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LA GUERRA SI MANGIA IL SURPLUS ITALIANO

Iniziamo dal comunicato di oggi della Banca d’Italia sulla Bilancia dei Pagamenti: “Nei dodici mesi terminanti in marzo 2022 il surplus di conto corrente è stato pari a 27,2 miliardi di euro (l’1,5per cento del PIL), da 62,0 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Il calo è dovuto soprattutto alla contrazione dell’avanzo mercantile (36,2 miliardi, da 68,2), che continua a risentire del maggior deficit energetico, e al peggioramento del deficit nei servizi (-11,5, da -7,3). E’ rimasto invariato il saldo dei redditi primari (a 21,8 miliardi)mentre è migliorato quello dei redditi secondari (a -19,3 miliardi, da -20,7)”.

Dunque lo scorso anno avevamo un surplus delle partite correnti pari a 62 miliardi, frutto soprattutto dell’avanzo mercantile (differenza tra export e import). L’Italia negli ultimi anni, a prezzo di sacrifici, aveva raggiunto non solo il surplus ma anche una posizione finanziaria netta estera positiva (lo è attualmente, riferito a fine dicembre, ultimo dato, a 133 miliardi). Il mercantilismo adottato negli ultimi 30 anni dava il suo frutto alla classe dominante ed era l’altra faccia di bassi salari, flessibilizzazione e precarietà lavorativa, tagli di servizi, tagli alla spesa pubblica. Nel 1992 il Corriere della Sera titolava: “meno salari e pensioni, più export”, il desiderata di Guido Carli e di Mario Draghi, incessantemente portato avanti negli ultimi 30 anni da qualsivoglia governo. Così, con la crescita e il benessere alla popolazione sacrificati, la classe dominante si ritrovava co un surplus di parte corrente e tantissimi soldi, frutto di esportazioni e bassi salari, investiti nelle piazze finanziarie internazionali. Nasceva quel blocco del 20% della popolazione che, forte di 4500 miliardi di liquidità, moltissima investita all’estero, campava di rendita. Le vacanze, i locali e i ristoranti pieni, l’acquisto di beni di lusso erano frutto dei consumi di questa classe di rentier, spesso coincidente con l’imprenditore, che in questi decenni lesinava investimenti produttivi con la perdita di competitività tecnologica del Paese e bassa produttività totale dei fattori produttivi. Quest’ultima veniva vigliaccamente addossata alla forza lavoro, quasi fosse fannullona (gli impiegati pubblici da decenni vengono pubblicamente etichettati così). Negli ultimi 7 anni la posizione finanziaria netta estera, prima in pareggio, poi ampiamente positiva (si hanno più crediti che debiti nei rapporti con l’estero), dimostrava che la popolazione italiana viveva ampiamente sotto le sue possibilità, accontentata con il Rdc e con miseri bonus, quasi fossero elemosina. Ora con la guerra si ritorna indietro, il surplus più che si dimezza, cercheranno, come negli ultimi 30 anni, di farci stringere ancor più la cinghia per importare meno, consumare meno ed esportare di più. Per la gioia della rendita finanziaria. Questo il modello italiano degli ultimi 30 anni, che grida vendetta.

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INTRODUZIONE ALLA 2° EDIZIONE DEL LIBRO PIANO CONTRO MERCATO

Tra il 18 e il 20 maggio dovrebbe essere pubblicata la seconda edizione del mio libro Piano contro mercato, dopo i favori riscossi dalla prima edizione. Ora è in stampa, ci vorrà qualche giorno. Una volta pubblicato, il libro sarà disponibile presso Diest Distribuzioni (Diest Distribuzioni (diestlibri.com), acquistabile on line. Per il momento non ci sarà l’ebook, si vedrà in seguito. Nel libro racconto di Cina, Usa, Europa per raccontare chi eravamo noi, la nostra storia gloriosa passata. Mi farebbe piacere se commentasse su questa pagina l’introduzione al libro. Buona lettura.

Introduzione alla seconda edizione
Questa è la seconda edizione del libro “Piano contro Mercato”. Vorrei raccontare le sinergie storiche tra il nostro Paese e
la Cina, l’Italia della Prima Repubblica e la Cina di Xi. Nel corso
degli ultimi due anni alcune tesi hanno trovato conferma, altre
sono in fieri, ma il processo va avanti. Mentre noi smantellavamo i pilastri della Prima Repubblica, in primis i colossi pubblici
e il Welfare, i cinesi li edificavano. Il libro, come raccontato,
prende spunto da un concetto benjaminiano che trovai nel libro
“Parigi Capitale del XIX° secolo”. Questo libro è un’avventura.
Alla fine degli anni novanta era introvabile. Ne parlai con una
zia di mia moglie che viveva a Roma, napoletana, un cuore
grande di donna e molto spiritosa, come tutti i napoletani. Lei si
fece in quattro per cercarlo, girò tutta Roma ed infine lo trovò.
Lo lessi, il concetto era “Hausmanizzazione e lotta di barricata”,
hausmanizzazione dal barone architetto Hausmann che sventrò
i quartieri operai parigini in modo che non si organizzassero
più sommosse, appunto le lotte di barricata. Questo concetto
l’ho portato con me per anni, fino al libro, ed ancora oggi è
presente. Lo declinai da un punto di vista monetario, e da qui,
di classe. Siamo nel 2022, lo scenario appare lo stesso descritto
nella prima edizione del libro. Secondo la vulgata marxista, nel
corso degli ultimi 70 anni c’era la triade imperialista Usa-Europa-Giappone, che si spartivano le ricchezze mondiali attraverso
guerre imperialiste. Con l’ascesa di Mao nel 1949 arriva una no-
16
vità. Il suo Premier Chu En Lai ideò il “Quarto Polo” dei paesi
del terzo mondo, anche alternativo, dopo gli anni 50, all’Urss.
Il capo dell’esercito popolare di liberazione cinese Lin Biao fu
l’attuatore di questa tesi, tragicamente scomparso nei cieli mongoli nel 1971, probabilmente un attentato. L’idea fu bloccata
dopo la morte di Mao e il processo alla “Banda dei Quattro”,
che voleva proseguire la strategia terzomondista di Mao. Vinse
Deng, che nel 1978 si accordò con gli americani per fare arrivare
enormi investimenti industriali – cosa poi avvenuta – anche per
delocalizzare industrie americane che avevano a che fare con la
lotta di classe dei suoi operai in casa, e per allontanare definitivamente la Cina dall’Urss. Il “tradimento” di Deng lo possiamo
inquadrare solo dopo molti decenni. Forse lui aveva in mente
l’industrializzazione del suo paese per colpire meglio il nemico
americano, in seguito. Pensava che una popolazione poverissima
non potesse fronteggiare l’imperialismo. Questo tacito accordo
andò avanti per decenni, mentre gli americani avevano trasferito
tecnologia, managerialità e saperi scientifici ai cinesi. Il genio
cinese fu quello di avanzare nel salto tecnologico, da una parte
teneva a bada gli Usa attraverso l’acquisto del debito, dall’altra
si preparava allo scontro. I cinesi non ragionano per anni ma
per decenni, se non per secoli. Nel 2013 ascese Xi, che prese via
via tutti i poteri, lasciando intendere che la Cina non avrebbe
seguito il modello occidentale. Xi Ideò la Via della Seta, come
mezzo per staccare l’Ue dagli Usa e coprire l’eurasia. Le vicende
ucraine hanno fatto capire alla dirigenza cinese che gli europei,
o meglio, la sua classe dirigente, non è disposta a scontrarsi con
gli Usa, ci hanno provato negli ultimi anni senza risultati (vedi
la Via della Seta italiana abbandonata). Ora la notizia che l’asse
eurasiatico – Russia, Uzbekistan, Kazakhistan, ecc. – assieme
alla Cina stanno progettando una valuta comune ancorata alle
materie prime. Inoltre, secondo il Wsj, l’Arabia Saudita starebbe
considerando di vendere il suo petrolio alla Cina in yuan. Oltre
a ciò, India e Russia si sono accordati per gli scambi in ruplie
e rubli avendo come intermediario lo yuan. Nel libro “Piano
contro Mercato”, alla luce della Via della Seta, sostenevo che
vi era uno scontro tra asset inflation occidentale e “lotta di
barricata” da parte dei cinesi attraverso la Pboc, la loro banca
centrale. Questa “lotta di barricata” sta accelerando in maniera
impressionante con le notizie appena riportate. La “lotta di
barricata” del “Quarto Polo” si sposta dunque nel lato monetario e finanziario, con sconvolgimenti mondiali. Un processo
da tenere in mente per vedere gli sviluppi ucraini, il cui fuoco è
stato appiccato dagli occidentali proprio per questi motivi, non
vogliono rinunciare al privilegio finanziario dell’asset inflation,
che tra l’altro non garantisce benessere alle loro stesse popolazioni, come ben sappiamo noi italiani da decenni.
Sia la prima che la seconda edizione del libro sono state riviste
dalla diciannovenne salernitana Chiara Anderlini, che ringrazio
finalmente nella seconda edizione. Vedere giovanissime appassionate di correzione bozze è stata per me una sorpresa. Chissà magari
se il libro venisse attenzionato all’estero, punterei per la traduzione
ancora su Chiara. Sarei felice io e sarebbe felice lei.

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IL DOLLARO E L’UOMO CON LA PISTOLA

Pubblico un estratto del libro di David Graeber, gentilmente datomi dall’amica Simona Ferlini.

 

Da: Debito, i primi 5000 anni, cap. 12

C’è una ragione perché lo stregone ha questa strana capacità di creare denaro dal nulla. Dietro di lui, c’è un uomo con la pistola. 

Certo, in un certo senso c’è fin dall’inizio. Ho già sottolineato che la moneta moderna si basa sul debito dello stato e che gli stati s’indebitano per finanziare la guerra. Questo è vero oggi come lo era ai tempi di re Filippo II. La creazione delle banche centrali rappresenta l’istituzionalizzazione permanente del matrimonio tra gli interessi finanziari e militari che iniziò a emergere nell’Italia rinascimentale, per diventare infine il fondamento del capitalismo finanziario.6

  Nixon lasciò fluttuare il dollaro per pagare i costi di una guerra in cui, nel solo periodo 1970-1972, ordinò di sganciare più di quattro milioni di tonnellate di bombe incendiarie sulle città e i villaggi dell’Indocina guadagnandosi il soprannome di «più grande bombardiere di tutti i tempi», attribuitogli da un senatore.7 La crisi debitoria fu una diretta conseguenza della necessità di pagare le bombe, oppure, per essere più precisi, di pagare la vasta infrastruttura militare necessaria ai bombardamenti. È questa la causa che mise alle corde le riserve auree statunitensi. Molti sostengono che sganciando il dollaro dall’oro Nixon abbia reso la moneta USA pura fiat money: dei semplici pezzi di carta, senza alcun valore intrinseco, trattati come moneta solo grazie al volere degli Stati Uniti. In questo caso, si potrebbe affermare che ora il dollaro sia sostenuto unicamente dalla potenza militare degli Stati Uniti. In un certo senso è vero, ma il concetto di «moneta fiduciaria» si basa sull’assunzione che la moneta «fosse» veramente oro inizialmente. In realtà, ci troviamo di fronte solo a un altro tipo di valuta creditizia. 

  Contrariamente alla convinzione più diffusa, il governo statunitense non può «stampare liberamente moneta», perché i dollari non vengono emessi dal governo, ma dalle banche private, sotto l’egida del Federal Reserve System. Tecnicamente, la Federal Reserve – nonostante il nome – non è affatto parte dello stato, ma una sorta di strano ibrido tra pubblico e privato: un consorzio di banche private il cui presidente è designato dal presidente degli Stati Uniti, con l’approvazione del Congresso, ma che non opera sotto la supervisione pubblica. Tutte le banconote da un dollaro in circolazione in America sono «Federal Reserve Notes» – la Fed le emette come cambiali, commissionando alla zecca degli Stati Uniti la stampa vera e propria, pagandola quattro centesimi a banconota.8 Questo sistema è una piccola variazione dello schema inventato dalla Banca d’Inghilterra, solo che qui la Fed «presta» soldi al governo americano comprando titoli del debito pubblico, e poi monetizza il debito prestando il denaro che gli deve il governo statunitense ad altre banche.9 La differenza è che mentre originariamente la Banca d’Inghilterra prestava oro al sovrano, la Fed crea i dollari semplicemente con un tratto di penna. Quindi, è la Fed ad avere il potere di stampare moneta.10 Le banche che ricevono i prestiti della Fed non hanno più la facoltà di stampare direttamente moneta, ma è loro permesso creare moneta virtuale concedendo prestiti secondo il sistema della riserva frazionaria stabilito della Fed, anche se all’inizio della crisi creditizia odierna, al momento della scrittura di questo libro, sono stati fatti passi per rimuovere tali restrizioni. 

  Sotto molti aspetti, questa descrizione è piuttosto semplicistica: la politica monetaria è un arcano impenetrabile, e talvolta sembra che lo sia intenzionalmente. (Henry Ford un giorno disse che se l’americano medio avesse scoperto come funziona davvero il sistema bancario, ci sarebbe stata una rivoluzione l’indomani.) La cosa interessante per gli scopi del libro non è tanto che i dollari americani siano creati dalle banche, ma che una delle conseguenze apparentemente paradossali della scelta di Nixon fu che questi dollari andarono a sostituire l’oro come valuta di riserva globale, ovvero come suprema riserva di valore nel mondo, portando agli Stati Uniti enormi vantaggi economici. 

  Nel contempo, il debito pubblico americano rimane un debito di guerra, com’è sempre stato fin dal 1790: gli Stati Uniti continuano a spendere per scopi militari più di tutte le altre nazioni del globo messe insieme, inoltre la spesa militare non è solo la base della politica industriale del governo: occupa una proporzione talmente enorme delle spese dello stato che, se non fosse a causa sua, gli Stati Uniti non sarebbero affatto in deficit.

Le forze armate americane sono le uniche al mondo a mantenere la dottrina della proiezione globale di potenza militare: tramite le circa ottocento basi in territorio straniero, dovrebbero avere la capacità d’intervenire con forza schiacciante in ogni angolo del pianeta. In un certo senso, le forze di terra sono secondarie; almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, la chiave della dottrina militare statunitense è fare affidamento sulla supremazia aerea. Gli Stati Uniti non hanno mai combattuto una guerra in cui non controllassero i cieli, inoltre hanno fatto ricorso al bombardamento aereo molto più sistematicamente di ogni altra forza militare, per esempio, nella recente occupazione dell’Iraq, si sono addirittura spinti a bombardare quartieri residenziali di una città già apparentemente sotto il loro controllo.

L’essenza della sua predominanza militare nel mondo deriva in ultima analisi dal fatto che l’America può sganciare bombe come e quando vuole, con solo poche ore di preavviso, in qualsiasi punto della superficie terrestre.11 Nessuno stato ha mai avuto capacità anche lontanamente comparabili. Infatti, si potrebbe benissimo affermare che è questa stessa potenza a tenere in piedi l’intero sistema monetario mondiale, organizzato intorno al dollaro.   A causa del deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti, un numero enorme di dollari circola all’estero; inoltre, uno degli effetti della scelta di Nixon è che le banche centrali estere possono farci ben poco con questi dollari, tranne comprare titoli del tesoro americano.12 Ecco cosa significa l’affermazione che il dollaro è diventato la «moneta di riserva» globale. Questi titoli del debito statunitense, come ogni altra obbligazione, dovrebbero essere prestiti che infine arriveranno a scadenza e dovranno essere ripagati, ma come nota l’economista Michael Hudson, che iniziò a interessarsi del fenomeno nei primi anni settanta, in realtà non succede mai: 

  Finché questi pagherò del tesoro americano sono parte integrante della base monetaria mondiale, non saranno mai rimborsati, ma continuamente rifinanziati. Questa caratteristica è l’essenza dell’opportunismo finanziario americano, una tassa imposta a spese di tutto il globo.13

  Inoltre, l’effetto combinato dell’inflazione e dei bassi tassi d’interesse pagati da questi titoli è che essi nel tempo si sono deprezzati, aumentando la tassa globale, oppure usando le parole che ho scelto nel primo capitolo, aumentando il «tributo». Gli economisti preferiscono chiamarlo «signoraggio». Comunque, il suo effetto è che la potenza imperiale americana si basa su un debito che non sarà mai ripagato e mai potrà esserlo. Il suo debito pubblico è diventato una promessa non solo ai cittadini americani, ma alle nazioni di tutto il mondo, che tutti sanno non verrà mantenuta. 

  Allo stesso tempo, gli Stati Uniti insistevano affinché tutti i paesi che avevano titoli del debito pubblico americano nelle proprie riserve si comportassero in modo esattamente opposto: dovevano osservare politiche monetarie restrittive e ripagare scrupolosamente i propri debiti. 

  Ho già notato che, fin dai tempi di Nixon, i compratori più importanti del debito americano tendono a essere le banche di quei paesi che si sono trovati sotto l’occupazione militare americana. In Europa, l’alleato più entusiasta di Nixon era la Germania Occidentale, che al tempo ospitava oltre trecentomila soldati americani. Nei decenni più recenti l’attenzione si è spostata in Asia, particolarmente verso le banche centrali di paesi come Giappone, Taiwan e Corea del Sud, di nuovo, tutti protettorati militari americani. Inoltre, lo status internazionale del dollaro è sostenuto, fin dal 1971, dal fatto che il petrolio sia comprato e venduto solo in questa valuta, mentre ogni tentativo dei paesi Opec di usare anche altre divise si è infranto contro la testarda resistenza di Arabia Saudita e Kuwait, anche loro protettorati militari statunitensi. Quando Saddam prese la decisione unilaterale di passare dal dollaro all’euro nel 2000, seguito dall’Iran nel 2001, presto il suo paese fu bombardato e occupato dalle forze statunitensi.14 Non sappiamo quanto la scelta di Saddam di abbandonare il dollaro abbia contato realmente ai fini della decisione americana di deporlo militarmente, ma nessun paese che faccia una scelta simile può ignorare questa possibilità. Il risultato, soprattutto tra i governanti del Sud del mondo, è stato il terrore diffuso.15 

  In questa prospettiva, lo sganciamento del dollaro dall’oro non va contro l’alleanza fra guerrieri e finanzieri su cui fu originariamente fondato il capitalismo, ne è anzi la definitiva apoteosi. Né il ritorno alla moneta virtuale ha portato alla ricomparsa di relazioni di onore e fiducia: piuttosto, è vero il contrario. Nel 1971, il cambiamento era appena cominciato. L’American Express, la prima carta di credito al consumo, era stata inventata solo trent’anni prima, ma possiamo dire che il moderno sistema nazionale delle carte di credito si è formato solo con l’avvento di Visa e MasterCard nel 1968. Le carte di debito vennero dopo, sono creature degli anni settanta, e la moderna economia dei pagamenti elettronici è nata solo negli anni novanta. Tutte queste nuove relazioni di credito non sono mediate da relazioni interpersonali di fiducia, ma da aziende il cui unico scopo è il profitto; inoltre, una delle grandi vittorie dell’industria americana delle carte di credito è stata l’eliminazione di tutte le restrizioni legali sui tassi d’interesse che può applicare. 

  Se guardiamo alla storia, un’era di moneta virtuale dovrebbe implicare l’allontanamento da guerra, imperialismo, schiavitù e servitù per debiti (salariata o meno), e la creazione di qualche sorta di istituzione onnicomprensiva e globale per proteggere i debitori. Finora abbiamo visto l’opposto. La nuova moneta globale è ancora più radicata nella potenza militare della vecchia. La servitù per debiti continua a essere la maniera principale di reclutare lavoratori in tutto il mondo: sia in senso letterale, come in gran parte dell’Asia orientale e dell’America Latina, che in senso soggettivo, poiché gran parte dei lavoratori salariati e persino degli impiegati stipendiati sente di dover lavorare principalmente per rimborsare un prestito a interesse di qualche tipo. La nuove tecnologie di trasporto e comunicazione hanno solo facilitato questo processo, rendendo possibile far pagare a domestici o a operai migranti migliaia di dollari in spese di trasferimento, per poi costringerli a lavorare per ripagare il debito in paesi lontani dove non hanno alcuna protezione legale.16 Le grandi istituzioni cosmiche e onnicomprensive che potrebbero essere in qualche modo paragonate ai re divinizzati dell’antico Medio Oriente o alle autorità religiose del Medioevo non sono state create per proteggere i debitori ma per far valere i diritti dei creditori. Il Fondo monetario internazionale è solo l’esempio più lampante. Rappresenta il pinnacolo di un’enorme burocrazia globale in ascesa – il primo vero sistema amministrativo globale nella storia umana, rappresentato non solo da Nazioni Unite, Banca mondiale, World Trade Organization, ma anche dall’infinito insieme di unioni economiche, patti commerciali e organizzazioni non governative che lavorano al loro fianco, in larga parte sotto il patrocinio statunitense. Tutte funzionano secondo il principio per cui (a meno che uno non sia il Tesoro degli Stati Uniti) «bisogna pagare i propri debiti», poiché si ipotizza che il fallimento di un qualunque paese metta in pericolo l’intero sistema monetario mondiale, minacciando di trasformare tutti i sacchi d’oro (virtuale) in pezzi di carta senza valore, per usare la colorita immagine di Addison. 

  Tutto vero. A ogni modo, qui stiamo parlando di soli quarant’anni. Ma l’azzardo di Nixon, quello che Hudson chiama «imperialismo del debito», è già sottoposto a forti pressioni. La prima vittima è stata precisamente quella burocrazia imperiale dedicata alla protezione dei creditori (non quelli a cui dovevano soldi gli Stati Uniti). Le politiche del Fondo monetario che insiste nel chiedere che i debiti siano ripagati quasi esclusivamente attingendo dalle tasche dei poveri si sono scontrate prima contro un movimento di ribellione sociale, parimenti globale (il cosiddetto movimento no global – anche se il nome è profondamente fuorviante), poi contro un’aperta ribellione fiscale tanto in Africa quanto in America Latina. Dal 2000, i paesi asiatici hanno iniziato a boicottare sistematicamente il FMI. Nel 2002, l’Argentina commise il peccato peggiore: fare default sul proprio debito, ed è riuscita a scamparla. Le seguenti avventure militari statunitensi, chiaramente volte a terrorizzare e intimidire, non hanno avuto molto successo: in parte perché, per finanziarle, gli Stati Uniti hanno dovuto fare ricorso non solo alla solita schiera di clienti, ma anche e sempre di più alla Cina, il suo maggior rivale militare rimasto. Dopo il collasso quasi totale dell’industria finanziaria americana, che, nonostante le fosse stata concessa la capacità di creare denaro quasi ad libitum, è riuscita ugualmente a creare migliaia di miliardi di passività che non può ripagare, gettando in recessione l’economia mondiale, è venuta meno anche la pretesa che l’imperialismo del debito garantisca stabilità. 

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SULLA GUERRA: LA VOCE AI CATTOLICI

Questo è un blog aperto, ospito persone che ritengo interessanti, li cerco, li invoglio ad intervenire. Casualmente ieri ho chattato con un medico volontaria cattolica su Pax Christi, lei mi ha fornito materiali e mi dice: ti metto in contatto con un mio amico volontario. Gli telefono ieri, ci diamo appuntamento per oggi. Lui è un volontario cattolico, dedito al sociale, ha scritto un libro, Antonio Armenante “Anche Dio lavora – e noi non gli mettiamo i contributi”, edito da Areablu, casa editrice di Cava de Tirreni. Gli chiedo come si pongono i cattolici rispetto alla guerra russo ucraino. Lui risponde: “i cattolici, almeno quella parte legata a Francesco, si pongono sulla stessa linea del Papa e della sua enciclica “Fratelli tutti” dove metteva l’accento sulla probabile guerra, atomica, chimica, batteriologica, che avrebbe distrutto la terra. Il Papa si poneva per il disarmo globale ed io sono  della stessa opinione. Questa è una guerra Usa-Russia, senza nulla togliere che l’Ucraina è stata invasa dai russi e che ha diritto di difendersi. Ciò non toglie che l’escalation di armamenti allontana sempre più il negoziato, non si parla di dialogo, di negoziati, di diplomazia, ma solo di vittoria, dall’una e dall’altra parte.”. Gli domando come si pongono i cattolici vicino al Papa rispetto alle ultime scelte governative. Ecco cosa dice: tutti i paesi della Nato aumenteranno le spese per armamenti al 2% del pil, le spese italiane passeranno da 26 a 38 miliardi. Noi siamo contro tutto ciò, così come siamo contro l’invio delle armi che non fa altro che aumentare l’escalation, quando ci sarebbe bisogno di negoziati. La maggioranza degli italiani si è espressa contro l’invio di armi, è un sentimento popolare e i cattolici lo portano avanti anche tramite le parole del Papa Ricordo la proposta del Papa di usare i soldi per gli armamenti per costituire un Fondo mondiale destinato a eliminare la fame e favorire lo sviluppo dei paesi poveri.”. Infine gli chiedo se negli ultimi tre anni, lui volontario nel sociale, è aumentato il disagio sociale. Lui risponde: ” è aumentato, le spese per armamenti tolgono risorse a scuola, sanità e assistenza sociale, quando invece ce ne sarebbe bisogno, ormai non colpisce il disagio sociale solo alcune categorie, ma l’intera popolazione. Ci battiamo contro l’aumento delle spese militari per destinare le risorse al sociale, di cui c’è veramente bisogno”.

Lo ringrazio vivamente, è fondamentale sentire l’opinione  dei cattolici, in prima linea contro la guerra e contro la corsa agli armamenti. Dal 1991, se ci fate caso, i movimenti contro la guerra hanno trovato nei cattolici compagni di strada. Si sono dimostrati coerenti, grazie alla forza della loro fede e del loro pensiero.

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LA CINA SMASCHERA IL G7

Grazie all’amica Simona Ferlini per questa traduzione di China Daily, che considero importante. Buona lettura.

 

Ho fatto una traduzione di un durissimo editoriale di China Daily contro il tentativo dell’Europa di mettere un cuneo fra India e Cina, fatene quel che volete.
“I leader europei non possono più ingannare la gente usando due pesi e due misure
I leader europei hanno fatto di nuovo ricorso a due pesi e due misure in risposta alle prese di posizione di Cina e India sul conflitto Russia-Ucraina.
Per cominciare, le posizioni di Cina e India sono abbastanza simili. Hanno avuto a lungo buone relazioni sia con la Russia che con l’Ucraina e quindi si sono rifiutati di prendere posizione. Ed entrambi i paesi hanno chiesto una soluzione pacifica e negoziata del conflitto il più presto possibile. Inoltre, la Cina ha anche chiesto di rispettare la sovranità nazionale.
Come altri 150 paesi, la Cina e l’India hanno rifiutato di unirsi agli Stati Uniti e all’Unione europea nell’imporre sanzioni contro la Russia.
Tuttavia, quando il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha visitato l’India la scorsa settimana, non ha espresso pubblicamente alcuna preoccupazione per la posizione dell’India sulla crisi ucraina. Invece, ha parlato di come l’UE e l’India condividono valori e dovrebbero stringere legami più stretti.
Ciò che è ancora più scioccante è che ha usato la sua visita in India per prendere a schiaffi la Cina, in un evidente tentativo di creare un cuneo tra i due paesi più popolosi del mondo, le cui relazioni hanno già subito un colpo a causa della disputa sui confini.
Parlando al Raisina Dialogue in India, von der Leyen ha detto che la Russia e la Cina hanno forgiato un patto apparentemente incondizionato, sostenendo che la loro amicizia non ha “limiti”. “Cosa possiamo aspettarci dalle nuove ‘relazioni internazionali’ che entrambi hanno invocato?”.
Ha iniziato il suo discorso dicendo che “continueremo a incoraggiare Pechino a fare la sua parte in una regione pacifica e prospera dell’Indo-Pacifico”. Era un’affermazione del ruolo della Cina nella regione pacifica e fiorente in passato? O stava suggerendo che la Cina non è più interessata a una pacifica e fiorente regione dell’Asia-Pacifico, il che, di fatto, è sbagliato, perché è più importante per la Cina di qualsiasi paese europeo o degli Stati Uniti?
La Cina non è sicuramente così pazza come il folle ragionamento della von der Leyen sembra suggerire.
Lo stesso vale per il primo ministro britannico Boris Johnson, che ha minimizzato le differenze tra Regno Unito e India sul conflitto Russia-Ucraina durante la sua visita in India alla fine del mese scorso, e ha invece annunciato 1 miliardo di sterline (1,25 miliardi di dollari) di accordi commerciali tra i due paesi.
Il ministro degli Esteri britannico Liz Truss, che ha viaggiato in India alla fine di marzo, non ha nemmeno menzionato l’India nel suo discorso alla Mansion House di Londra il 28 aprile. Invece, ha puntato il dito contro la Cina, dicendo che “i paesi devono giocare secondo le regole. E questo include la Cina”, senza specificare quando e dove la Cina non ha giocato secondo le regole.
“Non continueranno a crescere se non giocano secondo le regole. La Cina ha bisogno del commercio con il G7. Noi rappresentiamo circa la metà dell’economia globale. E abbiamo delle scelte”, ha detto, come se l’ascesa della Cina negli ultimi quattro decenni fosse il risultato della pietà dei governi occidentali avidi e dei capitalisti. Ha dimenticato che la Cina ha contribuito al 30% della crescita globale per molti anni. Ha anche dimenticato che non sono più gli anni in cui la Gran Bretagna usava la diplomazia dei cannoni per forzare l’oppio sullo sfortunato popolo cinese per soggiogare la Cina e fare più profitto possibile.
In quanto al non giocare secondo le regole, non c’è paragone con il rifiuto assoluto del Regno Unito di conformarsi alla decisione del tribunale marittimo speciale delle Nazioni Unite l’anno scorso secondo cui il Regno Unito non ha sovranità sulle isole Chagos nell’Oceano Indiano, dovrebbe porre fine alla sua “occupazione illegale” delle isole e restituirle alle Mauritius.
Non c’è nemmeno paragone tra la Cina e i paesi del G7, perché questi ultimi sono stati autori di “crimini di guerra” durante le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan guidate dagli Stati Uniti, e il bombardamento e il cambio di regime in Libia, per citarne solo alcuni.
Attaccare la Cina è il gioco preferito di alcuni politici europei. Ma non possono più ingannare la gente ricorrendo a due pesi e due misure e all’ipocrisia.”
Da Chen Weihua | China Daily | Aggiornato: 2022-05-06 07:02

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LA CINA SI PREPARA ALLA TEMPESTA ECONOMICA AMERICANA

Si dice di solito che i siti cinesi siano solo propaganda. Questo articolo, pubblicato ieri su China Daily, fa chiaramente capire che non è così. Conoscono perfettamente i loro punti deboli, li mettono sul piatto e, contrariamente alla stampa occidentale, offrono soluzioni. Interventi che vanno addirittura contro l’impostazione governativa degli ultimi mesi, allorquando scrivono chiaramente di allentare le strozzature della catena di approvvigionamento, dovuto proprio alle restrizioni. Da parte mia, e da parte di diversi lettori, abbiamo una visione critica dell’attuale impostazione governativa, se non altro perché, ad esempio, l’annunciata Riforma Sanitaria, prevista per il marzo di quest’anno, ancora non è stata varata. Si sono fatti provvedimenti lato offerta e alcune cose lato domanda, ma incidere sul salario sociale globale di classe, ad esempio una sanità pubblica ed universale, sarebbe una risposta efficace ai venti di crisi, oltretutto necessaria dopo quello che è avvenuto a Shanghai in questi mesi. In ogni caso, in Cina sanno che vanno incontro a gravi turbolenze economiche causate dai venti contrari internazionali, in primis statunitensi. Ne sono consapevoli, offrono soluzioni. La speranza è che vadano oltre e varino misure di salario sociale. Buona lettura.

Il rallentamento degli Stati Uniti potrebbe avere un impatto sulle esportazioni cinesi di ZHOU LANXU | Quotidiano cinese | Aggiornato: 07-05-2022 07:27

Il rischio che l’economia statunitense rallenti e addirittura cada in recessione potrebbe aggiungere un altro livello di incertezza all’economia cinese in termini di crescita delle esportazioni e stabilità finanziaria, sottolineando la necessità per la Cina di rafforzare la sua economia interna, hanno affermato gli esperti. Le preoccupazioni per una potenziale recessione economica degli Stati Uniti hanno afflitto i mercati poiché gli investitori dubitano che l’aggressivo inasprimento della Federal Reserve statunitense riuscirà a domare l’inflazione statunitense senza innescare un atterraggio duro della più grande economia del mondo. Le azioni statunitensi sono oscillate dopo l’aumento del tasso di mezzo punto percentuale della Fed mercoledì, con l’S&P 500 in rialzo del 2,99% mercoledì ma in calo del 3,56% giovedì per chiudere a 4.146. 87 punti. Ciò ha fatto seguito a inversioni transitorie di una parte della curva dei rendimenti del Tesoro USA: il rendimento dei titoli di stato statunitensi a 10 anni è sceso al di sotto del rendimento dei titoli a due anni a fine marzo e inizio aprile, che è considerato uno dei principali precursori dell’economia recessione. “Non pensiamo che (il rischio di recessione) sia una seria preoccupazione a breve termine”, ha affermato Rob Subbaraman, responsabile della ricerca macro globale di Nomura, citando l’ammortizzatore fornito da alti risparmi delle famiglie, bassi tassi di disoccupazione e solidi bilanci aziendali . Ma il rischio potrebbe aumentare in futuro, ha affermato Subbaraman, poiché il gruppo di servizi finanziari prevede che la probabilità cumulativa di una recessione economica negli Stati Uniti da qui alla fine del 2024 sia abbastanza alta tra il 35 e il 40 percento, con un rischio maggiore nella seconda metà del 2023 e 2024. È probabile che la crescita economica degli Stati Uniti inizi a rallentare nella seconda metà di quest’anno, ha affermato, dati fattori come l’inasprimento delle politiche monetarie e fiscali e l’aumento dei prezzi delle materie prime che compromettono la domanda. Ha osservato che un possibile rallentamento degli Stati Uniti potrebbe danneggiare gli esportatori cinesi perché vendono principalmente beni ai consumatori statunitensi mentre il consumo di beni potrebbe raffreddarsi più bruscamente dell’intera economia statunitense poiché la spesa si sposta dai beni ai servizi mentre l’onda Omicron si attenua. “Penso che la Cina sarà influenzata negativamente dal rallentamento degli Stati Uniti e probabilmente più di quanto ti rendi conto solo guardando la crescita aggregata del PIL statunitense”, ha affermato Subbaraman. Sono emersi segnali che la crescita delle esportazioni cinesi potrebbe affrontare rischi al ribasso. Un indicatore dei nuovi ordini all’esportazione dei produttori è sceso a 41,6 ad aprile dal 47,2 di marzo, indicando una più profonda contrazione degli ordini all’esportazione, ha affermato il sondaggio sull’indice dei gestori degli acquisti pubblicato dall’Ufficio nazionale di statistica. Secondo gli esperti, anche il nervosismo del mercato globale per i rischi di recessione potrebbe scuotere i mercati finanziari cinesi. Dopo il crollo delle azioni statunitensi di giovedì, il mercato azionario cinese ha chiuso in ribasso venerdì con l’indice Shanghai Composite di riferimento in calo del 2,16% per chiudere a 3.001,56 punti. Hu Zhihao, vicedirettore dell’Istituto nazionale per la finanza e lo sviluppo, ha affermato che il panorama finanziario globale potrebbe diventare più turbolento con l’aumento dei rischi di recessione per gli Stati Uniti e l’economia mondiale. In quanto seconda economia più grande del mondo, la Cina può resistere ai venti contrari esterni rafforzando la sua circolazione economica interna, ha affermato Hu. Ha chiesto misure per aumentare ulteriormente la domanda interna con il sostegno fiscale, ridurre al minimo le interruzioni della catena di approvvigionamento causate dalla pandemia e ottimizzare le normative del settore per promuovere il sano sviluppo dei settori immobiliare e di Internet. I tassi ipotecari sono diminuiti quest’anno come parte degli sforzi della nazione per ottimizzare le normative del settore immobiliare. Il tasso di interesse per i prestiti immobiliari individuali di nuova emissione è sceso al 5,42% a marzo, in calo di 17 punti base rispetto all’inizio dell’anno, ha affermato venerdì la Banca popolare cinese, la banca centrale della nazione.

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IL DOPPIO VOLTO DELLA FRANCIA

Stamane, alle 6:00, come suo solito, l’economista Guido Salerno Aletta ha pubblicato un post. L’ho ritenuto molto interessante a tal punto da con dividerlo sulla mia pagina telegram pianocontormercato. Il post è il seguente: “Qui, in Francia, Melenchon è riuscito a formare la Nuova Unione Popolare Ecologista e Sociale (NUPES). Esattamente come accadde alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, quando il Fronte Popolare pensò agli operai, alla setimana di 40 ore con le ferie pagate.
La Seconda Guerra con la Germania, avversata dalla Gran Bretagna, era un conflitto tra due Capitalismi, ributtanti entrambi. In Francia nessuno volle più combattere, come era accaduto nella Prima Guerra mondiale, quando furono in milioni a morire, per i rispettivi Padroni.
I Francesi non vedono nella guerra un rito sacrificale necessario, un immolarsi per essere popolo come accadde per i Russi nella Seconda guerra mondiale e già prima per gli Italiani nella Prima Guerra.
I Francesi sono popolo per la Rivoluzione fatta contro il Re, la Nobiltà feudale, la oppressione religiosa
Gli Italiani? Non so…”

Questo il post efficacissimo dell’economista siciliano. Senonché una signora (una ragazza?) mi manda in privato un commento allo scritto di Salerno Aletta, che reputo molto interessante. Anche questa volta iscritti alla pagina telegram partecipano attivamente alle discussioni e, dopo autorizzazione da parte sua, nel blog. Il blog non vuole esser mio, ultimamente scrivo di rado. Ho gran piacere ad ospitare interventi, per cui invito voi ad inviarli. Buona lettura.

Alex-X

“Buongiorno Pasquale,
e soprattutto buon sabato, che presumo per lei abbia un significato di riposo e raccoglimento diverso dal mio.

Le scrivo in privato riguardo al suo interessante post di Salerno Aletta, riportandole di seguito il mio modesto parere che non ero convinta di voler pubblicare nei commenti.

Le auguro un buon weekend e se ne avrà voglia, non esiti a darmi suo parere, anche apertamente negativo, su quanto da me condiviso con lei, perché mi darebbe in ogni caso il coraggio di proseguire nella mia ricerca ed elaborazione di vari argomenti, attraverso il confronto con persone come lei, che stimo pur, e a maggior ragione, nella loro diversità.

“I francesi sono stati comunque anche dei colonialisti sfruttatori e lo “scotto” dei loro soprusi viene pagato, ancora oggi, maggiormente nella grande Parigi, dove la banlieu intrisa di grave disagio sociale, macchia le loro “divise rivoluzionarie” di neppure tanto sommesso, razzismo.

L’affascinante movimento di rivota del passato, che è stata una questione prettamente borghese agìta invece esclusivamente all’interno della nazione, può essere letto come come vanto e come esempio (a livello europeo), ma a ben guardare ha avuto comunque anche delle prerogative non sempre coerenti con la vera libertà, laddove il pensiero unico era: “o con me o contro di me”, per arrivare a quel “io penso dunque sono” e pertanto comando, del moderno Ghota politico.

Questa è stata la loro forza, allora come adesso, una grande spinta degli intellettuali supportati dal popolo come braccio armato nei momenti chiave, salvo poi ritrovarsi ad essere passati dall’aristocrazia feudale materiale a quella del pensiero politico (paradossalmente l’odierna sinistra), dove le classi meno abbienti perdono il loro diritto all’”innalzamento”, perché costrette a restare nello pseudo beneficio di quel “minimo sindacale” garantito da chi ha concepito la rivoluzione per loro.

Detto ciò, gli italiani sono peggio, avendo perso anche quella sincerità esistenziale di popolo troppo eterogeneo e malamente assemblato, sopratutto da quando la nostra variegata classe politica si è voluta conformare agli esempi di ipocrisia di quella sinistra (di nome e di fatto) d’oltralpe pretendendo nella sua cialtroneria di averne la stessa finezza e arguzia, mentre noi, ormai, andiamo avanti solo a colpi di furbizia.”

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IL NOSTRO CONFLITTO E’ UN ALTRO

Pubblico un intervento di un iscritto alla pagina telegram pianocontromercato. Ho invitato i lettori ad inviare riflessioni da pubblicare sul blog. Questo è il secondo. Invito voi ad inviare pezzi a operatresoldi@yahoo.it. Se sono in linea con il blog verranno sicuramente pubblicati. Buona lettura.
Andrea Brodi
L’istituzione economica-finanziaria che rappresenta Bergoglio, o il potere interno predominante della stessa, in questo momento, ha deciso di non avere più interessi diretti al proseguo del conflitto bellico tra Ucraina (appoggiata da NATO e USA) e Russia , cioè almeno sul campo da guerra. Bergoglio, come un Letta o Salvini qualsiasi, sta cercando di polarizzare l’opinione pubblica su questa posizione di suo interesse o nell’interesse del potere che rappresenta. Niente di più, niente di meno.
Ci sono piccoli segnali che lasciano presagire che c’è una parte di “potere” italico, probabilmente appartenente ad una borghesia di stampo cattolico mediamente conservatrice, che sta cercando di polarizzare l’opinione pubblica. Se ci pensiamo bene le interviste alla portavoce del ministero degli Affari Esteri Maria Zakharova e del Ministro Lavrov poi, spingono verso l’opinione di riconsiderare gli attuali rapporti di forza di chi gestisce gli organi del monopolio dell’informazione. Nonostante i due personaggi non abbiano trovato certo il tappeto rosso da parte del presentatore Brindisi, è un dato che non può passare inosservato la comparsa a distanza di pochi giorni di personaggi di questo calibro, che sono a tutti gli effetti etichettati dalla politica Italiana come antagonisti a cui abbiamo dichiarato guerra (per gli americani sarebbero i maggiordomi di un novello mostro a due teste dalla lingua biforcuta che è impazzito il 23 febbraio 2022), ma che hanno trovato spazio per poter dire la loro, senza interruzioni, in primissima serata in una tv privata nazionale. Le reazioni starnazzanti di PD e Draghi sono la cartina tornasole che dimostra quanto questa operazione sia considerata come inaudita dall’ordine filo-atlantista. Non ci ha pensato due volte Draghi a condannare il ministro Lavrov etichettandolo come dispensatore di fake news al soldo del dittatore Putin, il bue che dice cornuto all’asino. E che dite degli scagnozzi del PD, moralisti fino all’osso, hanno come sempre invocato la solita Agicom, che funziona a seconda di chi tira la giacchetta e quanto forte. Parole nulla di più, d’altronde sono solo inutili maggiordomi di istituzioni finanziarie e sovranazionali, ricevono ordini non hanno potere. È diverso.
Ad avvalorare una sorta di scontro in atto all’interno delle stanze del potere, arrivano oggi le conferme dalla stessa Maria Zakharova che ammette e si chiede retoricamente riguardo l’intervista al ministro Lavrov: “L’iniziativa per condurre l’intervista non è venuta dal ministero degli Esteri russo, ma da giornalisti italiani. Riceviamo centinaia di richieste di interviste a Sergey Lavrov, rappresentanti del ministero e delle ambasciate. I giornalisti italiani sono stati insistenti, hanno detto che era importante mostrare tutti i punti di vista. In cosa hanno torto?” E aggiunge: “Le domande che il presentatore ha posto, le ha formulate lui stesso. Non abbiamo apportato modifiche alle domande o alla versione finale dell’intervista, voglio che i cittadini italiani sappiano la verità. Perché i politici italiani ingannano il loro pubblico”. Su questo non ci sono dubbi e non serve certo la Zakharova per certificarlo, bastano semplici nozioni di logica.
Chiariamolo subito. Una descalation del conflitto è ORO anche e soprattutto per la nostra classe, quella popolare e dei lavoratori; bisogna certamente essere contenti se ciò accade, ma non lasciamoci trasportare dal solito tifo e prendiamo consapevolezza che noi in questo momento, purtroppo, possiamo solo assistere e sperare che il nostro interesse popolare sia condiviso, a scadenza, con l’interesse di qualche altro potere sovra-popolare. Fino a prova contraria a meno di qualche vagito personalista di taluni salvatori di una patria. Questo dato triste e amaro dovrebbe far riflettere per il proseguo di un altro conflitto, quello sociale e di classe, che stiamo continuando a perdere ogni giorno. Pensiamo ad esempio ai diritti sociali, quelli che rimangono, sempre più compressi a colpi di emergenza, così come i salari mai stati così bassi; si pensi al diritto allo studio e al diritto alla salute, con un sistema sanitario nazionale ridotto ad un sanatorio. Si pensi al primo maggio che ci viene descritto dall’orda del potere benpensante  come fosse Natale, già perché chi crede ancora al diritto al lavoro appare un inguaribile romantico. Il diritto al lavoro non esiste. I nostri simboli derisi, la tutela dei fragili solo una questione morale, i ricatti sono la norma, così come le discriminazioni di genere. Veniamo giornalmente umiliati con piccole gocce che ci cadono in capo scavando una fossa che ormai è arrivata fino alle viscere. Non c’è e non esiste scelta, solo una imposizione di un modello sociale, economico  e culturale, voluto da altri. Il fascismo pasoliniano non è solo realtà, ma la norma. Riusciamo davvero ad essere consapevoli dello stato delle cose?
Il messaggio è rivolto a tutti. Per tornare a decidere le sorti del paese dobbiamo rifuggire dall’idea semplicistica del salvatore della patria con delega, riappropriarci di quelli che erano i nostri spazi politici e culturali, dello studio e dell’analisi; per smascherare la pletora di altri impostori che si presenteranno per provare a venderci un futuro che  esiste solo a parole e rischia di essere l’ennesima truffa. Se non saremo pronti permeeranno all’interno e continueranno a dividerci, ancora.   Ritrovare il gusto dell’approfondimento, quello storico, culturale, economico, politico, rifuggendo dalle continue distrazioni del capitale che ci impone uno stile di vita dozzinale per indebolirci, rifuggire da chi ci invita a desistere dal riprendersi uno spazio nella vita politica, facendoci credere di non essere all’altezza. Sono menzogne. Non ce ne accorgiamo, la politica è un tabù tra noi lavoratori, sopratutto nel terziario, ma è la prima diretta conseguenza dei nostri mali rispetto come viene delineata, abbiamo la necessità di parlarne. È dei nostri diritti che si tratta, se vogliamo autodeterminarci come popolo, questo lavoro inizia da noi stessi in prima battuta. È necessario uno sforzo in più, è necessario avere una nuova visione del mondo. È sempre stato necessario, lo è di più oggi con il rischio di una guerra mondiale, una spada di Damocle su di un popolo che appare drammaticamente stordito, in attesa che gli eventi cambino. In attesa di quel lieto fine hollywoodiano che ci hanno inculcato per anni come fosse la norma, in modo silente. Abbiamo tanto da recuperare, dopo 20 anni di berlusconismo culturale, dopo 70 anni di propaganda padronale statunitense, dobbiamo farlo e farlo capire alle persone più vicine a noi. Questi spazi non sono certo quelli che si creano oggi nel nome del linguaggio becero e da stadio dei mezzi di comunicazione controllati da i nostri nemici, che per inciso concorrono alla costruzione di un “niente” che rimane conficcato nella sfera dell’intrattenimento: si può solo consumare. Inoltre, nonostante tutto, acuiscono il clima violento alla bisogna, che si sta comunque alimentando anche ora, dopo le dichiarazioni contrastanti sulla guerra, è la loro perenne strategia, in questo senso ciò fa da sponda a quella escalation che nessuno di noi vorrebbe mai. Il nostro conflitto è un altro ed è quello di classe e quello da vincere per essere parte del processo decisionale di questo paese, per farlo bisogna ricomporre l’esercito dei lavoratori.
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FRANCO FERLINI: QUE PASA

Pubblico un intervento di una persona a me cara, leader di Potere Operaio e del movimento del 77 bolognese. Marxista rigoroso, un maestro per me. Le sue riflessioni, datemi via telefono quasi ogni giorno, costituiscono per me materia di analisi che poi si riflette negli articoli per il blog. Questa volta scrive lui direttamente. Franco Ferlini è un assiduo lettore del blog, lo sostiene, ogni giorno lo visita per vedere se c’è qualcosa. Per me è un onore. Una volta mi disse: “l’allievo ha superato il maestro”. Non credo, ho ancora tanto da imparare da lui. Buona lettura.

 

Negli anni 70 si pose per il capitalismo il problema di far fronte all’ondata di lotte dei lavoratori in tutto l’occidente, che allora equivaleva a tutto il capitalismo.
Il rapporto lavoro capitale era arrivato ad uno snodo che imponeva una scelta radicale.

Andare avanti e trovare nuovi modi di lavorare e di vivere, dato lo sviluppo della produzione. In altre parole un altro mondo possibile
Oppure andare indietro, tornare ai rapporti di fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con salari insufficienti, immiserimento delle masse, disoccupazione e povertà.
Il capitalismo scelse questa seconda opzione
Si trattava di smantellare le roccaforti operaie. Detroit è il simbolo di questa distruzione, Le fabbriche furono smembrate, interi reparti vennero delocalizzati a centinaia di chilometri in cittadine dove non c’era nessuna tradizione operaia. Tutto ciò grazie ai nuovi strumenti di comunicazione elettronica,  al sistema dei trasporti per container e soprattutto alla finanziarizzazione.
La delocalizzazione non era solo interna ma soprattutto estera, spostando massicciamente la produzione nei paesi a bassi salari.
Le città industriali si trovarono con gli scheletri delle fabbriche dismesse.
Negli anni 70 iniziarono i rapporti con la Cina per la più grande localizzazione.
Le imprese americane avrebbero trasferito capitali e know how e formato joint ventures con il governo cinese che avrebbe assicurato terreni, infrastrutture, operai dalle campagne, detassazione per 5 anni.
Dal 1982 con l’apertura della prima zona ZTL la Cina si è messa in movimento ed è diventata in 20 anni la fabbrica del mondo, associando, in modo pianificato, alla crescita economica la crescita dei salari e delle infrastrutture, dei servizi per il funzionamento sociale, della formazione scolastica, dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Un paese che cresce e un paese in declino.
Gli Usa come Atene possiedono un impero, sono il centro della cultura, del pensiero scientifico, dell’intrattenimento, attraggono i migliori cervelli, formano nei loro atenei di punta i vertici politici e l’alta dirigenza di vari paesi,  ma sono ormai i maggiori debitori del mondo. Per sorreggere i consumi e le imprese devono distribuire dollari con “l’elicottero”.
Sono impressionati e allarmati dalla straordinaria crescita della Cina, la cui produzione si espande e si diffonde in tutto il globo, compresi gli stessi States che per liberarsi degli operai hanno fatto una scelta di riportare i rapporti di classe indietro di cento anni, ai tempi del padrone delle ferriere.
La storia americana, non dissimile dalla storia degli altri paesi occidentali, si è volta all’indietro con Reagan e Thatcher. Con Reagan si inaugura la politica di tagliare le tasse ai ricchi e tagliare la spesa pubblica  ai salari, Supply side economy. Con loro inizia lo smantellamento dello Stato e non solo del welfare.
I risultati di questa guerra di classe sono sotto i nostri occhi. Da una parte austerità, dall’altra una straripante ricchezza soprattutto del centile più alto: si è tornati a rapporti di reddito tali che il decile superiore detiene una ricchezza maggiore del totale della ricchezza degli altri nove decili, una situazione situazione paragonabile, secondo Piketty, a quella vigente ai tempi di Proust.
Ma il capitalismo può vivere senza produzione e soprattutto senza produzione di plusvalore che costituisce la sostanza del profitto ?
La potenza e l’impero americano sono cresciuti quando gli Stati Uniti erano la Fabbrica del mondo. Oggi sono la fabbrica del debito, si reggono sul dollaro che un tempo rappresentava la forza produttiva del paese ed ora rappresenta soltanto la forza della potenza Imperiale con 800 basi militari sparsi per il mondo e con una spesa militare 4 volte più grande di quella cinese che è il secondo paese nella classifica della spesa militare.
Si è cercato di sostituire il profitto della produzione col profitto della finanza, soprattutto della Borsa. Per mantenere in vita l’economia, ormai dominata dalle multinazionali e dalle cosche, si sono stampate varie migliaia di miliardi di banconote. Il QE ha letteralmente inondato la Borsa e sostenuto la crescita incredibile del Dow Jones. Le grandi corporation hanno scoperto che si guadagna di più speculando in vario modo che investendo nel rinnovo tecnologico e per espandere il mercato. Negli ultimi dieci o dodici anni non ci sono stati praticamente investimenti nella produzione.
Il risultato è una società della ricchezza che non ha impieghi e nemmeno li cerca, La maggioranza dei lavoratori è impegnata nei servizi, in cui il numero delle donne  ha superato quello degli uomini; i salari bassissimi , insufficienti per vivere, impongono il ricorso alle cucine federali che danno da mangiare a circa il 20% della popolazione, compresi anche molti insegnanti. L’unica possibilità di cure risiede in organizzazioni di medici che saltuariamente affittano stadi per cure dentistiche e altre cure, la questione degli alloggi  è semplicemente drammatica. Le carceri sono strapiene, gli States con meno del 5% della popolazione  hanno il 25% della popolazione carceraria mondiale; il sistema giudiziario si fonda per l’80% sul ricatto del patteggiamento a danno dei più deboli.
La massa di moneta vagante ha creato non pochi problemi in vari Paesi ma ne ha avviato un parziale sviluppo; una straripante corrente in cerca di sicurezza ha favorito la crescita dei paradisi fiscali, ormai diffusi in tutto il globo, ma soprattutto negli States, o il riparo, a pagamento in altri porti sicuri , come la Germania.
Nel contempo il governo americano annaspa nei debiti ed è stato più volte sull’orlo del default, non ultimo nei mesi scorsi e il capitalismo occidentale, nonostante i tassi zero e a quantità di Qe che lo ha graziato, non esce dalla crisi.
In Cina c’è un altro modello che non si fonda sui bassi salari. Sembra quasi di assistere a una società organica che si preoccupa di uno sviluppo equilibrato di tutte le sue componenti .
La crescita cinese allarma gli States che vedono i loro primati prossimi ad essere raggiunti e in alcuni casi superati, soprattutto nelle alte tecnologie. Vedono scricchiolare le loro alleanze sotto l’assalto delle merci e delle risorse auree cinesi,
Quando nel febbraio 2022 viene siglata una sorta di alleanza cino russa, negli ambienti di Washington scoppia il panico. Bisogna intervenire con forza per fermare un andamento così negativo, prima che sia troppo tardi. Sono ancora potenti, una terribile potenza e dunque cercano il modo di  imporsi sulla Cina sulla Russia e sulla pretesa di autonomia della UE.
Richiamano gli stati dell’Occidente ad una adunanza militare perché non è in gioco soltanto la perduta supremazia dell’Occidente, ma il futuro del suo capitalismo. Le Borghesie, i governi, la Ue, gli stati anglofoni rispondono “pronti alla guerra”, una via apparentemente senza uscita, se non ci fosse il movimento reale, il fermento che anima interi continenti, giovani e desiderosi di futuro, le contraddizioni interne e gli interessi materiali che dilaniano il fronte armato.

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INTERNAZIONALISMO O BALCANIZZAZIONE?

Pubblico un intervento sul blog https://psicologiadimassadelfascismo.wordpress.com/ che reputo molto interessante ed attuale. Sono benvenuti i commenti.

“La mobilitazione squadristica di alcuni settori della comunità ucraina in Italia, che si sta mostrando in episodi sempre più frequenti e preoccupanti, è un fenomeno che ha radici di lungo periodo e si inquadra nel contesto della Guerra senza limiti iniziata nel 1991.
Il crollo del campo socialista ha tolto ogni freno all’intervento imperialista: dal Medio Oriente ai Balcani, per allargarsi a tutto il bacino del Mediterraneo ed all’Europa Orientale, la guerra si è estesa senza linee del fronte precise. I teatri di scontro si sono espansi come metastasi di una cancrena, in ambito sempre più prossimo, più domestico, più intimo.

La guerra è una necessità vitale per il capitalismo in crisi strutturale.
Questo genera, sul piano sovrastrutturale, ogni sorta di ideologie fascistoidi, variegate quanto l’epoca del “Just in Time” prevede, ma tutte riconducibili a quella Psicologia di massa analizzata da Reich. Queste ideologie sono funzionali alla mobilitazione bellica, nelle sue articolazioni statali (militari, paramilitari, assistenziali, istituzionali, ecc.) e “civili” (associative, culturali, religiose, ecc.).

Dal film Underground di Emir Kusturica

La disgregazione degli Stati che vengono aggrediti dall’imperialismo, fomentando guerre inter-etniche ed inter-religiose e/o bombardandoli a tappeto, genera movimenti migratori disperati.
L’economia di guerra si impone sul fronte interno con leggi antisciopero, blocco dei salari, riduzione della spesa sociale e previdenziale.
Controllate le date, noterete le coincidenze: è un processo iniziato negli anni Ottanta, esploso negli anni Novanta del secolo scorso e che caratterizza il primo ventennio di questo secolo.
Questo perché la svalutazione del lavoro (deflazione salariale) procede di pari passo con la svalutazione della vita: tagliare la spesa sanitaria ed aumentare quella militare, lasciar morire i profughi e sfruttare i migranti, sono scelte politiche che vanno tutte nella stessa direzione.

In questa tendenza di lungo periodo si è inserito il recente biennio pandemico, gestito disastrosamente dal punto di vista sanitario, ma sfruttato in pieno dal punto di vista della militarizzazione della società.

Ci impongono di vivere nella paura, e di comportarci come animali impauriti.

L’unica risposta efficace alla guerra senza limiti è il più classico internazionalismo proletario, vecchio, certo, antico persino, ma tutt’altro che obsoleto.
Nei prossimi giorni a Roma si riuniranno centinaia di delegati, ed altre centinaia saranno collegate telematicamente, in rappresentanza di oltre cento milioni di iscritti sparsi in oltre cento paesi. Il 18° Congresso della Federazione Sindacale Mondiale (WFTU) si svolgerà nel segno dell’unità della classe lavoratrice di tutto il mondo e della lotta contro l’imperialismo, verranno adottate risoluzioni e intraprese mobilitazioni che contrasteranno con vigore la guerra.
Ma già il solo riunirsi sarà una grande azione per la pace fra i popoli, per il loro benessere e la loro dignità.

In tante lingue diverse, canteremo la stessa canzone
https://youtu.be/n_XIw70u7-k