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PROCESSO BOLOGNA, PROPAGANDA E RIFORME NELL’ISTRUZIONE PUBBLICA

Finalmente il blog si occupa dell’istruzione, o meglio, della sua distruzione, grazie al contributo di una cara amica. Ho sorelle e amiche insegnanti, amici che lavorano nella scuola come Ata o come bidelli, ho sempre ritenuto che l’istruzione, assieme alla sanità, fosse il caposaldo del salario sociale di classe e il cui smantellamento, iniziato negli anni novanta, ha portato un degrado pazzesco nel Paese. Un crimine contro le nuove generazioni. Qui una testimonianza.

Mirella Cané

Mio figlio ha 16 anni e il prossimo a.s. frequenterà il terzo anno di Liceo scientifico…. se il Liceo a cui è iscritto riuscirà a formare le terze classi, secondo le indicazioni del ministro dell’istruzione Bianchi, e cioè con il criterio di dividere e accorpare le classi per ridurne il numero totale, così da ridurre anche il personale docente e ATA. Gli studenti per classe devono essere almeno 28/30….

Alla luce di questo momento così “alto” nella strategia che il Ministero dell’istruzione (MIUR) ha adottato pensando alla formazione culturale di milioni di studenti, ci dobbiamo porre delle domande e comprendere perché – e quando – è iniziato il lavoro di smantellamento dell’organizzazione scolastica italiana, e che ha portato a minare le basi per la formazione e la cultura di milioni di ragazzi italiani.

La condizione critica in cui versa oggi l’istruzione in Italia parte da lontano, almeno dalla fine degli anni 90 del secolo scorso.

Possiamo identificare l’origine di questo processo da un incontro avvenuto a Bologna nel 1999, incontro promosso dai ministri della pubblica istruzione d’Italia, Germania, Francia e Regno Unito e che è stato chiamato il Processo di Bologna.

L’obiettivo ufficiale e propagandato era di realizzare uno Spazio di formazione comune europeo o Spazio d’educazione Europeo entro il 2025, che uniformasse i titoli di studio tra i diversi paesi europei, che permettesse il libero movimento all’interno della comunità europea di insegnanti e studenti del mondo accademico e dell’istruzione superiore al fine di trovare più facilmente lavoro all’interno del mercato comune europeo.

Ricordo quel periodo: negli anni Novanta ero studentessa della facoltà di Scienze Politiche dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, mi sono laureata e mi sono rimaste impresse le immagini, trasmesse dalla televisione, del crollo del muro di Berlino e del mondo sovietico, oltre che dei bombardamenti della Nato su Belgrado e su Baghdad, e ricordo come i politici italiani (in primis Romano Prodi, mio concittadino, oltre che titolare di una cattedra nella Facoltà di Scienze Politiche, ma assente giustificato perchè impegnato nel processo di eropeizzazione forzata dell’Italia.

Politici e media in quel periodo proclamavano i valori europeisti come l’abbattimento delle frontiere, la libera circolazione di uomini e merci nel vecchio continente, l’introduzione della moneta unica europea, la divisione del lavoro a livello europeo e mondiale, insomma stavano dando vita e forma al nuovo mondo politico economico e finanziario noto ora con il nome di globalizzazione ed io non me ne stavo accorgendo….

Il Processo di Bologna fu un evento di portata storica, che segna una “rivoluzione” e stravolge il sistema della pubblica istruzione in Italia, nei contenuti dei programmi di studio, nelle finalità pedagogiche e di formazione culturale e professionale del sistema scolastico italiano. Questa “rivoluzione” riguarda tutto l’ordinamento scolastico, ma investe soprattutto la formazione universitaria e quella secondaria di secondo grado.

Da questo momento si susseguono una serie di riforme che tendono all’applicazione delle linee guida formulate dal Processo di Bologna, ma sviluppate e articolate anno dopo anno, incontro dopo incontro, tra i paesi membri di questo Processo, che crescono di numero, e ogni volta si incontrano in città diverse, in nazioni diverse, e ogni volta aggiungono nuove linee guida che gli Stati aderenti sono invitati a seguire per realizzare gli obiettivi prefissati. Per inciso, oggi i paesi aderenti sono quasi 50. Ne citiamo alcuni, giusto per assaporare l’eterogeneità o il globalismo del Processo: oltre ai Paesi promotori Francia, Regno Unito, Germania e Italia, si sono aggiunti via via, Montenegro, Ucraina, Moldavia, Azerbaigian, Paesi baltici, Paesi dell’est Europa, etc. etc… Ne faceva parte anche la Federazione Russa che ha annunciato il suo ritiro nell’Aprile 2022.

Quali sono state le tappe attraverso cui i vari governi italiani che si sono succeduti negli ultimi 20 anni sono riusciti a raggiungere gli obiettivi imposti e condivisi con la classe politica europea globalista

  • 1997 Si parte con la riforma del ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer, quello che è stato pioniere del Processo di Bologna del 1999. Questa riforma non è mai stata attuata per questioni di crisi di governo, ma di fatto rappresenta lo spartiacque ideologico nella formazione scolastica italiana. Berlinguer annulla il principio fondamentale su cui poggiava il sistema formativo italiano fino a quel momento, l’esistenza cioè di due percorsi: il processo di formazione culturale e quello di formazione professionale. La riforma Berlinguer riguarda soprattutto l’università, vennero riformati i corsi di studio universitari, con l’introduzione del “sistema del 3+2” ovvero la creazione della laurea triennalee della laurea specialistica. Altre novità che vengono introdotte nel sistema e che resteranno: il credito formativo, l’esame di maturità riformato e l’introduzione del voto in centesimi
  • 2003 Riforma Moratti che, con alcune aggiunte, integrazioni e modifiche della successiva riforma Gelmini (2008) rappresenta l’ordinamento scolastico italiano tuttora attivo. Si è trattato di una riforma completa, dalla scuola d’infanzia all’università ma, l’elemento secondo me fondamentale, riguarda la riforma dei programmi ministeriali, che subiscono un cambiamento drastico per quanto riguarda lo studio delle discipline storia, geografia, scienze.

Ritengo fondamentale soffermarmi su questo punto. Vediamo il programma di storia nella scuola primaria ad esempio:

1 anno: Avviamento alla disciplina

2 anno: Concezione del tempo in generale e del proprio

3 anno: Studio dalla Preistoria alla scoperta della scrittura

4 anno: Studio delle civiltà antiche

5 anno: Studio della civiltà greca, dei popoli italici, della civiltà romana

 

Mio figlio, cioè, terminato il secondo anno di Liceo, a 16 anni è arrivato ai Romani, da quando ha iniziato la scuola a 6 anni ha studiato sempre e soltanto i Sumeri, gli antichi popoli della Mesopotamia, l’Antico Egitto, l’Antica Grecia e l’Impero Romano. Dai titoli di testo della terza Liceo si evince che arriverà fino al Medioevo…. Non sono a conoscenza dell’obiettivo per l’ultimo anno di Liceo, staremo a vedere…

  • Altre importanti novità introdotte dalla Moratti e che sono ormai “patrimonio” della struttura organizzativa della scuola italiana:
  • Abolizione del tempo prolungato, sia per la scuola primaria che la scuola secondaria di primo grado
  • Introduzione dell’alternanza scuola – lavoro nella scuola secondaria

 

  • 2008 Riforma Gelmini:

 

 

 

Da wikipedia; 12/7/2022 “Autonomia finanziaria e didattica, processo di Bologna e seguente riforma del 3+2, percorso a ipsilon, legge 270, riforma Gelmini nelle sua varie forme: dietro a queste denominazioni neutre si nascondono privatizzazione dell’università, tagli selvaggi al finanziamento statale, aumento delle tasse studentesche, smantellamento del diritto allo studio, blocchi agli accessi ai diversi livelli di laurea, svilimento della didattica.”

 

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DEMOCRAZIE E IMPERIALISMO SONO INCOMPATIBILI

Eccellente post di Nevio Gambula, attore e commediografo.

 

Amo viaggiare, ed ho viaggiato tanto (e viaggerò ancora). Di ogni paese ricordo tutto, il paesaggio, le città, gli incontri; dall’Ecuador agli Emirati Arabi, ricordo ogni singola persona con cui ho conversato. Il mondo, anche quello che non ho visto, è ricco di significati, differenziato in quanto a culture, variegato; eppure, in ogni luogo ho incontrato un’unica specie, interessante e bella. Nel mondo può darsi che tutto complotti contro di essa, ma essa è, in fondo, un’unica magnificenza. È per questo che non riuscirò mai ad abituarmi al pensiero che esista l’imperialismo. Nulla è più insensato della volontà di una parte della specie umana di dominarne un’altra.
Ma l’imperialismo esiste, fa parte della storia attuale dell’umanità. I suoi sforzi sono chiari: così come in passato, con rinnovata tecnologia, mira a un unico scopo, a guadagnare e possedere, cioè a sottrarre qualcosa a una parte dell’umanità a vantaggio di un’altra, più potente economicamente e meglio armata. Tutta l’umanità è corrotta da esso, tutto il mondo sta sotto il suo dominio. È pura ipocrisia negarne l’esistenza, o anche nominarlo solo in relazione alle azioni di paesi autocratici e mai per le politiche di paesi che fanno parte di quell’insieme variegato che chiamiamo Occidente. In realtà, la lacerazione è più profonda quando la vocazione imperiale appartiene a paesi che fanno professione di valori universali, giacché non esiste dimensione più distante dalla libertà e dalla democrazia dell’imperialismo.
L’umanità rimane una, benché la sua esistenza si moltiplichi in forme diverse; ma il suo destino non è la sua unificazione, bensì la sua disgregazione ad opera di forze materiali che non riesce a controllare. L’imperialismo è, per così dire, l’ossatura tecnico-finanziaria di queste forze, il protagonista quasi assoluto della scena globale. La sua astuzia è tale da impedire alla democrazia di controllarlo e persino, talvolta, di spingerla a praticare in suo nome politiche di carattere sostanzialmente criminale, come se fossero il prezzo da pagare per mantenere in vita un intero sistema. L’aspetto sconcertante di questi paesi: che essi si comportano come le autocrazie che vogliono combattere, con le loro invasioni, e le loro guerre, e le loro violazioni del diritto internazionale, e i loro crimini contro l’umanità. Così, l’imperialismo diviene la più completa forma di negazione della democrazia.
Gli Stati Uniti, per esempio. Nulla è più terribile della stupida provocazione di questi giorni contro la Cina; d’improvviso l’umanità assiste, suo malgrado, all’apertura di un altro fronte di guerra, potenzialmente più catastrofico di quello in Ucraina. La mia sensazione è che nell’amministrazione americana ci siano forze che spingono per una guerra contro la Cina; stanno talmente tramando in quella direzione, facendo della Cina il simbolo di ogni male, che non avranno problemi a creare il casus belli. Si può davvero credere che lo facciano per difendere la democrazia? Un ingenuo può crederci, forse; ma chiunque abbia un minimo di conoscenze storiche, anche solo sommarie, arriverà presto a sospettare che si tratti di altro. Il significato più profondo del loro comportamento provocatorio sta nel fatto che gli Stati Uniti vogliono preservare la loro egemonia globale, e quella di Taiwan è un’area strategica fondamentale per il controllo del Pacifico. Imperialismo, nient’altro che imperialismo.
In molti dei paesi che ho visitato, anche in quelli più simili al nostro, la politica estera americana non gode di tante simpatie. In Ecuador, per esempio; ricordo la conversazione con un indio del luogo, a Cuenca. «C’è un punto in cui l’umanità dovrà dire basta», mi disse; «se non riuscirà a fermare la politica di potenza statunitense, non potrà che soccombere». Aveva ragione. Per l’umanità, non c’è niente di più pericoloso quanto la politica internazionale degli Stati Uniti; lavorano per affermare il loro egoismo di nazione, si adoperano per difendere i loro interessi, e perciò coltivano la destabilizzazione, l’ingerenza, la guerra. Di quante prove abbiamo ancora bisogno per ammetterlo?
Io amo molto della cultura americana, e adoro New York, che considero una delle città più belle al mondo. Non vi è alcun dubbio sul fatto che si tratti di un paese da cui dipende il destino del mondo, nel bene e nel male. Ricordo molto bene cosa mi disse l’addetto dell’agenzia di viaggi dove acquistai i biglietti aerei per andare a New York: «Gli Stati Uniti sono l’universo». Anche in questo caso, il mio interlocutore aveva ragione. Ma ogni universo ha i suoi buchi neri. Al di là di ciò che appare, e delle eccellenze che conservano comunque un aspetto progressista, c’è una società fondata sull’egoismo (l’interesse personale come misura di ogni successo) e sulla concorrenza (il fare di ogni cosa mercato e di ogni altro un nemico), e dunque sulla sopraffazione, sulla disgregazione sociale (e razziale), sulla diseguaglianza, sulla povertà – e sulla violenza, giacché gli Stati Uniti sono un paese dannatamente violento. A pensarci bene, c’è qualcosa di tremendo nella metafora degli Stati Uniti come “universo”. La sua universalizzazione riguarda il suo lato peggiore, quello che toglie respiro alle tendenze egualitarie dell’umanità. Ciò che gli Stati Uniti “esportano” principalmente non è l’eccellenza medica o tecnologica, bensì l’idea che i propri interessi di nazione debbano prevalere su quelli delle altre nazioni. In ciò sta la loro pericolosità, che è poi la pericolosità propria di ogni imperialismo: l’imposizione forzata della propria egemonia è la negazione più efficace, e perciò stesso spaventosa, delle aspirazioni di libertà e democrazia dei popoli.
Troppo piccolo è il mondo, e troppo fragile è la specie umana. Io continuo a pensare che l’umanità dovrebbe alimentare la propria vocazione alla condivisione e al rispetto delle differenze, per sviluppare qualcosa di diverso dalla politica di potenza e imperiale. Non è facile, tutt’altro. Ma è già qualcosa pensarci, pensare un’alternativa e liquidare, prima di tutto in se stessi, ciò che esprime tolleranza verso il lato peggiore della società occidentale. Si deve saper pensare, e dirlo a piena voce, che la democrazia è incompatibile con l’imperialismo.
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“IL MARE A PIETRALATA”. LIBRO DI POESIA DI CLAUDIO ORLANDI

Pubblico qui una serie di recensioni del libro dell’amico Claudio. Stamane mi ha mandato una poesia. Ne sono rimasto così impressionato che gli ho chiesto di darmi delle recensioni per il mio blog. Lui gentilissimo, e ora ho il piacere di pubblicarle. Come frammenti. Come deve essere la poesia. Buona lettura.

 

Il mare a Pietralata
25 settembre 2021
Recensione di Alessandro Hellman
Claudio Orlandi e l’altrove nel quotidiano Il mare a Pietralata: 30 anni di poesia in un libro Ha atteso 30 anni Claudio Orlandi, voce carismatica dei Pane, prima di affidare alle pagine di un libro le sue poesie e le sue liriche per canzone. “Il mare a Pietralata” offre un saggio della scrittura affilata, psicotica e visionaria dell’autore, capace di implacabile crudezza e inattese tenerezze, di desolazioni riarse e improvvise fioriture. Slegata dalle costrizioni di una narrazione sequenziale, e dunque aperta all’intuizione che crea squarci nel reale e scopre nervi e organi interni, quella di Orlandi è una poesia del presente e dell’altrove, messi in contatto dalla violenza eruttiva di un’emozione, una poesia di ferite aperte e lente guarigioni, di morte e resurrezione, in un universo in cui tutto è sensibile e tutto è possibile, anche il mare a Pietralata. Alessandro Hellmann – Settembre 2021

06 agosto 2021
Il Mare a Pietralata: la poesia esce dai laboratori
Ecco un libro diverso. Finalmente, mi verrebbe da dire. Personalmente, non ne posso più di: tanta poesia di laboratorio, clinica, nucleare, ingegneristica, linguistico-vegetativa; di tanti “geniali” rilievi geopoetici intorno all’assenza dello Spirito, il senso, il corpo (bastaaaaaaaa), ecc. ecc. ecc. ecc.. Ad ogni modo, ho avuto la fortuna di leggere questo “Mare a Pietralata” un mesetto fa e ne sono stato molto colpito.. Mi ha lasciato una strana sensazione di benessere, appagamento… a tratti mi sono sentito proprio bene. Potevo finalmente sentirmi un lettore deresponsabilizzato, privo di colpe. Sarà per il mare, mi viene da dire. E forse è così. Ma probabilmente la risposta sta nella particolare natura di questi testi, una natura che si potrebbe dire “vocale”: sono poesie che si (mi) lasciano ascoltare, sentire. Una “poesia buona”. Posso stare tranquillo. Nessuna urgenza di fare un mondo (per poi farne il senso e/o il nonsenso), mi basta accompagnarne l’apparire. Si entra nell’ascolto e si è contemporanei all’autore. Piccolo stupore: essere al lato dell’autore (un passo indietro chissà, ché la pagina è fina, ma taglia). Insomma, un’esperienza di lettura diversa, una specie di cerimonia, ecco, Cosa c`e in questo libro? Difficile da dire: poesia in circolo, in cerchio (o in un chiostro o un centro, privato, civile…), e il circolo di sé stesso, del proprio tempo, le parole della memoria, la disciplina dell’amore, della morte, riunioni di animali, pesci, alberi, mele, molte noci.., E canzoni chiaro (Orlandi è la voce – oltre cha autore dei testi – del gruppo Pane da moltissimi anni). Insomma, una bell’episodio editoriale questo libro, complimenti a TIC edizioni, La prima lettura è stata proprio un viaggio. La seconda poi si fa “ad occhi chiusi”. Tanto non ci si perde. Il mare è grande e orienta..

Recensione di M. Lodoli
23 luglio 2021
O dentro o fuori! Questa ormai sembra essere l’unica logica nel mondo dello spettacolo e dell’arte, una sorta di darwinismo spietato che lascia pochissimo spazio a quella che una volta si chiamava “cultura alternativa! Per chi ha successo ci sono come sempre tappeti rossi, interviste, contratti e applausi, mentre per chi rimane per scelta e vocazione fuori dal circo non c’è più neanche un briciolo di attenzione. Eppure esistono ancora artisti ostinati che poeticamente continuano a creare sul margine, senza pretendere nulla, orgogliosi della loro irriducibile diversità. Claudio Orlandi, voce del gruppo musicale “Pane”, è uno di questi perenni esiliati, quasi un reperto storico dell’underground romano. Per anni ha suonato e cantato in piccoli club, registrato dischi pressoché introvabili, prodotto musiche e testi a volte quasi irritanti per il loro anacronismo: e ancora tiene duro, ancora canta e suona e scrive. E ora pubblica un libro “Il mare a Pietralata”, che contiene i testi delle sue canzoni e molte poesie inedite. Scrive nella poesia “Lode al 211”(l’autobus): “Parte dal nulla/ osserva il secondo fiume di Roma/ ma forse il primo per inquinamento in Europa/ si innerva sulla via/ collega Nomentana e Tiburtina/ affronta buche ciclopiche/ per pochi spicci e pochi passeggeri/ tutti rigorosamente residenti a Pietroburgo./ Poi affoga nella Magna Tiburtina/ tra piccole forme umane di borghesia/ quindi in stazione/ dove il mondo sfreccia ad alta velocità/ E’ un eroe. Passa poco”. Ecco, una periferia romano-pietroburghese, abitata da anime pure e dimenticate, attratte dall’assoluto e divorate dalla miseria. “La grande poesia risiede al quinto piano”, scrive Orlandi, in palazzoni anonimi, mille miglia distanti dalle luci abbaglianti della fortuna e del successo. Quasi nessuno se ne accorge, nessuno ascolta: “Tutti si tengono a distanza da un cartello con su scritto/ attenzione si scivola” Marco Lodoli – La Repubblica, 21 giugno 2021.

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IL DECLINO DELL’EUROPA NEL MONDO E IN ASIA

Vi sottopongo un articolo uscito il 20 luglio su Asia Nikkei, quotidiano giapponese, da parte di un analista di una merchant bank anglosassone. Non commento, dico solo di fare voi le considerazioni. Buona lettura.

Articolo di Asia Nikkei, quotidiano giapponese: “La discesa dell’Europa nell’irrilevanza in Asia
Le forze naturali che spostano il continente dalla regione sono sempre più potentiWilliam Bratton
20 luglio 2022 17:00 JST

l’Europa sta diventando nient’altro che un piccolo attore in Asia. ©
William Bratton è l’autore di “China’s Rise, Asia’s Decline”. In precedenza è stato a capo della ricerca azionaria Asia-Pacifico presso HSBC.

La rilevanza economica, finanziaria e politica dell’Europa in Asia è in rapida contrazione.

Nonostante tutta la spavalderia proveniente da tutta Europa, e dalla stessa Unione Europea, sulla necessità di mantenere l’influenza in Asia, la realtà è che le forze naturali che spostano l’influenza europea dalla regione sono sempre più potenti e radicate. L’Europa viene costantemente spostata ai margini della politica, dell’economia e della finanza asiatica, un processo che accelererà la balcanizzazione dell’economia globale.

In una certa misura, questa crescente irrilevanza è autoinflitta. In termini di panorama politico della regione, ad esempio, è ora dolorosamente ovvio che i leader europei ricevono pochissimi favori internamente per l’adozione o la promozione di un orizzonte internazionale oltre i confini del continente, come recentemente dimostrato nel Regno Unito. e Francia.

La defenestrazione non dignitosa del primo ministro britannico Johnson Boris e l’effettiva sterilizzazione del presidente Emmanuel Macron da parte dell’elettorato francese sono arrivate nonostante i tentativi di presentarsi come statisti globali che operano al di sopra della mischia della meschina politica interna. Sebbene ragioni molto diverse spieghino i fallimenti di entrambi gli uomini, il fatto che non siano riusciti a sfuggire alla brutale aspirazione delle priorità domestiche è un segnale di avvertimento per i paesi asiatici che guardano alle potenze europee come potenziali partner per la sicurezza.

Dopotutto, se è vero che gli elettori europei sono sempre stati di natura parrocchiale, questa caratteristica sembra essersi accentuata negli ultimi decenni.

Ciò deriva in primo luogo da un’opinione sempre più diffusa all’interno di numerosi circoli politici, in particolare a sinistra, secondo cui l’Europa non ha il diritto di affermarsi a livello globale date le complicazioni percepite e attuali della storia.

Emmanuel Macron, a sinistra, e Boris Johnson a Roma nell’ottobre 2021: Il fatto che non siano riusciti a sfuggire alla brutale aspirazione delle priorità domestiche è un segnale di avvertimento per i paesi asiatici che guardano alle potenze europee come potenziali partner per la sicurezza. © AP
Un altro fattore, forse più profondo, è che le questioni interne dell’Europa, sia sociali che economiche, sono ora così sostanziali da sopraffare qualsiasi aspirazione internazionale, in particolare quelle che soddisfano i bisogni di paesi lontani.

Infatti, anche se c’era un desiderio e una volontà fondamentali di svolgere un ruolo globale, anche in Asia, la scomoda realtà è che l’Europa non ha più la forza economica per sostenere la forza necessaria per esercitare tale rilevanza.

Non solo le economie europee oggi sono sotto stress, ma anche le loro prospettive si stanno deteriorando.

L’enfasi politica pervasiva sulla ridistribuzione della ricchezza invece che sulla creazione apparentemente di ricchezza ha portato a distorsioni strutturali che sono sia negative che aggravanti, con troppe risorse ora allocate allo stato e altre funzioni meno produttive. Di conseguenza, le economie della regione sono sempre più stagnanti, come dimostrano gli scarsi miglioramenti del prodotto interno lordo pro capite nell’ultimo decennio.

Questa ridotta performance economica ha, a sua volta, contribuito all’attuale pessimo stato delle capacità di difesa della regione. Quando i paesi europei hanno dovuto fare scelte difficili sull’allocazione di risorse sempre più scarse, la spesa per le forze armate e gli aiuti esteri si sono rivelati facili bersagli.

Nonostante l’entusiasmo per l’aumento degli stanziamenti per la difesa in risposta all’aggressione russa in Ucraina, questi affronteranno solo in parte il sottoinvestimento multidecennale nelle forze armate del continente. Non cambieranno materialmente la portata globale di questi eserciti, né la loro capacità di contribuire all’evoluzione dell’equilibrio di potere dell’Asia.

Ma mentre i suddetti fattori sono tutti interni all’Europa, lo spostamento della regione dall’Asia è anche determinato da cambiamenti naturali, sebbene drammatici e potenti, nella geografia dell’economia globale.

Nell’immediato periodo successivo alla Guerra Fredda, le economie dell’Europa occidentale rappresentavano un terzo del PIL mondiale. Oggi rappresentano meno di un quinto e nei prossimi cinque anni la loro quota diminuirà ulteriormente poiché l’economia globale continua a inclinarsi lontano dal continente.

Al contrario, il Fondo monetario internazionale prevede che l’economia cinese supererà quella dell’Europa occidentale nel 2023 e sarà più grande di quasi il 20% entro il 2027.

Dato questo relativo declino, non sorprende che l’importanza dell’Europa per il commercio mondiale, la finanza e l’innovazione tecnologica stia diminuendo. I paesi dell’Europa occidentale rappresentavano il 40% di tutto il commercio mondiale all’inizio del secolo, ma oggi solo il 30%, di cui la maggior parte è intraregionale.
Gli stessi paesi hanno generato quasi tre quarti degli investimenti diretti esteri globali in uscita nel 2000, ma solo il 28% nel 2021. E in termini di progresso tecnologico, la quota di brevetti globali concessi a entità europee è scesa da più di un quarto nel 2000 a meno di un quinto attualmente.

Questa perdita di influenza è particolarmente marcata in Asia. I paesi, le aziende e le istituzioni europee vengono emarginati, se non completamente esclusi, poiché i sistemi economici e finanziari, le dipendenze tecnologiche e le strutture politiche dell’Asia diventano tutti di natura più regionale e più incentrati sulla Cina.

Ciò è molto evidente nella rilevanza in declino dell’Europa come partner commerciale per i paesi asiatici. La sua quota nel commercio di merci dell’Asia orientale e sudorientale, esclusa la Cina, è diminuita di oltre un terzo negli ultimi due decenni, dal 16% a solo il 10%. E l’anno scorso, i paesi dell’Europa occidentale sono stati la destinazione di meno di un decimo delle esportazioni di Malesia, Singapore, Corea del Sud e Taiwan.

Né è solo il commercio in cui è evidente la crescente marginalizzazione economica dell’Europa in Asia. Nella finanza, ad esempio, le banche d’affari e commerciali europee stanno perdendo quote di mercato a favore di banche locali sempre più competitive e capaci. Allo stesso tempo, gli standard tecnologici e le dipendenze della regione sono ora definiti più dalle decisioni prese a Pechino che nelle capitali europee.

In breve, l’Europa non sta diventando altro che un piccolo attore in Asia. Alcuni in Europa potrebbero lamentarsi di questa perdita, ma questa dinamica è una funzione sia della politica interna europea sia delle forze inesorabili che stanno rimodellando l’economia globale dell’influenza. Nessuno di questi è probabile che venga interrotto o annullato.

Pertanto, i paesi asiatici che sperano che le nazioni europee possano fungere da contrappeso alla crescente potenza della Cina sono destinati a rimanere delusi. Forse ancora più importante, lo spostamento dell’Europa dall’Asia sarà la prima rottura sostanziale mentre il mondo si frammenta in tre distinti blocchi regionali economici e politici.

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RECENSIONE ALLA SECONDA EDIZIONE DEL LIBRO PIANO CONTRO MERCATO

Su consiglio di amici, a fine dicembre, grazie a mia moglie che cura sito e pagina telegram, ho aperto un canale su questo social. Per me era una  novità, abituato a facebook. Scrivendo per Lantidiplomatico, sono entrati circa 1300 lettori, molti giovani, molti sconosciuti, gran parte non presenti nella mia pagina facebook. E così ho un nuovo pubblico, ci lavoro molto, lo tengo aggiornato finché posso, dati i miei impegni di lavoro, ma devo dire che i contatti sono interessanti, mi arricchiscono. Certo ci sono divergenze, ma non blocco nessuno, li lascio parlare. Meglio dialogare anche duramente, su un social, che vedere tv. Un contatto ha preso la seconda edizione ed in due giorni ha divorato il libro. E’ calabrese e impiegato pubblico come me, coetaneo, come a dire che non tutto della mia generazione è perso. Ha fatto una recensione, che pubblico, altre verranno. Buona lettura.

 

“Piano Contro Mercato” il libro di Pasquale Cicalese giunto ormai alla seconda edizione, è un’opera da leggere, un must per comprendere le dinamiche degli equilibri socio politici economici internazionali che hanno interessato ed interessano anche e soprattutto l’Italia. Non conosco Pasquale di persona ma lo sto apprezzando per le sue idee per il suo impegno ed anche per il fatto che è calabrese come me della mia stessa età ed impiegato pubblico al mio pari. Credo che leggere il libro di Pasquale è importante e bisognerebbe far ripartire il paese basandosi sulle riflessioni che dai suoi scritti traspaiono e che si sono rivelate corrette ex post. Infatti Pasquale contrappone l’analisi delle teorie del libero mercato adottate nell’ovest del mondo a quelle della pianificazione statale (tipiche dei socialismi) ed adottate nell’est (Cina ad esempio) analizzando gli effetti sulle economie degli Stati. In alcuni punti del libro egli evidenzia come un mix di libero mercato e pianificazione con intervento dello stato, così come attuato in Italia dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni ’80 del secolo scorso, sia stata una combinazione favorevole per lo sviluppo dell’economia dello Stato e del benessere sociale. Questo concetto, di fatto, è stato copiato dalla Cina sin dagli inizi del nuovo secolo e non si può nascondere che sia stato un elemento di fondamentale importanza per la crescita di questa potenza mondiale che ancora molti credono non pienamente sviluppata. Spero che questo libro possa essere letto, magari anche in parte perché in ogni punto in cui si apre esiste un paragrafo pregno di concetti importanti, dicevo possa essere letto dalle nuove generazioni che poco conoscono delle dinamiche economiche italiane e mondiali, affinché possano consolidare una seppur minima coscienza economica oggi per prendere le opportune contromisure domani. Luigi Maria Pugliese.

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CINA, ITALIA, BRICS, MONDO MULTIPOLARE. INTERVISTA A FAUSTO SORINI

Ho già ospitato Fausto Sorini su questo blog con un suo intervento. Il più letto in assoluto. 4 settimane fa gli ho chiesto un’intervista, mi ha fatto attendere ma vi assicuro che ne è valsa la pena, come potete leggere. Fausto Sorini, dirigente Pci e Rifondazione poi, responsabile esteri del Pdci, decenni di relazioni con tanti paesi al mondo, in primis Urss e Cina, dice la sua sulla situazione attuale. Sono felice che me l’abbia concessa, voglio bene a Fausto, ogni tanto lo faccio penare, ma lui, uomo di mondo, si fa scivolare il tutto. E’ tramite lui, assieme a Vladimiro Giacchè, che ho avuto una lunga collaborazione con Marx 21. Molti di quei scritti fanno parte del libro Piano contro mercato. Fausto mi ha invitato come relatore diverse volte a convegni con accademici cinesi di cui sono tuttora molto orgoglioso. Non collaboro da un pò con Marx 21, ogni tanto mando materiali, ma il rapporto con Fausto non è mai venuto meno. Parla bene de Lantidiplomatico dove scrivo da anni, mi sostiene e mi aiuta. Un amico, insomma. Buona lettura.

1-Nell’intervista che ho concesso all’Antidiplomatico mi contesti il quadro che dò della Cina nel periodo denghista, vedendolo come un approccio sindacalese e non politico. La tua opinione della Cina di quel periodo qual’è?

 

Non ho detto “sindacalese”, ma troppo economicistico.

Esistono almeno due fasi della direzione di Deng. La prima è quella che inizia con le riforme annunciate nel 1978, che traggono la loro origine da una considerazione critica sul modello sovietico di statalizzazione integrale dell’economia. Un modello che in quegli anni sta producendo crisi e stagnazione, e che Deng considera comunque inadeguato per la Cina, che ha come primo problema quello della modernizzazione e dell’uscita dal sottosviluppo. Deng riprende, in un contesto diverso, il Lenin della Nep ed elabora un modello di lunga transizione in cui piano e mercato, pubblico e privato, devono coesistere e integrarsi proficuamente. Siamo in presenza di un approccio non meramente economicista, ma di una inedita teoria generale della transizione al socialismo.

Esiste poi una seconda fase della direzione di Deng, che segue alla crisi e poi al crollo dell’Unione Sovietica. Sono gli anni di Tienanmen, in cui anche la Cina rischia una forte destabilizzazione e persino un crollo del sistema. In questa fase Deng reagisce con ferma e necessaria durezza, riporta la situazione sotto il controllo del partito e  dello Stato e scoraggia ogni tentativo dell’imperialismo di far fare alla Cina la stessa fine dell’Urss. Seguono gli anni di Jang Zemin, che pone al centro l’esigenza di uno sviluppo economico accelerato, anche a costo di gravi squilibri economici e sociali tra regioni e gruppi sociali. Ma la ragione è sempre politica: solo se la Cina accelera la sua modernizzazione è in grado di far fronte alla crescente minaccia di un imperialismo reso più baldanzoso dal crollo dell’Urss.

Dopo Jang Zemin, che ottiene grandi successi in termini di sviluppo e crescita economica, verrà – dialetticamente e in modo complementare – la fase della direzione di Hu Jintao, caratterizzata da un grande sforzo di riduzione degli squilibri sociali e territoriali. Una fase oggi consolidata dalla direzione di Xi, ma che richiederebbe un’analisi a parte per la sua rilevanza.

In estrema sintesi: non siamo in presenza, dal 1978 a oggi, di scelte meramente economiciste, bensì dettate da una visione teorico-politica profonda della transizione al socialismo in un contesto internazionale in cui le minacce imperialiste alla sicurezza della Cina sono ancora molto forti; e che richiedono una economia forte e competitiva su scala mondiale, ancorchè orientata al socialismo.

 

 

2-La Cina basa tutto sul partito, sulle consultazioni dal basso che permettono di stare vicino alle richieste della popolazione e a mandare avanti i quadri solo per meriti e capacità. Finora questa è stata la sua forza, piaccia o meno agli occidentali. Nel futuro che prospettive vedi?

 

Credo che finchè la Cina si sentirà minacciata dall’imperialismo nella sua sicurezza e piena sovranità non allenterà il controllo anche istituzionale del partito sulla vita interna del Paese.  Un controllo che è politico, ideologico ma anche meritocratico (rossi ed esperti, diceva Mao). Ovvero: non vi sarà alcuno spazio politico per forze interne legate alle grandi potenze imperialiste, Stati Uniti in primo luogo.

Ritengo invece che vi sarà un graduale allargamento dello spazio politico e intellettuale per tutte le forze che si muove dentro il quadro e le compatibilità della Costituzione cinese, ivi compresi quegli 8 partiti che fanno parte del Fronte nazionale, e che non sono una finzione, come sa bene chi conosce la Cina in profondità.

Credo anche che vi sarà un allargamento di forme di consultazione interna ed esterna al partito, anche con candidature plurali, nella elezione dei gruppi dirigenti del partito e dello Stato: dal livello locale (dove esse sono operanti da molti anni), via via verso i livelli superiori.  Una sperimentazione del genere è in corso da anni in alcune situazione; e quando tale sperimentazione sarà conclusa, così come avvenne per le zone speciali, verranno avviate le relative generalizzazioni o estensioni su scala nazionale.

Questo non avverrà seguendo i criteri della democrazia liberale occidentale (e perchè mai dovrebbe, considerati i limiti crescenti e i processi degenerativi che la caratterizzano, a partire da un astensionismo che sfiora ormai il 50%?); esso avverrà sperimentando forme inedite di democrazia socialista che forse – se ragioniamo senza pregiudizi – hanno ed avranno qualcosa da insegnare anche a noi, che non abbiamo alcun diritto razionale di considerarci il migliore dei mondi possibili. Eè vero: la democrazia è un valore universale. Ma le sue forme concrete di attuazione sono storicamente determinate, e non ammettono modelli astratti e immutabili.

 

 

 

3-Si è passati dall’accordo della via della seta del 2019 al raffreddamento dei rapporti italo cinesi. Come ci vedono ora i cinesi e che sviluppi benefici per noi ci possono essere?

 

I dirigenti cinesi conoscono bene il nostro Paese, più di quanto noi conosciamo il loro. E sanno bene che il nostro è un popolo amante della pace e della cooperazione con tutti gli altri popoli e Paesi, indipendentemente dal loro sistema politico e sociale. I due governi Conte, soprattutto il primo, avevano manifestato una volontà significativa di ampliare la cooperazione con Russia e Cina, in sintonia con le aspirazioni largamente maggioritarie nel nostro popolo. E ciò aveva creato grosse e dichiarate inquietudini negli ambienti politici italiani (PD in testa), che hanno fatto della fedeltà euro-atlantica, prona ai voleri degli Usa, una vera e propria religione. Ciò ha portato alla crisi prima del Conte 1, poi del Conte 2, e all’ascesa di Draghi ad una premiership di tipo monarchico. Ciò ha portato anche ad una politica di crescente ostilizzazione verso Russia e Cina, accentuatasi in modo esponenziale con la crisi Ucraina e l’allineamento del governo italiano alla linea degli Usa e della Nato.

Ma i cinesi hanno una pazienza millenaristica, e sanno molto bene che alla lunga (e già i primi segni si avvertono) una linea come quella di Draghi, che non corrisponde alle aspirazioni della grande maggioranza del nostro popolo e agli interessi generali della nazione, verrà prima o poi superata e sostituita da posizioni più avanzate e collaborative. Nell’interesse reciproco di Cina e Italia. E’ solo una questione di tempo.

 

 

4-Il Pil dei Brics allargati ha ormai superato il Pil occidentale, a parità di potere d’acquisto. Che effetti avrà questo nel mondo multipolare e nelle relazioni internazionali?

 

Avrà un effetto dirompente. Se il secolo scorso è stato dominato dalla triade imperialista Usa, Ue, Giappone (che all’indomani della seconda guerra mondiale esprimevano oltre il 75% del PIL mondiale), il prossimo secolo (il 22°) vedrà l’affermarsi compiuto di un mondo multipolare in cui almeno i due terzi del PIL mondiale saranno espressi dai BRICS e dai paesi a loro affini. La principale potenza imperialista che la storia dell’umanità abbia mai espresso, gli Stati Uniti d’America, sarà solo solo dei principali poli del sistema mondiale.

Quello che stiamo vivendo in questo secolo è il processo di transizione da un mondo ad un altro.

Gli Stati Uniti cercano disperatamente di arrestare questo processo puntando sulla superiorità militare, sulla guerra o sulla minaccia di guerra, fino alla minaccia di una terza guerra mondiale. Ma il potenziale di ritorsione (nucleare e non) delle potenze che essi vorrebbero subalterne  (tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Iran…) è tale da scoraggiare avventure militari globali.

Naturalmente non si può escludere che, nonostante ciò, possa prevalere a Whashington un gruppo dirigente alla Stranamore, di tipo hitleriano, che possa portare l’umanità vicina all’autodistruzione. Nè si può escludere (non siamo deterministi) che l’Occidente capitalistico e imperialistico – che non è una tigre di carta – sia ancora in grado di produrre un salto scientifico e tecnologico (con relative applicazioni militari) capace di dotarlo, per una certa fase, di una superiorità strategica così grande e superiore all’attuale, tale da consentirgli di mettere in ginocchio o di ricattare pesantemente i suoi avversari, cercando pure di dividerli. Anche per questo è fondamentale che il progresso scientifico e tecnologico dei Paesi che aspirano ad un modo multipolare e di pace sia sempre in grado di tener testa e possibilmente superare quello dei fautori di guerra. Cina, Russia e India hanno fatto grandi progressi in questo campo, ma non ancora tali da considerare trascurabile il vantaggio che gli Stati Uniti conservano in alcuni campi, con le relative e inquietanti ricadute militari.

 

 

5-Ormai si è capito che l’asse russo cinese nonostante tutto è forte, gli Usa e l’Ue non ci stanno e attaccano sui due fronti, chi con sanzioni chi, al momento, con guerre commerciali. Come andrà a finire?

 

A questa domanda ho già risposto sostanzialmente nel punto precedente. Sarà un processo storico-politico lungo, con avanzamenti e arretramenti, come tutti i processi rivoluzionari. E non sarà un pranzo di gala. Noi in Italia, uomini e donne amanti della pace, dobbiamo fare la nostra parte, che in ambito internazionale può essere così riassunto: una collocazione dell’Italia per una politica di pace, cooperazione e sovranità a 360°.

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USA

USA, FILM DELL’ORRORE

Riporto qui di seguito le riflessioni di un amico sullo stato delle cose in Usa. Buona lettura.

I Tempi Moderni

Da quasi cinquantenne ho l’impressione di essere stato teletrasportato in un film …. Un bruttissimo film da cui si può apprendere, e sto apprendendo tantissimo.

Il film in cui sono stato catapultato è un film ideologicamente vissuto e scieneggiato Made in the USA….. Gli USA sono un aggregazione di stati allo sbando con un debito superiore ai 30.000 miliardi di dollari, un entità con scarso se non inesistente sistema produttivo, infiniti poveri non censiti tra i disoccupati che vivono in tendopoli di dimensioni impressionanti
https://youtu.be/44ukI1MpPMs , città sommerse da ogni tipo di droga il cui emblema è la città di Philadelphia… https://youtu.be/Mtbt315dzO8 … un sistema aritmeticamente fallito…. di contro sempre gli USA emergono per elevato numero di Miliardari che oggi si fanno chiamare filantropi i quali rappresentano il malsano sistema produttivo Americano fondato sulla produzione di Armi e oggi anche sulla dittatura sanitaria con sperimentazioni sugli esseri umani…. In generale sulla speculazione pura senza alcuna moralità e anche a discapito della perdita di milioni di vite umane.
La produzione di Armi ha sempre contraddistinto gli USA …. Tanta produzione deve essere smaltita e quindi si inizia a diffondere il mantra della democrazia a tutti i costi !!!!
https://youtu.be/mhuRBRzZpSQ.
In questo film diversamente dai film di guerra americani i buontemponi filantropi hanno pensato bene, da azionisti delle case farmaceutiche, di applicare agli esseri umani quanto già applicato con successo sui computer…. Un antivirus annuale!!!! Con il COVID ha fruttato alla sola Pfizer 97 Miliardi di euro.

Da anni i filantropi finanziano e promuovono un cambio etnico in Europa…. L’invasione continua… gli USA distruggono l’Africa e l’Africa si riversa in Europa.

Mi sono risvegliato di soprassalto da questo bruttissimo incubo e ho pensato….. devo, dobbiamo salvare i nostri figli da questi criminali seriali…. Occorre non girarsi dall’altra parte come se tutto ciò non ci toccasse…. La verità è che stanno distruggendo il futuro in nome del danaro..

Chi non si attiva è compiacente…

Per chi volesse approfondire le proprie conoscenze può visionare i video relativi sopra riportati.

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Italia

NEL DIFFERENZIALE INFLAZIONISTICO L’ITALIA ERODE QUOTE DI MERCATO NELL’EUROZONA

A gennaio feci un pezzo sul differenziale inflazionistico Cina- Usa-Europa, sostenendo che la bassa inflazione cinese, e prezzi alla produzione minori rispetto ai concorrenti, grazie all’ammasso durante la pandemia di materie prime allora con prezzo basso, avrebbe dato una chance forte al paese asiatico nel mercato mondiale. Poi è intervenuto il lockdown delle metropoli cinesi, finito in questi giorni, ma per prepararsi alla seconda parte dell’anno hanno varato misure fiscali per le Pmi dell’ordine di 400 miliardi. Ora però nessuno sta considerando l’inflazione nell’eurozona, in diversi paesi del Nord Europa è notevolmente più alta che in Italia. Ciò porterà, a meno che il paese leader la Germania voglia innescare una guerra del debito, il sistema produttivo italiano, dopo decenni, ad erodere quote di mercato nell’eurozona. Ma non solo: anche negli Usa, dove l’inflazione è pari all’8,9%, il sistema produttivo italiano si sta avvantaggiando. Certo, rispetto al resto del mondo la situazione si complica, ma la gran parte delle esportazioni italiane sono indirizzate nel blocco dell’eurozona e nel blocco nordamericano. Chiaro segno di questo la rilevazione ieri dell’Istat che ha portato il Pil del primo trimestre allo 0.1%, dunque la recessione si allontana nonostante la guerra. La ferocia con cui la classe dominante si arrocca nel blocco salariale italiano serve loro, come competitività di prezzo, a conquistare i mercati di questi due blocchi. I segni che si intravedono nel Nord Europa sono di crescita salariale, per cui, pensa il padronato, il differenziale inflazionistico italiano con l’eurozona si amplierà. Ciò porterà ad aumentare timidamente nei prossimi mesi il surplus delle partite correnti, o perlomeno a non riportarlo in territorio negativo. La stessa posizione finanziaria netta estera verrebbe difesa, ecco lo scudo di Visco. Il tasso di profitto delle imprese industriali si posizionerebbe a livelli medio-alti, inferiore agli scorsi anni ma pur sempre positivo. E’ grazie alla classe operaia che succederà questo, per la quale si pensa nuovamente a bonus e sostegni minimi fiscali governativi, per difendere la pace sociale. Ma la ciccia, la gran ciccia, se la prenderanno, attraverso il differenziale inflazionistico, gli industriali.  Così da 42 anni.

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Italia

NELLA FEROCIA DI CLASSE L’ITALIA E’ UNICA IN OCCIDENTE

Ieri, dopo aver ascoltato l’intervista che ho rilasciato a Lantidiplomatico, mi ha telefonato dall’Olanda un mio caro amico crotonese (siamo cresciuti assieme). Lui lavora in una fabbrica per conto di Bosch. Ricordavamo quando sedicenni siamo andati a lavorare in un ristorante, in cucina. Lui mi ricordava che in un mese prese 1 milione e sette e forse un milione e nove. A Crotone. Gli chiedo com’è il rapporto di lavoro in Olanda, lui mi dice che si intravvedono le prime crepe, soprattutto per il caro vita – alloggi (dove c’è stata una forte speculazione) e spese alimentari. Gli chiedo come viene vista da lui, che lavora in Olanda, l’Italia. Mi dice che nei rapporti di lavoro gli ricorda un pò il Terzo Mondo, prima al sud ma ora in ogni parte. Mi racconta di un suo amico salito su dopo aver lavorato in Sicilia in un ristorante, regolare, ma poi, al pagamento, dimezzato rispetto alla busta paga. Mi dice che tanti stanno emigrando, tanti ne incontra in Olanda, da noi rimangono per certi lavori i migranti che vengono presi in giro dagli imprenditori. Mi dice che tra poco l’Italia si svuoterà. La guerra di classe c’è in tutto l’Occidente, ma da noi è spietata, al limite del concetto di vita da vivere. Un’amica romana ieri mi ha mandato su whattupp un articolo da Dagospia (in realtà Repubblica) dove si sosteneva che le disuguaglianze da noi sono ai massimi livelli. Ho studiato il fascismo, soprattutto gli anni dal 1933 in poi (IRI). Negli anni venti il capitale era spietato come adesso, ma negli anni trenta timidamente l’economia era verso un nuovo assetto, bloccato dall’avventura bellica, di cui si riprese il modello nel dopoguerra. Ma un Bonomi non me lo sono mai ricordato, una Confindustria così feroce supera gli Anni Venti. Proprio come allora c’era una classe politica prona ad essa, essa stessa feroce. Mussolini solo nel 1933 si accorse che aveva a che fare con quelli che lui definì “coglioni”. E come allora, ora non ci pensano a fare investimenti per aumentare la produttività e fare il salto tecnologico, tutto si basa sullo schiavismo salariale, tranne alcune figure medio-alte. Molti hanno visto il grafico secondo cui in 30 anni i salari italiani, unicum in Ue, sono addirittura diminuiti, per non parlare dei salari reali. Elon Musk qualche giorno fa ha scritto che se continua così l’andamento demografico nostro, l’Italia scompare. Milioni emigrano all’estero, chi resta non può mettere su famiglia. Classe dominante, l’hai fatto tu quest’orrore. La storia un giorno ti chiederà un bilancio e un conto.

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Finanza

IN MERITO AI REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Pubblico qui di seguito un intervento di un lettore circa i referendum del 12 giugno sulla giustizia. Graditi commenti, critiche e condivisioni. Buona lettura.

“Chi scrive ha un’impostazione distaccata e lineare del problema giustizia in Italia: non sono iscritto, né milito in un qualsiasi partito politico, quindi, osservo e ragiono in modo autonomo, lontano da interessi di qualsiasi natura.

Il 12 giugno 2022 gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sui c.d. cinque referendum sulla “giustizia”.

L’elettore ha una grandissima difficoltà a comprendere (e quindi a decidere) il merito dei quesiti referendari e la portata di simili decisioni; sono numerose le segnalazioni in merito e, lascio ai siti istituzionali e agli organi d’informazione il doveroso chiarimento; a me interessa affrontare il nocciolo del problema “giustizia” nell’ottica dei referendum e in quella de iure condendo della c.d. “riforma Cartabia”; di seguito indico l’indirizzo della “Gazzetta Ufficiale” relativa alla legge delega L. n. 134/2021 in www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2021/10/04/237/sg/pdf

I quesiti referendari – tutti molto tecnici – verteranno su 1. La separazione delle carriere dei magistrati, 2. La riforma del Consiglio Superiore della magistratura, 3. La valutazione dei magistrati, 4. La custodia cautelare, 5. La legge Severino. Il testo dei quesiti si trova a questo indirizzo: https://dait.interno.gov.it/elezioni/speciale-referendum

Ricordo che l’istituto del referendum è previsto dalla Costituzione in vigore dal 1948 precisamente dall’art. 75, comma 1 che recita: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.”

Il 12 giugno 2022 gli italiani dovranno scegliere se abrogare parzialmente da una parte, la legislazione che regola le carriere dei magistrati (separazione e valutazione), l’organo di autogoverno dell’ordinamento giudiziario mentre i rimanenti due quesiti riguardano i limiti alla carcerazione preventiva e la legge c.d. “Severino” che determina l’automatismo dell’interdizione dai pubblici uffici di amministratori e sindaci, lasciando ai giudici la facoltà di decidere caso per caso.

I cinque referendum sulla giustizia sono stati promossi dalla Lega e dai Radicali ha con lo scopo specifico di fare-qualcosa-subito per la giustizia italiana, nella sua accezione più lata e vasta del termine.

Tutta, o almeno, una buona parte delle questioni espresse nei quesiti referendari sono oggetto di una riforma della giustizia, detta anche “riforma Cartabia”; questa proposta legislativa dovrebbe – almeno a detta dei suoi sostenitori – rendere inutili i quesiti referendari, ma al momento in cui scrivo, 29/5/2022, prevedo che sarà impossibile che detta riforma sia approvata; quindi, il 12 giugno occorre andare alle urne per dire ai quesiti referendari.

Chi scrive ha sottoscritto la richiesta dei referendum e, quindi, il 12 giugno 2022, andrò a votare Sì alla abrogazione delle leggi di cui ai quesiti referendari; tuttavia, sono scettico che, qualora si pervenisse al quorum elettorale (maggioranza del cinquanta per cento più uno), le cose cambierebbero per l’effetto dei referendum stessi.

In realtà, a mio parere, nemmeno la c.d. “riforma Cartabia” potrà cambiare a fondo e significativamente il sistema della giustizia in Italia per questi motivi.

  1. Il primo problema è seminale e strutturale, ossia come è stato concepito, sviluppato e istituito l’ordinamento giudiziario nella Costituzione stessa.
  2. Da ciò deriva la ragione occulta e manifesta della funzione giurisdizionale nel seno dell’intero ordinamento statale italiano; infatti, a ben guardare, l’ordinamento giudiziario italiano oltre alla funzione stessa immediata, quella della amministrazione della giustizia, ne possedeva un’altra più intima e mediata, quella di fornire una stabilità all’intero sistema costituzionale che, data la sua natura parlamentare, necessitava di un sostegno stabile e duraturo. Stessa cosa si dica della funzione del Presidente della Repubblica. È un dato di fatto che, nel corso degli ultimi trent’anni, in seguito al crollo del sistema dei partiti del 1992, gli unici organismi costituzionali che – senza entrare nel merito – hanno mantenuto una certa dose di stabilità sono la “magistratura” (in senso giornalistico) e il Presidente della Repubblica.
  3. Ciò detto sommariamente, si comprende che, anche gli auspicati esiti positivi dei referendum del 12 giugno, o della “riforma Cartabia” siano destinati a incidere marginalmente sullo stato di diritto in Italia.
  4. Forse l’unico intervento auspicato ed effettivo è quello che riguarda l’art. 274 del codice di procedura penale sulle misure cautelari: se vincesse il sarebbe eliminata l’ultima parte dell’art 274 cpp, ossia la possibilità -per i reati meno gravi- di motivare la misura cautelare (andare in prigione) per il pericolo di reiterazione del reato (ripetizione del reato) cosa che, purtroppo, di fatto, accade spesso per imporre –prima di una sentenza definitiva– una limitazione della libertà personale, determinando gravi distorsioni e un abuso dello strumento processuale nel caso in cui la persona non sia effettivamente pericolosa.
  5. I cinque quesiti referendari devono vincere il giorno 12 giugno perché sono una speranza di iniziare un processo lungo e complesso di revisione della Costituzione e dei codici vigenti (civile, penale e procedura civile e penale) che mettano l’Italia e gli italiani nel pieno del XXI secolo: la società italiana è totalmente differente da quella del 1/1/1948, data dell’entrata in vigore della Costituzione, e, di conseguenza, lo sono anche i giudici inquirenti e giudicanti. Solo un intervento complessivo e sistemico sulla Legge Fondamentale e, a caduta diretta sui codici, potrebbe cambiare davvero il sistema “giustizia”!

 

In sintesi e in conclusione: occorre votare il giorno 12 giugno; occorre una visione d’insieme e organica per affrontare la complessità dei tempi attuali; occorre agire senza condizionamenti alcuni, senza che “qualcuno-ce-lo-chieda” in nome di qualsiasi alto ideale o banale fandonia che sia; occorre essere liberi per alleviare (risolvere è un verbo per i teoremi che lascio ai matematici) le tensioni del vivere civile che – da sempre – sono fonte di scontro e che gli uomini s’illudono di definire con l’espressione amministrazione della giustizia.”

Avv. Mario Umberto Morini

Avvocato del Foro d’Isernia

Patrocinante in Cassazione