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DEMOCRAZIE E IMPERIALISMO SONO INCOMPATIBILI

Eccellente post di Nevio Gambula, attore e commediografo.

 

Amo viaggiare, ed ho viaggiato tanto (e viaggerò ancora). Di ogni paese ricordo tutto, il paesaggio, le città, gli incontri; dall’Ecuador agli Emirati Arabi, ricordo ogni singola persona con cui ho conversato. Il mondo, anche quello che non ho visto, è ricco di significati, differenziato in quanto a culture, variegato; eppure, in ogni luogo ho incontrato un’unica specie, interessante e bella. Nel mondo può darsi che tutto complotti contro di essa, ma essa è, in fondo, un’unica magnificenza. È per questo che non riuscirò mai ad abituarmi al pensiero che esista l’imperialismo. Nulla è più insensato della volontà di una parte della specie umana di dominarne un’altra.
Ma l’imperialismo esiste, fa parte della storia attuale dell’umanità. I suoi sforzi sono chiari: così come in passato, con rinnovata tecnologia, mira a un unico scopo, a guadagnare e possedere, cioè a sottrarre qualcosa a una parte dell’umanità a vantaggio di un’altra, più potente economicamente e meglio armata. Tutta l’umanità è corrotta da esso, tutto il mondo sta sotto il suo dominio. È pura ipocrisia negarne l’esistenza, o anche nominarlo solo in relazione alle azioni di paesi autocratici e mai per le politiche di paesi che fanno parte di quell’insieme variegato che chiamiamo Occidente. In realtà, la lacerazione è più profonda quando la vocazione imperiale appartiene a paesi che fanno professione di valori universali, giacché non esiste dimensione più distante dalla libertà e dalla democrazia dell’imperialismo.
L’umanità rimane una, benché la sua esistenza si moltiplichi in forme diverse; ma il suo destino non è la sua unificazione, bensì la sua disgregazione ad opera di forze materiali che non riesce a controllare. L’imperialismo è, per così dire, l’ossatura tecnico-finanziaria di queste forze, il protagonista quasi assoluto della scena globale. La sua astuzia è tale da impedire alla democrazia di controllarlo e persino, talvolta, di spingerla a praticare in suo nome politiche di carattere sostanzialmente criminale, come se fossero il prezzo da pagare per mantenere in vita un intero sistema. L’aspetto sconcertante di questi paesi: che essi si comportano come le autocrazie che vogliono combattere, con le loro invasioni, e le loro guerre, e le loro violazioni del diritto internazionale, e i loro crimini contro l’umanità. Così, l’imperialismo diviene la più completa forma di negazione della democrazia.
Gli Stati Uniti, per esempio. Nulla è più terribile della stupida provocazione di questi giorni contro la Cina; d’improvviso l’umanità assiste, suo malgrado, all’apertura di un altro fronte di guerra, potenzialmente più catastrofico di quello in Ucraina. La mia sensazione è che nell’amministrazione americana ci siano forze che spingono per una guerra contro la Cina; stanno talmente tramando in quella direzione, facendo della Cina il simbolo di ogni male, che non avranno problemi a creare il casus belli. Si può davvero credere che lo facciano per difendere la democrazia? Un ingenuo può crederci, forse; ma chiunque abbia un minimo di conoscenze storiche, anche solo sommarie, arriverà presto a sospettare che si tratti di altro. Il significato più profondo del loro comportamento provocatorio sta nel fatto che gli Stati Uniti vogliono preservare la loro egemonia globale, e quella di Taiwan è un’area strategica fondamentale per il controllo del Pacifico. Imperialismo, nient’altro che imperialismo.
In molti dei paesi che ho visitato, anche in quelli più simili al nostro, la politica estera americana non gode di tante simpatie. In Ecuador, per esempio; ricordo la conversazione con un indio del luogo, a Cuenca. «C’è un punto in cui l’umanità dovrà dire basta», mi disse; «se non riuscirà a fermare la politica di potenza statunitense, non potrà che soccombere». Aveva ragione. Per l’umanità, non c’è niente di più pericoloso quanto la politica internazionale degli Stati Uniti; lavorano per affermare il loro egoismo di nazione, si adoperano per difendere i loro interessi, e perciò coltivano la destabilizzazione, l’ingerenza, la guerra. Di quante prove abbiamo ancora bisogno per ammetterlo?
Io amo molto della cultura americana, e adoro New York, che considero una delle città più belle al mondo. Non vi è alcun dubbio sul fatto che si tratti di un paese da cui dipende il destino del mondo, nel bene e nel male. Ricordo molto bene cosa mi disse l’addetto dell’agenzia di viaggi dove acquistai i biglietti aerei per andare a New York: «Gli Stati Uniti sono l’universo». Anche in questo caso, il mio interlocutore aveva ragione. Ma ogni universo ha i suoi buchi neri. Al di là di ciò che appare, e delle eccellenze che conservano comunque un aspetto progressista, c’è una società fondata sull’egoismo (l’interesse personale come misura di ogni successo) e sulla concorrenza (il fare di ogni cosa mercato e di ogni altro un nemico), e dunque sulla sopraffazione, sulla disgregazione sociale (e razziale), sulla diseguaglianza, sulla povertà – e sulla violenza, giacché gli Stati Uniti sono un paese dannatamente violento. A pensarci bene, c’è qualcosa di tremendo nella metafora degli Stati Uniti come “universo”. La sua universalizzazione riguarda il suo lato peggiore, quello che toglie respiro alle tendenze egualitarie dell’umanità. Ciò che gli Stati Uniti “esportano” principalmente non è l’eccellenza medica o tecnologica, bensì l’idea che i propri interessi di nazione debbano prevalere su quelli delle altre nazioni. In ciò sta la loro pericolosità, che è poi la pericolosità propria di ogni imperialismo: l’imposizione forzata della propria egemonia è la negazione più efficace, e perciò stesso spaventosa, delle aspirazioni di libertà e democrazia dei popoli.
Troppo piccolo è il mondo, e troppo fragile è la specie umana. Io continuo a pensare che l’umanità dovrebbe alimentare la propria vocazione alla condivisione e al rispetto delle differenze, per sviluppare qualcosa di diverso dalla politica di potenza e imperiale. Non è facile, tutt’altro. Ma è già qualcosa pensarci, pensare un’alternativa e liquidare, prima di tutto in se stessi, ciò che esprime tolleranza verso il lato peggiore della società occidentale. Si deve saper pensare, e dirlo a piena voce, che la democrazia è incompatibile con l’imperialismo.
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“IL MARE A PIETRALATA”. LIBRO DI POESIA DI CLAUDIO ORLANDI

Pubblico qui una serie di recensioni del libro dell’amico Claudio. Stamane mi ha mandato una poesia. Ne sono rimasto così impressionato che gli ho chiesto di darmi delle recensioni per il mio blog. Lui gentilissimo, e ora ho il piacere di pubblicarle. Come frammenti. Come deve essere la poesia. Buona lettura.

 

Il mare a Pietralata
25 settembre 2021
Recensione di Alessandro Hellman
Claudio Orlandi e l’altrove nel quotidiano Il mare a Pietralata: 30 anni di poesia in un libro Ha atteso 30 anni Claudio Orlandi, voce carismatica dei Pane, prima di affidare alle pagine di un libro le sue poesie e le sue liriche per canzone. “Il mare a Pietralata” offre un saggio della scrittura affilata, psicotica e visionaria dell’autore, capace di implacabile crudezza e inattese tenerezze, di desolazioni riarse e improvvise fioriture. Slegata dalle costrizioni di una narrazione sequenziale, e dunque aperta all’intuizione che crea squarci nel reale e scopre nervi e organi interni, quella di Orlandi è una poesia del presente e dell’altrove, messi in contatto dalla violenza eruttiva di un’emozione, una poesia di ferite aperte e lente guarigioni, di morte e resurrezione, in un universo in cui tutto è sensibile e tutto è possibile, anche il mare a Pietralata. Alessandro Hellmann – Settembre 2021

06 agosto 2021
Il Mare a Pietralata: la poesia esce dai laboratori
Ecco un libro diverso. Finalmente, mi verrebbe da dire. Personalmente, non ne posso più di: tanta poesia di laboratorio, clinica, nucleare, ingegneristica, linguistico-vegetativa; di tanti “geniali” rilievi geopoetici intorno all’assenza dello Spirito, il senso, il corpo (bastaaaaaaaa), ecc. ecc. ecc. ecc.. Ad ogni modo, ho avuto la fortuna di leggere questo “Mare a Pietralata” un mesetto fa e ne sono stato molto colpito.. Mi ha lasciato una strana sensazione di benessere, appagamento… a tratti mi sono sentito proprio bene. Potevo finalmente sentirmi un lettore deresponsabilizzato, privo di colpe. Sarà per il mare, mi viene da dire. E forse è così. Ma probabilmente la risposta sta nella particolare natura di questi testi, una natura che si potrebbe dire “vocale”: sono poesie che si (mi) lasciano ascoltare, sentire. Una “poesia buona”. Posso stare tranquillo. Nessuna urgenza di fare un mondo (per poi farne il senso e/o il nonsenso), mi basta accompagnarne l’apparire. Si entra nell’ascolto e si è contemporanei all’autore. Piccolo stupore: essere al lato dell’autore (un passo indietro chissà, ché la pagina è fina, ma taglia). Insomma, un’esperienza di lettura diversa, una specie di cerimonia, ecco, Cosa c`e in questo libro? Difficile da dire: poesia in circolo, in cerchio (o in un chiostro o un centro, privato, civile…), e il circolo di sé stesso, del proprio tempo, le parole della memoria, la disciplina dell’amore, della morte, riunioni di animali, pesci, alberi, mele, molte noci.., E canzoni chiaro (Orlandi è la voce – oltre cha autore dei testi – del gruppo Pane da moltissimi anni). Insomma, una bell’episodio editoriale questo libro, complimenti a TIC edizioni, La prima lettura è stata proprio un viaggio. La seconda poi si fa “ad occhi chiusi”. Tanto non ci si perde. Il mare è grande e orienta..

Recensione di M. Lodoli
23 luglio 2021
O dentro o fuori! Questa ormai sembra essere l’unica logica nel mondo dello spettacolo e dell’arte, una sorta di darwinismo spietato che lascia pochissimo spazio a quella che una volta si chiamava “cultura alternativa! Per chi ha successo ci sono come sempre tappeti rossi, interviste, contratti e applausi, mentre per chi rimane per scelta e vocazione fuori dal circo non c’è più neanche un briciolo di attenzione. Eppure esistono ancora artisti ostinati che poeticamente continuano a creare sul margine, senza pretendere nulla, orgogliosi della loro irriducibile diversità. Claudio Orlandi, voce del gruppo musicale “Pane”, è uno di questi perenni esiliati, quasi un reperto storico dell’underground romano. Per anni ha suonato e cantato in piccoli club, registrato dischi pressoché introvabili, prodotto musiche e testi a volte quasi irritanti per il loro anacronismo: e ancora tiene duro, ancora canta e suona e scrive. E ora pubblica un libro “Il mare a Pietralata”, che contiene i testi delle sue canzoni e molte poesie inedite. Scrive nella poesia “Lode al 211”(l’autobus): “Parte dal nulla/ osserva il secondo fiume di Roma/ ma forse il primo per inquinamento in Europa/ si innerva sulla via/ collega Nomentana e Tiburtina/ affronta buche ciclopiche/ per pochi spicci e pochi passeggeri/ tutti rigorosamente residenti a Pietroburgo./ Poi affoga nella Magna Tiburtina/ tra piccole forme umane di borghesia/ quindi in stazione/ dove il mondo sfreccia ad alta velocità/ E’ un eroe. Passa poco”. Ecco, una periferia romano-pietroburghese, abitata da anime pure e dimenticate, attratte dall’assoluto e divorate dalla miseria. “La grande poesia risiede al quinto piano”, scrive Orlandi, in palazzoni anonimi, mille miglia distanti dalle luci abbaglianti della fortuna e del successo. Quasi nessuno se ne accorge, nessuno ascolta: “Tutti si tengono a distanza da un cartello con su scritto/ attenzione si scivola” Marco Lodoli – La Repubblica, 21 giugno 2021.