprendere (e quindi a decidere) il merito dei quesiti referendari e la portata di simili decisioni; sono numerose le segnalazioni in merito e, lascio ai siti istituzionali e agli organi d’informazione il doveroso chiarimento; a me interessa affrontare il nocciolo del problema “giustizia” nell’ottica dei referendum e in quella de iure condendo della c.d. “riforma Cartabia”; di seguito indico l’indirizzo della “Gazzetta Ufficiale” relativa alla legge delega L. n. 134/2021 in www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2021/10/04/237/sg/pdf

I quesiti referendari – tutti molto tecnici – verteranno su 1. La separazione delle carriere dei magistrati, 2. La riforma del Consiglio Superiore della magistratura, 3. La valutazione dei magistrati, 4. La custodia cautelare, 5. La legge Severino. Il testo dei quesiti si trova a questo indirizzo: https://dait.interno.gov.it/elezioni/speciale-referendum

Ricordo che l’istituto del referendum è previsto dalla Costituzione in vigore dal 1948 precisamente dall’art. 75, comma 1 che recita: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.”

Il 12 giugno 2022 gli italiani dovranno scegliere se abrogare parzialmente da una parte, la legislazione che regola le carriere dei magistrati (separazione e valutazione), l’organo di autogoverno dell’ordinamento giudiziario mentre i rimanenti due quesiti riguardano i limiti alla carcerazione preventiva e la legge c.d. “Severino” che determina l’automatismo dell’interdizione dai pubblici uffici di amministratori e sindaci, lasciando ai giudici la facoltà di decidere caso per caso.

I cinque referendum sulla giustizia sono stati promossi dalla Lega e dai Radicali ha con lo scopo specifico di fare-qualcosa-subito per la giustizia italiana, nella sua accezione più lata e vasta del termine.

Tutta, o almeno, una buona parte delle questioni espresse nei quesiti referendari sono oggetto di una riforma della giustizia, detta anche “riforma Cartabia”; questa proposta legislativa dovrebbe – almeno a detta dei suoi sostenitori – rendere inutili i quesiti referendari, ma al momento in cui scrivo, 29/5/2022, prevedo che sarà impossibile che detta riforma sia approvata; quindi, il 12 giugno occorre andare alle urne per dire ai quesiti referendari.

Chi scrive ha sottoscritto la richiesta dei referendum e, quindi, il 12 giugno 2022, andrò a votare Sì alla abrogazione delle leggi di cui ai quesiti referendari; tuttavia, sono scettico che, qualora si pervenisse al quorum elettorale (maggioranza del cinquanta per cento più uno), le cose cambierebbero per l’effetto dei referendum stessi.

In realtà, a mio parere, nemmeno la c.d. “riforma Cartabia” potrà cambiare a fondo e significativamente il sistema della giustizia in Italia per questi motivi.

  1. Il primo problema è seminale e strutturale, ossia come è stato concepito, sviluppato e istituito l’ordinamento giudiziario nella Costituzione stessa.
  2. Da ciò deriva la ragione occulta e manifesta della funzione giurisdizionale nel seno dell’intero ordinamento statale italiano; infatti, a ben guardare, l’ordinamento giudiziario italiano oltre alla funzione stessa immediata, quella della amministrazione della giustizia, ne possedeva un’altra più intima e mediata, quella di fornire una stabilità all’intero sistema costituzionale che, data la sua natura parlamentare, necessitava di un sostegno stabile e duraturo. Stessa cosa si dica della funzione del Presidente della Repubblica. È un dato di fatto che, nel corso degli ultimi trent’anni, in seguito al crollo del sistema dei partiti del 1992, gli unici organismi costituzionali che – senza entrare nel merito – hanno mantenuto una certa dose di stabilità sono la “magistratura” (in senso giornalistico) e il Presidente della Repubblica.
  3. Ciò detto sommariamente, si comprende che, anche gli auspicati esiti positivi dei referendum del 12 giugno, o della “riforma Cartabia” siano destinati a incidere marginalmente sullo stato di diritto in Italia.
  4. Forse l’unico intervento auspicato ed effettivo è quello che riguarda l’art. 274 del codice di procedura penale sulle misure cautelari: se vincesse il sarebbe eliminata l’ultima parte dell’art 274 cpp, ossia la possibilità -per i reati meno gravi- di motivare la misura cautelare (andare in prigione) per il pericolo di reiterazione del reato (ripetizione del reato) cosa che, purtroppo, di fatto, accade spesso per imporre –prima di una sentenza definitiva– una limitazione della libertà personale, determinando gravi distorsioni e un abuso dello strumento processuale nel caso in cui la persona non sia effettivamente pericolosa.
  5. I cinque quesiti referendari devono vincere il giorno 12 giugno perché sono una speranza di iniziare un processo lungo e complesso di revisione della Costituzione e dei codici vigenti (civile, penale e procedura civile e penale) che mettano l’Italia e gli italiani nel pieno del XXI secolo: la società italiana è totalmente differente da quella del 1/1/1948, data dell’entrata in vigore della Costituzione, e, di conseguenza, lo sono anche i giudici inquirenti e giudicanti. Solo un intervento complessivo e sistemico sulla Legge Fondamentale e, a caduta diretta sui codici, potrebbe cambiare davvero il sistema “giustizia”!

 

In sintesi e in conclusione: occorre votare il giorno 12 giugno; occorre una visione d’insieme e organica per affrontare la complessità dei tempi attuali; occorre agire senza condizionamenti alcuni, senza che “qualcuno-ce-lo-chieda” in nome di qualsiasi alto ideale o banale fandonia che sia; occorre essere liberi per alleviare (risolvere è un verbo per i teoremi che lascio ai matematici) le tensioni del vivere civile che – da sempre – sono fonte di scontro e che gli uomini s’illudono di definire con l’espressione amministrazione della giustizia.”

Avv. Mario Umberto Morini

Avvocato del Foro d’Isernia

Patrocinante in Cassazione

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Italia

NIENTE DI NUOVO DAL FRONTE OCCIDENTALE

Perché tutti i politici, tutti i finanzieri, tutti gli industriali dicono all’unisono: non allontaniamoci dall’Occidente? Perché l’Occidente da 50 anni garantisce alla classe dominante privilegi impensabili fino alla metà degli anni settanta. Hanno scelto di tornare indietro nella storia, vedono altri paesi che invece, chi con fatica, chi con intelligenza, progrediscono verso assetti socio economici improntati alla modernità. La stessa Russia, solo dopo la guerra, ha deciso questa linea e si indirizza verso Est e verso quei 150 paesi che non hanno votato le sanzioni. L’Occidente si arrocca per non perdere la sua ferocia di classe, fatta di deflazione salariale, di mercantilismo e di armamenti, che ha portato una classe minoritaria a godere di grandi ricchezze e grandi privilegi. La traduzione “politica” di questa scelta è frutto dei rapporti di classe instaurati negli ultimi 50 anni, fanno in modo che la classe lavoratrice non rialzi la testa, non permette ad essa nessuna minima rivendicazione. Un ritorno ad assetti feudali dove vige anche la servitù, locale, indigena o straniera. Un suicidio collettivo che porta l’Occidente a declinare sempre più. Solo il progresso, organico, di tutte le classi, permette l’accumulazione capitalistica ,e non già la sola tecnologia, e ciò implica istruzione di massa a tutti i livelli, salario sociale e plusvalore relativo. Quando i politici dicono di non allontanarsi dall’Occidente, in questo caso la Meloni con Salvini, vogliono proprio dire questo: manteniamo assetti di dominio feudali, altrimenti gente come noi non ha senso ed è finita. Tutta la classe dominante si aggrappa a questo contesto come nella corte di Versailles. La classe lavoratrice, nella storia, visto questi assetti, deve conoscere la fame per organizzarsi, altrimenti, come negli ultimi decenni, è letargia. Fame che coinvolge ormai, tantissima gente, come ho riportano ieri nel racconto del Dottor Armenante. Il livello di povertà estrema, di disperazione è massimo proprio nel centro nevralgico del sistema occidentale, gli Usa, dove vi è una sottile guerra civile, fatta di sparatorie, eroina, alcol, emarginazione, senza fissa dimora. Questo modello lo si vuole portare anche da noi, ma gli italiani sono fan della Ferragni e magari vengono dall’emarginazione dell’estrema periferia. Niente di nuovo dal fronte occidentale.

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QUEL CHE DIO MI DA’

In questi ultimi due anni all’Inail ho fatto amicizia con un medico, volontaria cattolica in varie associazioni. Un anno fa le regalai il mio libro, vuole anche la seconda edizione .Ieri mi ha messo in contatto con un volontario di Cava. Oggi l’ho intervistato. Ma stamane, quasi alla pausa, lei mi ha regalato un libro del volontario, che si chiama Antonio Armenante dal titolo “Anche Dio lavora – e noi gli mettiamo i contributi”, editore areablu- Cava de Tirreni. Mi ha fatto la dedica scrivendo: “A Pasquale, cercatore di senso, di verità e giustizia”. Francamente non capii la dedica. Oggi ho intervistato Armenante, ne è uscito un pezzo. Casualmente mi sono messo a leggere il libro, pensavo fosse di pensieri cristiani, invece è uno straordinario spaccato di vita di strada con i senza fissa dimora, con immigrati, con gente disperata tra le più varie. Sono dialoghi tra lui e questa gente emarginata da tutti, che incontrano un cristiano che li aiuta, assieme ad altri. Nel blog ho intervistato una volontaria laica che sta a Milano, mi raccontava della povertà della piccola borghesia. Questo invece è come se fosse un disco di Fabrizio De Andre’, mi viene in mente Smisurata Preghiera, il suo testamento. Non so cosa abbia trovato in me questa amica, so solo che mi ha fatto un dono stupendo che mi arricchisce molto. Procuratevelo. La ringrazio. Leggendolo mi è venuto in mente Pasolini e la sua perduta gente, che lui amava molto. Buona lettura.

Quello che Dio mi da’

 

Ho incontrato Tan varie volte alla mensa dei poveri e per strada. Non avevo avuto però mai l’occasione di intavolare un dialogo. Eppure sentivo istintivamente che quell’uomo minuto, sulla sessantina, con pochi capelli bianchi, il volto magrissimo, ma attraversato da un’espressione di serenità e dignità incredibile, portava con sé una grande lezione di vita.

Se ne stava a mangiare al solito posto, al solito tavolo, col suo solito silenzio.  Ringraziava a modo suo del cibo, portandosi la mano destra sul cuore. Poi, appena finito di mangiare, ripulito e consegnato il vassoio per il lavaggio, issava lo zaino blu sulle spalle (suo cuscino e suo armadio, come mi disse una volta) e zitto zitto, con discrezione, quasi a non voler dare fastidio, andava via.

Una domenica mattina d’inverno, molto fredda, alle cinque ero in strada, nei posti dove sapevo che dormivano i senza fissa dimora. Dopo un giro in una casupola fatiscente e abbandonata, dove sapevo che dormivano dei rumeni, che però non trovai, mi avviai sul lungomare  a piedi  per recarmi prima sotto il ponte dove passa il fiume e poi alla stazione.

Vidi uscire Tan, avvolto  in una coperta, da sotto una barca capovolta, lì posta sopra due assi sul lastrico prima della sabbia. Lo chiamai. Si girò verso di me. Si tolse la coperta, l’arrotolò, la depose in una busta di plastica, prese lo zaino, mi venne incontro. Lo salutai. Rimase per un attimo pensieroso. Poi, portandosi la mano al cuore, disse nel suo discreto italiano: “Oh! tu stai a mensa a darci una mano. Grazie a tutti voi!”

Gli chiesi di venire con me al bar. Regalandomi un sorriso enorme che rese il suo viso splendente, mi disse che era onorato. Si ristorò con un the caldo e un cornetto esclamando: ”Vita sembra rinascere! Ha fatto molto freddo stanotte”. Poi, mi fece capire che voleva andare.

“Tan, quando possiamo vederci? Vorrei parlare un po’ di più con te”. Mi guardò fisso e rispose: ”Sì, Antonio, qualche altro giorno, dopo mensa”.

I giorni successivi però non venne a mensa. La cosa mi creò pensiero perché non mancava mai. Sperai che non gli fosse successo niente, anche perché queste “pietre di scarto” spesso all’improvviso spariscono.

Era ormai venerdì e di Tan ancora niente. Neanche alla mensa era venuto. L’indomani, mi trovavo nei pressi del rione dove si trova la mensa. Erano le sette del mattino. La notte aveva quasi diluviato. Ero appena sceso dalla macchina quando vidi spuntare Tan. Era bagnato fradicio. Camminava con quel suo zaino, quasi a fatica. Gli corsi incontro. Era talmente inzuppato d’acqua dalla testa ai piedi che i panni gli si erano incollati addosso ed i pochi capelli erano diventati tutt’uno. Gli levai lo zaino dalle spalle. Al che si mise la mano sul cuore, mi ringraziò per il gesto e con affanno mi disse: ”Ora devo andare dai missionari per chiedere se hanno altro pantalone, scarpe, maglia e se posso lavarmi e asciugare”.

Gli offrii qualcosa di caldo al bar. Non volle entrare perché aveva paura di bagnare per terra. Gli portai un cappuccino caldo e una brioche. Li consumò velocemente. Lo vidi sorridere. Non mancò di ringraziarmi portandosi la mano sul cuore. Il centro dei missionari distava appena una centinaia di metri da quel bar, per cui volle continuare ad andare a piedi. Lo accompagnai.

Dopo un’ora, sorridente, rivestito da capo a piedi, uscì.

Salì in macchina e ci avviammo. Ci fermammo nel Parco Pinocchio, che lui raggiungeva ogni pomeriggio quando il tempo lo permetteva. Il sole faceva luccicare le foglie ancora bagnate. Dalla loro patina  lucente si levavano “coriandoli “di riflessi che sembravano rincorrersi e giocare come i bambini che, intanto, erano cominciati ad arrivare. In macchina non avevamo quasi parlato. Gli avevo rivolto solo qualche frase di circostanza: ”Come ti senti? Ma non potevi ripararti da qualche parte? Vuoi prendere qualche altra cosa?” Egli puntualmente  rispondeva ”tutto bene”, per poi tacere.

Ci sedemmo su una panchina. Dopo qualche minuto di silenzio, gli chiesi: ”Tan, ma come hai fatto a bagnarti così?” Rispose abbozzando un sorriso: ”Venivo a piedi, perché sotto barca ora freddo. Ogni giorno, alle quattro di mattina, vado a Salerno. Stamattina è cominciato a piovere  tanto, tanto. Io ho continuato a camminare. Su strada difficile trovare riparo.”

Rimasi alquanto interdetto. Egli seguitò: ”Antonio, mia storia longa, longa e difficile”.

Lo interruppi: ”Ma dove dormi?”

“Estate all’aperto in terra sotto un muro non lontano dal Cimitero. Ora autunno ancora lì, sotto capanna di lamiera più lontana. Lì io sto tranquillo. In stazioni o parchi o su mare, non tranquillo. Vengono mbriachi che pure vivere per strada. A volte picchiano per vedere se hai soldi. Quando sono da soli sono bravi. Anche loro tanti problemi. In gruppo e bevuto però fanno paura. Poi altre volte viene polizia: prendono tutti, così sono ordini. Io ho girato e trovato questo luogo tranquillo. Nessuno sa. Ogni tanto, lontano su strada passa macchina e poi morti vogliono stare anche loro tranquilli, come me, aggiunse ridendo. Così ogni mattino, alla stessa ora vado a Salerno. Cammino, non mi stanco. Mi piace silenzio.”

Con il volto che s’illuminava, aggiunse: ”Sto con Dio. Osservo luce che esce, uccelli volare e loro mi accompagnano. Molta gioia. Dopo vengo a mensa. Vengo in questo parco bello a godere se è bello tempo, se no vado sotto porticati. Poi a quattro e mezza mi avvio di nuovo a piedi. Due ore e mezzo di cammino e sono sotto muro, casa mia. Mi basta. Quando mi sento stanco, dormo a Salerno. Cerco per notte luogo solitario. Se invece ho soldi, io prendo pullman. Io non cerco. Mi basta pranzo di mensa, insieme panino per la sera. Poi ho tutto, perché ho vita e Dio.”

S’interruppe, mentre io rimanevo sempre più stupefatto. Ruppi il suo silenzio e gli chiesi: ”Tan, ma da quando sei in Italia? Di dove sei? Perché sei qui?” Mi guardò e con un sorriso dolce e amaro, con la sua sottile voce mi rispose: ”Mia storia longa, longa  e dura, Antonio. Io vivo in Italia da quindici anni. Io andato via non per lavoro. Lì tiravo avanti, come dite voi. Prima buon paese gente non cattiva. Poi, guerra civile e tutti più cattivi.”

”Perché sei andato via? Hai famiglia lì?”

Con voce esile mi rispose: ”Guerra civile tremenda. Gente si uccideva per niente. Tanti bambini morivano. Io non potevo sopportare. Non sapevo tenere bocca chiusa. Io non sopporto ingiustizia e violenza. Uccidere è sempre ingiustizia. Uccidere così è ancora più brutto, brutto. Io non potevo sopportare. Io vedevo e parlavo, parlavo e denunciavo. No! Io non facevo ciò per politica. Io sempre apolitico. In me ribellione per umanità. Poi io dire con bocca non cucita che Dio, Dio di tutti, non vuole guerre, uccisioni, vuole bene per tutti e gridavo che offendere Dio di vita, e che questo contro Legge. Mia bocca non poteva stare cucita.”

Si fermò a riprendere fiato, ma subito dopo seguitò: ”Cominciai ad avere minacce. In mio paese i capi di gruppi in lotta pensavano io stare con parte nemica,  per cui pericolo da tutte e due le parti per me e famiglia. Io stavo per verità e contro violenza. E poi mia religione, Islam dice non uccidere mai. Dio non è di una religione. Religione è una via, ma tu anche se aderire devi sapere che esistono altre vie e che ci deve incontrare. Ognuno deve uscire da sua tenda! Dio è uno e padre di tutti. Mia vita e vita di mia famiglia molto in pericolo. Io impotente, e mio cuore non poteva ancora sopportare. Così, per non mettere pericolo mia famiglia, ho tre figli, decisi andare via. Sono andato via, non per dimenticare ma perché dolore non mi permetteva di stare. Non era più mia nazione. A miei genitori lasciai bambini. Mia moglie era morta l’anno prima e mia madre era mamma anche per loro. Miei genitori avevano piccola attività, quindi mangiare era possibile. Ero sereno perché stavano bene, non mancava niente. Cominciai a girare, e girare perché dovevo essere “fuori, fuori “da dolore.

Dolore ti accompagna sempre, ma essere fuori ti fa ritrovare vita. Andai in Francia, dove  lavorato per qualche anno ora qui, ora là. Ma mia testa diceva sempre di cambiare, non resistere sempre stesso posto. Dovevo essere “fuori, fuori”. Così io sono andato Germania, Torino, Milano, Firenze e altre parti. Sono da 8 mesi in questa provincia”.

”Ma come ti mantenevi?”

“Antonio, quando c’erano forze io cercare il lavoro. Lavorato duro. Quando non avevo lavoro, strada. Mi arrangiavo. Ma io non posso stare ad una sola parte. Quando testa mi comanda, allora io girare. Poi ad un certo punto non avere più forza per lavoro e poi solo sfruttamento e ho preferito stare per strada e non farmi sfruttare. Così strada è diventata mia casa senza mura e tetto e il cielo mio compagno di viaggio. Ma sono contento, anche se dolore non si cancella e ti chiedi sempre perché.”

”Spiegami, Tan, per te la strada è libertà?”.

Si arrotolò una cartina con del tabacco, prima di rispondere.

”Non è libertà. Ma è tua nuova casa, che ti fa vivere. Per quelli come me, la vita ha questa casa. Ti permette respirare, mangiare, dormire, vedere gente, conoscere quelli bravi e quelli no bravi. La strada ti dà anche gioia pure se insieme dolore.”

“Tan, posso chiederti per te chi è Dio? E tu, preghi?

”Antonio, io musulmano e ho grande gioia di Islam. Dio è creatore e misericordia. La sera prego con cuore e con testa. Cuore, perché fiducia in Dio. Farà di me ciò che vuole, e io ringrazio. Testa, per aiuto ad affrontare situazioni, per me, per gente che incontro, per famiglia lontana, e anche per peccatori. Con cuore, prego essere pieno di fiducia, perché ognuno deve essere pieno.”

“Tan – incalzai – pensi che ci sia un’altra vita? Come te la immagini? E cosa pensi  di quelli che fanno del male, del loro destino?”

Si accarezzò il viso quasi a riflettere. Poi ribatté: ”lo spero. Penso vita tranquilla, felice, senza problemi di soldi, per vivere. Vita semplice e insieme. Quelli che hanno fatto male dovranno pagare. Bilancia di Dio misurerà cose giuste.”

“Se in questo momento dovessi mandare un messaggio al mondo cosa diresti?“

”Pace, pace e non uccidete e sfruttate. Pulisci tua casa dentro e sarai pulito. Anche religioni devono essere pulite. Se ognuno pulisce sua casa, pulirà anche fuori. Se si fa questo, la vita ha più luce.”

Sentivo che gli faceva bene parlare, che il suo volto diventava più sereno.

”Gesù chi è per te?”

”Messaggero e profeta”, mi rispose deciso.

“Che ti aspetti dalla vita che ancora devi vivere? Hai paura della morte?”

“Sogno vivere tranquillo, non dare fastidio a nessuno, rispettare gente. Insomma, quello che non voglio che gli altri facciano a me, io non devo fare ad altri.” Tacque, poi aggiunse: “Sì! Ho paura della morte”.

“Come scomparsa?”

”Non come mia scomparsa. Voglio morire tranquillo, pulito dentro. Ma se non succede, mi fa paura. Io accetto tutto quello che Dio mi dà. Anch’io sto ricevendo. Ti pare niente vita?”

Ero sconvolto, emozionato. Mi sentii piccolo piccolo.

“Tan, stai ancora dormendo lì?”

“Sì! Ho due coperte nascoste. Sto io e Signore. Prego quando voglio, dormo quando voglio, cammino quando voglio, rispetto regole mia religione. Non do fastidio. Mi lavo a fontanella. Guardo piante come vivono e mi fanno compagnia; guardo luce che come miracolo illumina, vedo uccelli volare. Poi cerco di immaginare pensieri di gente che va e viene, vivo gioia a vedere i bambini uscire di scuola. Insomma, Antonio, sono dentro  vita.”

Mi venne naturale abbracciarlo. Insieme andammo alla mensa.

Lo incontro spesso. È una gioia reciproca incontrarci. Lui nel vedermi si porta la mano al cuore.

L’altra notte ho pensato a lui moltissimo. Diluviava. Io nel mio letto caldo, Tan e gli altri chissà dove. La mattina gli ho chiesto dove avesse passato la notte. Mi ha risposto sorridendo. “Antonio, io non andato a piedi, troppa acqua e poi lì all’aperto. Non andare in stazione, perché paura. Vedi, Dio aiuta, ci pensa. Un ragazzo senegalese, cattolico, mi ha visto. Io non conoscevo lui. Mi ha fatto posto sotto sua bancarella, che è a coperto sotto un porticato. Ho dormito tranquillo e asciutto. E poi a inizio novembre si aprirà dormitorio di Missionari Saveriani e avrò un letto. Capisci quante cose ho?“

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LA FEROCIA DI CLASSE DEI PADRONI DELL’OCCIDENTE

Mi ha colpito la notizia della colf del miliardario Vacchi, bolognese, sottoposta a umiliazioni, offese e anche bottigliate se non ballava su Tik Tok. Costui è seguito da milioni di fan, evidentemente il popolo italiano sogna di essere ricco come lui e lo imita. Da qui le frustrazioni di massa  che colpiscono gran parte della gente, spesso sfogati nelle mura domestiche dove a farne le spese sono le donne e i figli. Una società impazzita, scollegata. Eppure non era così negli anni settanta. C’è chi dice che in quel periodo i padroni avevano paura, mentre negli ultimi decenni ad aver paura sono i salariati. E’ un capitalismo feroce, senza pietà, i cui  pilastri hanno origine negli anni settanta, quando iniziò la guerra al salario in tutto l’Occidente, Usa, Germania, Inghilterra, Italia, Australia ecc . Il campo occidentale, si scelse, doveva basarsi su bassi salari e pervenire ad un assetto feudale dove i salariati diventavano servi dei ricchi e quasi schiavi. Si tornava, negli ultimi decenni, al dominio assoluto dei salariati, a cui si tolsero istruzione, salario diretto e salario globale di classe Questo assetto viene perseguito negli ultimi anni, anche grazie alla pandemia, dove si sperimenta un controllo poliziesco della popolazione. Un capitale, quello occidentale senza pietà, nel mentre in Cina puntano sul collegamento degli assetti economici e sociali, sull’istruzione di massa per arrivare ad una società progredita, loro che venivano dalla miseria di massa. Il punto è la scelta del campo occidentale, alla metà degli anni settanta, di guerra al salario per assetti feudali, un ritorno indietro di 5-600 anni. Non ha più da dire l’Occidente, per questo promuove guerre guerreggiate, guerra economica, guerra finanziaria, guerre sociali. Un toro ferito, impazzito, che è pericoloso. Manca la coscienza di classe di tutto ciò, se non in ambiti minoritari, nel mentre milioni di persone ammirano le gesta schiavizzanti di Vacchi.

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NUOVO PACCO PER CHI VIVE DI SALARI

Oggi Il sole 24 ore pubblica una proposta di un tavolo di concertazione trilaterale Governo-Confindustria e Confederali, una nuova politica dei redditi che “affronti” lo scenario inflazionistico corrente. Come al solito ai padroni non si chiede quasi nulla, tutto è addebitato allo Stato, alla fiscalità generale. Evidentemente a Roma si preparano alla nuova strategia della Bce di contenere ulteriormente i salari per affrontate l’inflazione importata. La guerra pagata dai salariati, sia nel reddito nominale, sia nei prezzi energetici – bollette- sia nel carrello della spesa. Mazziati tre volte. Una politica iniziata con i sacrifici chiesti ai salariati nella seconda metà degli anni settanta e mai più finita. Quasi 50 anni di guerra al salario per difendere i livelli di profittabilità venuti meno sin dagli anni sessanta sia mediante la lotta di classe dei salariati, sia per la modifica della composizione organica del capitale (più capitale morto rispetto a capitale vivo). Si fronteggia in tal modo la stessa competizione capitalistica con altre realtà economiche in ascesa, che sembrano inarrestabili, e si mantiene un alto profilo di rendita finanziaria visto che i profitti industriali per la quasi totalità si riversano lì. I confederali si preparano ad un nuovo pacco verso la classe dei salariati, fiancheggiatori della guerra di classe condotta dai capitalisti da decenni in questo paese. Si addossa tutto al cuneo fiscale venendo meno qualsiasi disponibilità di aumenti salariali diretti da parte delle associazioni di categoria. Cuneo fiscale che, se venisse ridotto, essendo fiscalità pubblica, verrebbe compensato da tagli sociali o di servizi, già al minimo storico, aggravati da blocco turn over da decenni. Una storia triste per il nostro Paese, che sembra non abbia mai fine. C’è la letargia della classe lavoratrice, nessuno si muove o si organizza, quasi tutti passivi e che hanno rinunciato a qualsiasi lotta. Ma senza di essa non c’è modernità, anche culturale, oltre che socio-economica. Gli anni sessanta e settanta furono anni duri, ma fervidi sotto questi punti di vista. Ora da 40 anni, dal divorzio Tesoro- Banca d’Italia, siamo nella melma, colpiti dalla deflazione salariale e dal taglio del salario sociale. Una volta si diceva: “vogliamo tutto”. Ora è il padronato a dirlo e a riprendersi ciò che aveva parzialmente concesso, ritornando ad assetti ottocenteschi. Ci vorrebbe un Proust, un Balzac per capire questi decenni. Ma non ce li abbiamo. Triste sorte.

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PUTIN, IL COMUNI…CATORE

 
 
 
 
 
 
 
 
 
MojoMay 15, 2022
Andrea Brodi
 

Riportiamo uno degli ultimi post del Segretario Generale del Partito Comunista della Federazione Russia Gennady Zyuganov.

IL NOME DI ZYUGANOV È VIETATO

Di recente, su molti computer delle scuole è stato installato un programma speciale che blocca l’accesso a “informazioni indesiderate” e vieta la connessione a reti Internet di terze parti. Come puoi vedere da questo video, il nome del leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Andreyevich Zyuganov, era nell’elenco delle “informazioni indesiderabili”. Allo stesso modo, non puoi visitare il sito del quotidiano “Pravda”. Ad esempio, le informazioni su Putin e sul compianto Zhirinovsky possono essere trovate abbastanza tranquillamente. Durante la lotta alle minacce esterne, le autorità continuano ostinatamente a non ascoltare i milioni di elettori che hanno sostenuto il Partito Comunista nelle elezioni e fanno guerra ai comunisti, vietando ora anche l’accesso a informazioni alternative e veritiere sulla situazione nel paese agli scolari e sul futuro della Russia. Il nostro paese continua a scivolare costantemente in una distopia!

Post originale

 https://t.me/zyuganov_gennady/556

Il comunicato del segretario Gennady Zyuganov del Partito Comunista della Federazione Russa, può essere utile per ribadire alcune contraddizioni tutte interne al territorio russo e che spesso, anche per evidente isolamento linguistico, sfuggono a tanti compagni che in buona fede si muovono polarizzati su certe posizioni tenendo conto della sola politica estera perpetrata del governo di Putin; compiendo lo stesso errore di taluni compagni che provano il debole per la cosiddetta barricata. La notizia riportata dal segretario del Partito Comunista, seconda forza del parlamento russo, non oscura il ruolo della Russia in chiave antimperialista nello scacchiere mondiale. La Russia in questo momento mette in dubbio lecitamente la politica aggressiva del dollaro e l’imposizione delle politiche monetarie statunitensi sulle economie del mondo di quei paesi fino ad oggi subalterni, ricchi di materie prime, ma che non vogliono svendersi al sistema delle multinazionali né essere condannate alla servitù del dollaro, con le regole del dollaro. Si può dire che la Russia in questo momento è la capostipite, il rappresentante politico bellico, di quel folto gruppo di paesi (la maggioranza del mondo) che hanno deciso, grazie a rinnovati rapporti di forza, di alzare il capo e mettere in dubbio il giogo statunitense. Tra questi paesi troviamo anche la Cina, un paese complesso che negli ultimi anni si è ritagliato il ruolo di produttore modiale che ha garantito il benessere dell’occidente fino ad oggi. La Cina si è resa protagonista di uno sforzo collettivo che ha portato una trasformazione straordinaria nel paese, come testimoniano i milioni di persone uscite dalla soglia della povertà assoluta negli ultimi anni, questo processo verrà sostenuto soprattutto sulla soddifazione della domanda interna. Un risultato che promuove la Cina come candidato a futuro detentore della bussula mondiale, scalzando un occidente che sa ormai di rancido. La Cina, così come la Russia, è stata utile al capitale finanziario fin quando serviva sfruttarne il ruolo da gregario, ma i rapporti di forza ora sono cambiati. Sopratutto a confronto degli Stati Uniti e alla loro situazione economica che potremmo definire folle; sorretta solo da un enorme debito reso possibile dall’imposizione della propria moneta sul mondo, un paradosso di una economia che gli USA riescono a mantenere sostenibile solo perchè presidiata da un apparato militare senza scrupoli.

Ciò detto, questo non significa prendere ad esempio il sistema politico su cui si basa la leadership di Putin, non significa esserne portatori di lodi e non significa vedere in Putin una sorta di novello Lenin. Posto che, alla luce delle dichiarazioni pubbliche, il leader russo pare essere di gran lunga il più moderato di altri cosiddetti falchi russi, non servirebbe neanche puntualizzare che pensare alla Russia come un paese anche vagamente socialista sarebbe un esercizio assurdo oltre che pericoloso. A maggior ragione, alla luce di quanto denunciato dal segretario Gennady Zyuganov che si vede censurato pur rappresentando la seconda forza politica in parlamento, il monito è sempre lo stesso: non cadere nella trappola della polarizzazione. Così come non cedere all’immenso fascino esercitato dalla restaurazione dei nostri simboli durante i recenti scontri armati, ricordandosi di tirare una linea di demarcazione netta tra la lotta di classe e la nostalgia. Né cedere a quella che purtroppo, per certi tratti, appare una strumentalizzazione della grande guerra patriottica, che è la motivazione bellica ideologica (parallela a quella economica entrambe necessarie in ogni guerra) fornita indirettamente in un piatto d’argento dagli StatiUniti con la testa di ponte ucraina, condizionata dalle drammatiche politiche nazionaliste che segnano il passo e dimostrano quanto il capitale statunitense sia oggi un animale ferito e rabbioso. Quella del governo di Putin è un’operazione per serrare le fila del popolo russo, rivendicare le conquiste storiche e stringersi intorno alla propria classe dirigente in un momento critico, un’operazione che però sembra essere indirizzata anche oltre “cortina di ferro”. Non dimentichiamoci che proprio quei mass-media spinti da logiche capitaliste sono, prima ancora che dei divulgatori, i creatori su vasta scala di questo particolare sentimento, quasi del tutto sconosciuto fino alla modernità e che oggi è diventato pervasivo e ingombrante: la nostalgia, manipolata da un secolo di cinema e mezzo secolo di televisione per riempire quel vuoto immenso di valori che si è portato via il regime consumistico degli ultimi 20 anni.

Questa operazione capiamo bene sia anche funzionale per le sorti del conflitto e per la sua buona riuscita, così come non mettiamo in dubbio l’intelligenza del popolo russo nel riconoscere la sottile linea rossa che divide il significato storico patriottico della falce e martello dal significato politico, teorico e soprattutto pratico. Così come non mettiamo in dubbio che agitare il vessillo rosso provoca il terrore, non ironicamente, negli occhi dei padroni dell’ordine unipolare. Ciò detto però, è bene essere consapevoli che questa operazione di comunicazione da parte del governo di Putin, corroborata dalle contraddizioni della politica interna russa che non scopriamo certo ora, non è troppo dissimile dal cosiddetto “greenwashing“: la strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva, in questo caso, sotto il profilo dell’impatto capitalista piuttosto che ambientale. La denuncia del segretario Zyuganov è lì a ricordarcelo.

Inoltre, i compagni del Partito Comunista della Federazione Russa ci hanno provato con la recente proposta di restaurare come bandiera nazionale di Russia quella che fu dell’Unione Sovietica. Questa, che ai più è sembrata solo una nota di colore, è stata una mozione presentata con il solo scopo di legittimare l’inclusione dei territori del Donbass perché la zona originariamente, prima della dissoluzione, era sotto il controllo politico dell’URSS; il Donbass ne è stato sottratto ingiustamente, tenendo conto dei confini amministrativi voluti da Lenin (per bilanciare il PIL dell’Ucraina grazie alle industrie di carbone) e non quelli politici che appunto comprendevano il Donbass nell’Unione Sovietica. La mozione ha un valore politico provocatorio perché in contrasto con l’idea che si sta facendo largo che vede la Russia approfittare degli attuali rapporti di forza bellici per voler espandersi sulla linea sud, che va dalla Crimea fino ad Odessa per ricongiungersi alla Transinistria, a ragione o a torto, molto ben oltre il Donbass. Questi territori erano di fatto originari della RSS Ucraina e non dell’URSS, l’azione del Partito Comunista nella proposta della bandiera è un tentativo di rimarcare l’approvazione dell’operazione speciale e l’annessione dei territori limitatamente al Donbass e le repubbliche popolari che hanno subito l’aggressione ucraina dal 2014. La Russia ha di recente lamentato atti terroristici di intimidazione in Transinistria contro la popolazione russofona e denunciato il tentativo di un probabile attacco ad un arsenale sovietico di enormi dimensioni (in realtà è molto più modesto di quanto fatto credere), la paternità di questi atti terroristici non è ancora stata chiarita a fondo, ma chiunque capisce che il pretesto, che in questo caso si regge su episodi deboli rispetto la crisi in Donbass, fornisce l’occasione alla Russia per prendersi tutto lo sbocco sul mare (stiamo imparando a conoscere quanto sia strategico per un paese considerato il granaio europeo) e isolando ciò che rimarrà dell’Ucraina. A ciò si aggiunge anche l’Isola dei Serpenti, conquistata fin da subito dalla marina russa e rivendicata di recente dalle forze Ucraine che poi si è rivelata una fake news. L’isola è un piccolissimo lembo di terra a 35km dalla costa Ucraina, di enorme importanza strategica per il controllo delle rotte navali (e fin qui si potrebbe giustificare una presa temporanea per motivi bellici), ma soprattutto perché ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale scoperti negli anni ottanta, così importanti tanto da generare un contenzioso tra Ucraina e Romania risolto in favore dei primi solo nel 2009. Va detto che l’annessione de facto di questi territori è un po’ diverso dagli obbiettivi inizialmente posti limitatamente al riconoscimento del Donbass, la demilitarizzazione dell’Ucraina e la denazificazione. Aggiungiamo che senz’altro si è arrivati a questo scenario anche con la complicità di Stati Uniti e Nato e la loro ostinazione bellicista sulla pelle del popolo ucraino, prima influenzando la condotta riguardo agli accordi di Minsk palesemente violati e successivamente negando ogni accordo a operazione speciale russa inziata.

Non è imprudente immaginarsi che la tenuta di un paese come la Russia, in questo momento, passi anche da un patto tra l’oligarchia e la politica; due entità che non parrebbero l’una subordinata alla seconda come invece avviene palesemente in occidente (nella fattispecie nel nostro paese). Il governo di Putin in questo momento sta raccogliendo i frutti politici dell’operazione speciale, il largo consenso della popolazione ad una campagna bellica che pare procedere come sperato, in aggiuta portata avanti per lo più con un vecchio arsenale di epoca sovietica (solo qualche giorno fa si sono visti una decina di carriarmato di ultima generazione) e un conseguente e cospicuo riarmo dovuto al bottino in armi ottenuto sul campo di battaglia sottratto alle forze ucraine (comprese moderne armi NATO). E si può dire lo stesso per le cosiddette oligarchie: in primis l’Europa ha completamente perso la guerra del gas accettando lo schema per il pagamento in rubli proposto dalla Russia, che allo stesso tempo ha aumentato le esportazioni verso i paesi alleati del BRICS (Cina e India in testa); questo, dopo un momento di stallo dovuto alla speculazione delle sanzioni occidentali, ha dato linfa alla moneta nazionale russa che sta letteralmente galoppando, i dati sulla bilancia commerciale russa sono straordinarie ed inequivocabili, se pur probabilmente temporanei. Infine a conflitto concluso, molte società russe potranno essere coinvolte alla ricostruzione dei territori che verranno annessi, in un modo o nell’altro, sotto l’influenza russa o nella Russia stessa; questo vale anche per le risorse che vi si trovano. In soldoni: le società che mettono le mani su questo tesoretto ricavato dalla guerra non sono pubbliche e purtroppo non garantiranno una redistribuzione al popolo russo come ci piacerebbe che accadesse per il benessere dei cittadini. Pur non negando l’attacco subito dalla Russia messa spalle al muro dalla mano statunitense in un processo che si è voluto e preparato negando di proposito la diplomazia per quasi 10 anni, avere un paese strategico al centro dell’Europa come l’Ucraina, in uno stato di coma economico finanziario a causa del procrastinarsi della guerra, con la possibilità di provocare una metastasi di instabilità (con le conseguenze tragiche sulla catena di approvvigionamento alimentare che pagheranno i popoli più esposti), è uno scenario che torna utile senz’altro agli Stati Uniti (con la rottura del complesso industriale tedesco non più legato a Mosca), ma anche alla Russia che si troverà come cuscinetto non più l’Unione Europea, ma decine di schegge impazzite e la possibilità di allargare la propria sfera di influenza.

Se la Russia di Putin è sotto minaccia, noi siamo ormai supini al giogo statunitense di Unione Europea e NATO, con la complicità della borghesia europea e una classe politica intaccabile quanto inetta, abbiamo un problema molto più grande e non lo si risolve facendo l’occhiolino a Putin, ma formulando una politica che non si faccia trasportare dal vento dell’emotività o della morale, orientata ai nostri bisogni, primo tra tutti la descalation e la pace tra i popoli. Il nostro obbiettivo è una Italia neutrale autodeterminata, che non è subordinata ad uno o l’altro volere potenzialmente imperialista, ma tiene uguali rapporti sullo stesso piano. Una Italia che conduce il tavolo delle trattative diplomatiche, un ruolo che coincide perfettamente con la nostra tradizione.

Con tutti i presupposti pacifici possibili è evidente che davanti ad un tentativo del genere, il potere costituito riverserà tutta il suo potenziale violento per detonare il dissenso e il furor di popolo. Non abbiamo idea del nemico che abbiamo in casa, farsi intrigare da questo o quello subendo il fascino esterofilo certo non aiuta, è la nostra dignità di popolo che dobbiamo recupere. Il richiamo all’analisi e a non cedere alla polarizzazione è d’obbligo, ma è anche un’enorme prova di forza alla quale il popolo italiano si presenta con un grosso deficit da colmare ed un vuoto da riempire. Questa tendenza alla polarizzazione becera, che indirettamente soffia sul fuoco dell’escalation, è altresì stimolata dai cosiddetti social appartenenti agli Stati Uniti, dove l’opera di comunicazione politica rimane limitata ad un consumo di dati e lascia troppo spesso spazio al retaggio culturale imposto dal capitale, dove rischiano di trovare linfa vitale desideri di riscatto di una esistenza tradita che trova sfogo in modo reazionario. Appare evidente che i social sono le vere armi di distruzione delle masse, quelle che dovremmo temere, che oltre a soddisfare l’obbiettivo della divisione in individui sono una potentissima macchina di profitto alimentata dai cittadini e che da luogo ad un binomio micidiale. Di questi meccanismi se ne serve il capitale e non fa differenza la bandiera sotto la quale opera.