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NEL DIFFERENZIALE INFLAZIONISTICO L’ITALIA ERODE QUOTE DI MERCATO NELL’EUROZONA

A gennaio feci un pezzo sul differenziale inflazionistico Cina- Usa-Europa, sostenendo che la bassa inflazione cinese, e prezzi alla produzione minori rispetto ai concorrenti, grazie all’ammasso durante la pandemia di materie prime allora con prezzo basso, avrebbe dato una chance forte al paese asiatico nel mercato mondiale. Poi è intervenuto il lockdown delle metropoli cinesi, finito in questi giorni, ma per prepararsi alla seconda parte dell’anno hanno varato misure fiscali per le Pmi dell’ordine di 400 miliardi. Ora però nessuno sta considerando l’inflazione nell’eurozona, in diversi paesi del Nord Europa è notevolmente più alta che in Italia. Ciò porterà, a meno che il paese leader la Germania voglia innescare una guerra del debito, il sistema produttivo italiano, dopo decenni, ad erodere quote di mercato nell’eurozona. Ma non solo: anche negli Usa, dove l’inflazione è pari all’8,9%, il sistema produttivo italiano si sta avvantaggiando. Certo, rispetto al resto del mondo la situazione si complica, ma la gran parte delle esportazioni italiane sono indirizzate nel blocco dell’eurozona e nel blocco nordamericano. Chiaro segno di questo la rilevazione ieri dell’Istat che ha portato il Pil del primo trimestre allo 0.1%, dunque la recessione si allontana nonostante la guerra. La ferocia con cui la classe dominante si arrocca nel blocco salariale italiano serve loro, come competitività di prezzo, a conquistare i mercati di questi due blocchi. I segni che si intravedono nel Nord Europa sono di crescita salariale, per cui, pensa il padronato, il differenziale inflazionistico italiano con l’eurozona si amplierà. Ciò porterà ad aumentare timidamente nei prossimi mesi il surplus delle partite correnti, o perlomeno a non riportarlo in territorio negativo. La stessa posizione finanziaria netta estera verrebbe difesa, ecco lo scudo di Visco. Il tasso di profitto delle imprese industriali si posizionerebbe a livelli medio-alti, inferiore agli scorsi anni ma pur sempre positivo. E’ grazie alla classe operaia che succederà questo, per la quale si pensa nuovamente a bonus e sostegni minimi fiscali governativi, per difendere la pace sociale. Ma la ciccia, la gran ciccia, se la prenderanno, attraverso il differenziale inflazionistico, gli industriali.  Così da 42 anni.

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NELLA FEROCIA DI CLASSE L’ITALIA E’ UNICA IN OCCIDENTE

Ieri, dopo aver ascoltato l’intervista che ho rilasciato a Lantidiplomatico, mi ha telefonato dall’Olanda un mio caro amico crotonese (siamo cresciuti assieme). Lui lavora in una fabbrica per conto di Bosch. Ricordavamo quando sedicenni siamo andati a lavorare in un ristorante, in cucina. Lui mi ricordava che in un mese prese 1 milione e sette e forse un milione e nove. A Crotone. Gli chiedo com’è il rapporto di lavoro in Olanda, lui mi dice che si intravvedono le prime crepe, soprattutto per il caro vita – alloggi (dove c’è stata una forte speculazione) e spese alimentari. Gli chiedo come viene vista da lui, che lavora in Olanda, l’Italia. Mi dice che nei rapporti di lavoro gli ricorda un pò il Terzo Mondo, prima al sud ma ora in ogni parte. Mi racconta di un suo amico salito su dopo aver lavorato in Sicilia in un ristorante, regolare, ma poi, al pagamento, dimezzato rispetto alla busta paga. Mi dice che tanti stanno emigrando, tanti ne incontra in Olanda, da noi rimangono per certi lavori i migranti che vengono presi in giro dagli imprenditori. Mi dice che tra poco l’Italia si svuoterà. La guerra di classe c’è in tutto l’Occidente, ma da noi è spietata, al limite del concetto di vita da vivere. Un’amica romana ieri mi ha mandato su whattupp un articolo da Dagospia (in realtà Repubblica) dove si sosteneva che le disuguaglianze da noi sono ai massimi livelli. Ho studiato il fascismo, soprattutto gli anni dal 1933 in poi (IRI). Negli anni venti il capitale era spietato come adesso, ma negli anni trenta timidamente l’economia era verso un nuovo assetto, bloccato dall’avventura bellica, di cui si riprese il modello nel dopoguerra. Ma un Bonomi non me lo sono mai ricordato, una Confindustria così feroce supera gli Anni Venti. Proprio come allora c’era una classe politica prona ad essa, essa stessa feroce. Mussolini solo nel 1933 si accorse che aveva a che fare con quelli che lui definì “coglioni”. E come allora, ora non ci pensano a fare investimenti per aumentare la produttività e fare il salto tecnologico, tutto si basa sullo schiavismo salariale, tranne alcune figure medio-alte. Molti hanno visto il grafico secondo cui in 30 anni i salari italiani, unicum in Ue, sono addirittura diminuiti, per non parlare dei salari reali. Elon Musk qualche giorno fa ha scritto che se continua così l’andamento demografico nostro, l’Italia scompare. Milioni emigrano all’estero, chi resta non può mettere su famiglia. Classe dominante, l’hai fatto tu quest’orrore. La storia un giorno ti chiederà un bilancio e un conto.

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NIENTE DI NUOVO DAL FRONTE OCCIDENTALE

Perché tutti i politici, tutti i finanzieri, tutti gli industriali dicono all’unisono: non allontaniamoci dall’Occidente? Perché l’Occidente da 50 anni garantisce alla classe dominante privilegi impensabili fino alla metà degli anni settanta. Hanno scelto di tornare indietro nella storia, vedono altri paesi che invece, chi con fatica, chi con intelligenza, progrediscono verso assetti socio economici improntati alla modernità. La stessa Russia, solo dopo la guerra, ha deciso questa linea e si indirizza verso Est e verso quei 150 paesi che non hanno votato le sanzioni. L’Occidente si arrocca per non perdere la sua ferocia di classe, fatta di deflazione salariale, di mercantilismo e di armamenti, che ha portato una classe minoritaria a godere di grandi ricchezze e grandi privilegi. La traduzione “politica” di questa scelta è frutto dei rapporti di classe instaurati negli ultimi 50 anni, fanno in modo che la classe lavoratrice non rialzi la testa, non permette ad essa nessuna minima rivendicazione. Un ritorno ad assetti feudali dove vige anche la servitù, locale, indigena o straniera. Un suicidio collettivo che porta l’Occidente a declinare sempre più. Solo il progresso, organico, di tutte le classi, permette l’accumulazione capitalistica ,e non già la sola tecnologia, e ciò implica istruzione di massa a tutti i livelli, salario sociale e plusvalore relativo. Quando i politici dicono di non allontanarsi dall’Occidente, in questo caso la Meloni con Salvini, vogliono proprio dire questo: manteniamo assetti di dominio feudali, altrimenti gente come noi non ha senso ed è finita. Tutta la classe dominante si aggrappa a questo contesto come nella corte di Versailles. La classe lavoratrice, nella storia, visto questi assetti, deve conoscere la fame per organizzarsi, altrimenti, come negli ultimi decenni, è letargia. Fame che coinvolge ormai, tantissima gente, come ho riportano ieri nel racconto del Dottor Armenante. Il livello di povertà estrema, di disperazione è massimo proprio nel centro nevralgico del sistema occidentale, gli Usa, dove vi è una sottile guerra civile, fatta di sparatorie, eroina, alcol, emarginazione, senza fissa dimora. Questo modello lo si vuole portare anche da noi, ma gli italiani sono fan della Ferragni e magari vengono dall’emarginazione dell’estrema periferia. Niente di nuovo dal fronte occidentale.

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QUEL CHE DIO MI DA’

In questi ultimi due anni all’Inail ho fatto amicizia con un medico, volontaria cattolica in varie associazioni. Un anno fa le regalai il mio libro, vuole anche la seconda edizione .Ieri mi ha messo in contatto con un volontario di Cava. Oggi l’ho intervistato. Ma stamane, quasi alla pausa, lei mi ha regalato un libro del volontario, che si chiama Antonio Armenante dal titolo “Anche Dio lavora – e noi gli mettiamo i contributi”, editore areablu- Cava de Tirreni. Mi ha fatto la dedica scrivendo: “A Pasquale, cercatore di senso, di verità e giustizia”. Francamente non capii la dedica. Oggi ho intervistato Armenante, ne è uscito un pezzo. Casualmente mi sono messo a leggere il libro, pensavo fosse di pensieri cristiani, invece è uno straordinario spaccato di vita di strada con i senza fissa dimora, con immigrati, con gente disperata tra le più varie. Sono dialoghi tra lui e questa gente emarginata da tutti, che incontrano un cristiano che li aiuta, assieme ad altri. Nel blog ho intervistato una volontaria laica che sta a Milano, mi raccontava della povertà della piccola borghesia. Questo invece è come se fosse un disco di Fabrizio De Andre’, mi viene in mente Smisurata Preghiera, il suo testamento. Non so cosa abbia trovato in me questa amica, so solo che mi ha fatto un dono stupendo che mi arricchisce molto. Procuratevelo. La ringrazio. Leggendolo mi è venuto in mente Pasolini e la sua perduta gente, che lui amava molto. Buona lettura.

Quello che Dio mi da’

 

Ho incontrato Tan varie volte alla mensa dei poveri e per strada. Non avevo avuto però mai l’occasione di intavolare un dialogo. Eppure sentivo istintivamente che quell’uomo minuto, sulla sessantina, con pochi capelli bianchi, il volto magrissimo, ma attraversato da un’espressione di serenità e dignità incredibile, portava con sé una grande lezione di vita.

Se ne stava a mangiare al solito posto, al solito tavolo, col suo solito silenzio.  Ringraziava a modo suo del cibo, portandosi la mano destra sul cuore. Poi, appena finito di mangiare, ripulito e consegnato il vassoio per il lavaggio, issava lo zaino blu sulle spalle (suo cuscino e suo armadio, come mi disse una volta) e zitto zitto, con discrezione, quasi a non voler dare fastidio, andava via.

Una domenica mattina d’inverno, molto fredda, alle cinque ero in strada, nei posti dove sapevo che dormivano i senza fissa dimora. Dopo un giro in una casupola fatiscente e abbandonata, dove sapevo che dormivano dei rumeni, che però non trovai, mi avviai sul lungomare  a piedi  per recarmi prima sotto il ponte dove passa il fiume e poi alla stazione.

Vidi uscire Tan, avvolto  in una coperta, da sotto una barca capovolta, lì posta sopra due assi sul lastrico prima della sabbia. Lo chiamai. Si girò verso di me. Si tolse la coperta, l’arrotolò, la depose in una busta di plastica, prese lo zaino, mi venne incontro. Lo salutai. Rimase per un attimo pensieroso. Poi, portandosi la mano al cuore, disse nel suo discreto italiano: “Oh! tu stai a mensa a darci una mano. Grazie a tutti voi!”

Gli chiesi di venire con me al bar. Regalandomi un sorriso enorme che rese il suo viso splendente, mi disse che era onorato. Si ristorò con un the caldo e un cornetto esclamando: ”Vita sembra rinascere! Ha fatto molto freddo stanotte”. Poi, mi fece capire che voleva andare.

“Tan, quando possiamo vederci? Vorrei parlare un po’ di più con te”. Mi guardò fisso e rispose: ”Sì, Antonio, qualche altro giorno, dopo mensa”.

I giorni successivi però non venne a mensa. La cosa mi creò pensiero perché non mancava mai. Sperai che non gli fosse successo niente, anche perché queste “pietre di scarto” spesso all’improvviso spariscono.

Era ormai venerdì e di Tan ancora niente. Neanche alla mensa era venuto. L’indomani, mi trovavo nei pressi del rione dove si trova la mensa. Erano le sette del mattino. La notte aveva quasi diluviato. Ero appena sceso dalla macchina quando vidi spuntare Tan. Era bagnato fradicio. Camminava con quel suo zaino, quasi a fatica. Gli corsi incontro. Era talmente inzuppato d’acqua dalla testa ai piedi che i panni gli si erano incollati addosso ed i pochi capelli erano diventati tutt’uno. Gli levai lo zaino dalle spalle. Al che si mise la mano sul cuore, mi ringraziò per il gesto e con affanno mi disse: ”Ora devo andare dai missionari per chiedere se hanno altro pantalone, scarpe, maglia e se posso lavarmi e asciugare”.

Gli offrii qualcosa di caldo al bar. Non volle entrare perché aveva paura di bagnare per terra. Gli portai un cappuccino caldo e una brioche. Li consumò velocemente. Lo vidi sorridere. Non mancò di ringraziarmi portandosi la mano sul cuore. Il centro dei missionari distava appena una centinaia di metri da quel bar, per cui volle continuare ad andare a piedi. Lo accompagnai.

Dopo un’ora, sorridente, rivestito da capo a piedi, uscì.

Salì in macchina e ci avviammo. Ci fermammo nel Parco Pinocchio, che lui raggiungeva ogni pomeriggio quando il tempo lo permetteva. Il sole faceva luccicare le foglie ancora bagnate. Dalla loro patina  lucente si levavano “coriandoli “di riflessi che sembravano rincorrersi e giocare come i bambini che, intanto, erano cominciati ad arrivare. In macchina non avevamo quasi parlato. Gli avevo rivolto solo qualche frase di circostanza: ”Come ti senti? Ma non potevi ripararti da qualche parte? Vuoi prendere qualche altra cosa?” Egli puntualmente  rispondeva ”tutto bene”, per poi tacere.

Ci sedemmo su una panchina. Dopo qualche minuto di silenzio, gli chiesi: ”Tan, ma come hai fatto a bagnarti così?” Rispose abbozzando un sorriso: ”Venivo a piedi, perché sotto barca ora freddo. Ogni giorno, alle quattro di mattina, vado a Salerno. Stamattina è cominciato a piovere  tanto, tanto. Io ho continuato a camminare. Su strada difficile trovare riparo.”

Rimasi alquanto interdetto. Egli seguitò: ”Antonio, mia storia longa, longa e difficile”.

Lo interruppi: ”Ma dove dormi?”

“Estate all’aperto in terra sotto un muro non lontano dal Cimitero. Ora autunno ancora lì, sotto capanna di lamiera più lontana. Lì io sto tranquillo. In stazioni o parchi o su mare, non tranquillo. Vengono mbriachi che pure vivere per strada. A volte picchiano per vedere se hai soldi. Quando sono da soli sono bravi. Anche loro tanti problemi. In gruppo e bevuto però fanno paura. Poi altre volte viene polizia: prendono tutti, così sono ordini. Io ho girato e trovato questo luogo tranquillo. Nessuno sa. Ogni tanto, lontano su strada passa macchina e poi morti vogliono stare anche loro tranquilli, come me, aggiunse ridendo. Così ogni mattino, alla stessa ora vado a Salerno. Cammino, non mi stanco. Mi piace silenzio.”

Con il volto che s’illuminava, aggiunse: ”Sto con Dio. Osservo luce che esce, uccelli volare e loro mi accompagnano. Molta gioia. Dopo vengo a mensa. Vengo in questo parco bello a godere se è bello tempo, se no vado sotto porticati. Poi a quattro e mezza mi avvio di nuovo a piedi. Due ore e mezzo di cammino e sono sotto muro, casa mia. Mi basta. Quando mi sento stanco, dormo a Salerno. Cerco per notte luogo solitario. Se invece ho soldi, io prendo pullman. Io non cerco. Mi basta pranzo di mensa, insieme panino per la sera. Poi ho tutto, perché ho vita e Dio.”

S’interruppe, mentre io rimanevo sempre più stupefatto. Ruppi il suo silenzio e gli chiesi: ”Tan, ma da quando sei in Italia? Di dove sei? Perché sei qui?” Mi guardò e con un sorriso dolce e amaro, con la sua sottile voce mi rispose: ”Mia storia longa, longa  e dura, Antonio. Io vivo in Italia da quindici anni. Io andato via non per lavoro. Lì tiravo avanti, come dite voi. Prima buon paese gente non cattiva. Poi, guerra civile e tutti più cattivi.”

”Perché sei andato via? Hai famiglia lì?”

Con voce esile mi rispose: ”Guerra civile tremenda. Gente si uccideva per niente. Tanti bambini morivano. Io non potevo sopportare. Non sapevo tenere bocca chiusa. Io non sopporto ingiustizia e violenza. Uccidere è sempre ingiustizia. Uccidere così è ancora più brutto, brutto. Io non potevo sopportare. Io vedevo e parlavo, parlavo e denunciavo. No! Io non facevo ciò per politica. Io sempre apolitico. In me ribellione per umanità. Poi io dire con bocca non cucita che Dio, Dio di tutti, non vuole guerre, uccisioni, vuole bene per tutti e gridavo che offendere Dio di vita, e che questo contro Legge. Mia bocca non poteva stare cucita.”

Si fermò a riprendere fiato, ma subito dopo seguitò: ”Cominciai ad avere minacce. In mio paese i capi di gruppi in lotta pensavano io stare con parte nemica,  per cui pericolo da tutte e due le parti per me e famiglia. Io stavo per verità e contro violenza. E poi mia religione, Islam dice non uccidere mai. Dio non è di una religione. Religione è una via, ma tu anche se aderire devi sapere che esistono altre vie e che ci deve incontrare. Ognuno deve uscire da sua tenda! Dio è uno e padre di tutti. Mia vita e vita di mia famiglia molto in pericolo. Io impotente, e mio cuore non poteva ancora sopportare. Così, per non mettere pericolo mia famiglia, ho tre figli, decisi andare via. Sono andato via, non per dimenticare ma perché dolore non mi permetteva di stare. Non era più mia nazione. A miei genitori lasciai bambini. Mia moglie era morta l’anno prima e mia madre era mamma anche per loro. Miei genitori avevano piccola attività, quindi mangiare era possibile. Ero sereno perché stavano bene, non mancava niente. Cominciai a girare, e girare perché dovevo essere “fuori, fuori “da dolore.

Dolore ti accompagna sempre, ma essere fuori ti fa ritrovare vita. Andai in Francia, dove  lavorato per qualche anno ora qui, ora là. Ma mia testa diceva sempre di cambiare, non resistere sempre stesso posto. Dovevo essere “fuori, fuori”. Così io sono andato Germania, Torino, Milano, Firenze e altre parti. Sono da 8 mesi in questa provincia”.

”Ma come ti mantenevi?”

“Antonio, quando c’erano forze io cercare il lavoro. Lavorato duro. Quando non avevo lavoro, strada. Mi arrangiavo. Ma io non posso stare ad una sola parte. Quando testa mi comanda, allora io girare. Poi ad un certo punto non avere più forza per lavoro e poi solo sfruttamento e ho preferito stare per strada e non farmi sfruttare. Così strada è diventata mia casa senza mura e tetto e il cielo mio compagno di viaggio. Ma sono contento, anche se dolore non si cancella e ti chiedi sempre perché.”

”Spiegami, Tan, per te la strada è libertà?”.

Si arrotolò una cartina con del tabacco, prima di rispondere.

”Non è libertà. Ma è tua nuova casa, che ti fa vivere. Per quelli come me, la vita ha questa casa. Ti permette respirare, mangiare, dormire, vedere gente, conoscere quelli bravi e quelli no bravi. La strada ti dà anche gioia pure se insieme dolore.”

“Tan, posso chiederti per te chi è Dio? E tu, preghi?

”Antonio, io musulmano e ho grande gioia di Islam. Dio è creatore e misericordia. La sera prego con cuore e con testa. Cuore, perché fiducia in Dio. Farà di me ciò che vuole, e io ringrazio. Testa, per aiuto ad affrontare situazioni, per me, per gente che incontro, per famiglia lontana, e anche per peccatori. Con cuore, prego essere pieno di fiducia, perché ognuno deve essere pieno.”

“Tan – incalzai – pensi che ci sia un’altra vita? Come te la immagini? E cosa pensi  di quelli che fanno del male, del loro destino?”

Si accarezzò il viso quasi a riflettere. Poi ribatté: ”lo spero. Penso vita tranquilla, felice, senza problemi di soldi, per vivere. Vita semplice e insieme. Quelli che hanno fatto male dovranno pagare. Bilancia di Dio misurerà cose giuste.”

“Se in questo momento dovessi mandare un messaggio al mondo cosa diresti?“

”Pace, pace e non uccidete e sfruttate. Pulisci tua casa dentro e sarai pulito. Anche religioni devono essere pulite. Se ognuno pulisce sua casa, pulirà anche fuori. Se si fa questo, la vita ha più luce.”

Sentivo che gli faceva bene parlare, che il suo volto diventava più sereno.

”Gesù chi è per te?”

”Messaggero e profeta”, mi rispose deciso.

“Che ti aspetti dalla vita che ancora devi vivere? Hai paura della morte?”

“Sogno vivere tranquillo, non dare fastidio a nessuno, rispettare gente. Insomma, quello che non voglio che gli altri facciano a me, io non devo fare ad altri.” Tacque, poi aggiunse: “Sì! Ho paura della morte”.

“Come scomparsa?”

”Non come mia scomparsa. Voglio morire tranquillo, pulito dentro. Ma se non succede, mi fa paura. Io accetto tutto quello che Dio mi dà. Anch’io sto ricevendo. Ti pare niente vita?”

Ero sconvolto, emozionato. Mi sentii piccolo piccolo.

“Tan, stai ancora dormendo lì?”

“Sì! Ho due coperte nascoste. Sto io e Signore. Prego quando voglio, dormo quando voglio, cammino quando voglio, rispetto regole mia religione. Non do fastidio. Mi lavo a fontanella. Guardo piante come vivono e mi fanno compagnia; guardo luce che come miracolo illumina, vedo uccelli volare. Poi cerco di immaginare pensieri di gente che va e viene, vivo gioia a vedere i bambini uscire di scuola. Insomma, Antonio, sono dentro  vita.”

Mi venne naturale abbracciarlo. Insieme andammo alla mensa.

Lo incontro spesso. È una gioia reciproca incontrarci. Lui nel vedermi si porta la mano al cuore.

L’altra notte ho pensato a lui moltissimo. Diluviava. Io nel mio letto caldo, Tan e gli altri chissà dove. La mattina gli ho chiesto dove avesse passato la notte. Mi ha risposto sorridendo. “Antonio, io non andato a piedi, troppa acqua e poi lì all’aperto. Non andare in stazione, perché paura. Vedi, Dio aiuta, ci pensa. Un ragazzo senegalese, cattolico, mi ha visto. Io non conoscevo lui. Mi ha fatto posto sotto sua bancarella, che è a coperto sotto un porticato. Ho dormito tranquillo e asciutto. E poi a inizio novembre si aprirà dormitorio di Missionari Saveriani e avrò un letto. Capisci quante cose ho?“

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LA FEROCIA DI CLASSE DEI PADRONI DELL’OCCIDENTE

Mi ha colpito la notizia della colf del miliardario Vacchi, bolognese, sottoposta a umiliazioni, offese e anche bottigliate se non ballava su Tik Tok. Costui è seguito da milioni di fan, evidentemente il popolo italiano sogna di essere ricco come lui e lo imita. Da qui le frustrazioni di massa  che colpiscono gran parte della gente, spesso sfogati nelle mura domestiche dove a farne le spese sono le donne e i figli. Una società impazzita, scollegata. Eppure non era così negli anni settanta. C’è chi dice che in quel periodo i padroni avevano paura, mentre negli ultimi decenni ad aver paura sono i salariati. E’ un capitalismo feroce, senza pietà, i cui  pilastri hanno origine negli anni settanta, quando iniziò la guerra al salario in tutto l’Occidente, Usa, Germania, Inghilterra, Italia, Australia ecc . Il campo occidentale, si scelse, doveva basarsi su bassi salari e pervenire ad un assetto feudale dove i salariati diventavano servi dei ricchi e quasi schiavi. Si tornava, negli ultimi decenni, al dominio assoluto dei salariati, a cui si tolsero istruzione, salario diretto e salario globale di classe Questo assetto viene perseguito negli ultimi anni, anche grazie alla pandemia, dove si sperimenta un controllo poliziesco della popolazione. Un capitale, quello occidentale senza pietà, nel mentre in Cina puntano sul collegamento degli assetti economici e sociali, sull’istruzione di massa per arrivare ad una società progredita, loro che venivano dalla miseria di massa. Il punto è la scelta del campo occidentale, alla metà degli anni settanta, di guerra al salario per assetti feudali, un ritorno indietro di 5-600 anni. Non ha più da dire l’Occidente, per questo promuove guerre guerreggiate, guerra economica, guerra finanziaria, guerre sociali. Un toro ferito, impazzito, che è pericoloso. Manca la coscienza di classe di tutto ciò, se non in ambiti minoritari, nel mentre milioni di persone ammirano le gesta schiavizzanti di Vacchi.

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UN CONSULENTE DI IMPRESA: SALTA IL SISTEMA INDUSTRIALE EUROPEO

Sempre più sto cercando di sentire la voce di operatori economici, da imprenditori a sviluppatori di aziende a consulenti aziendali. Oggi ho avuto modo di sentire un consulente aziendale che vive al nord, si occupa di assetti societari di tante imprese. E’ stato un colloquio molto cordiali, lui ha voluto sentire la mia alla luce dello scritto di stamane dal titolo Gli Usa, dopo il fronte sud, bloccano il fronte est della via della seta.

Parliamo di quel che sta succedendo, dello scenario ucraino. Lui afferma: già in questi mesi il prezzo del gas era a livelli stratosferici, l’intervento governativo per calmarlo è stato un palliativo oltretutto parziale, affatto risolutivo. Ora sarà durissima la situazione, specie se bannano la Russia dallo Swift.

Gli chiedo che effetti avrà sul sistema industriale, lui risponde che potrebbe saltare del tutto, così come quello europeo. Mi dice che per carattere non si preoccupa mai, ma questa volta è molto preoccupato, le conseguenze sono imprevedibili. Comunque vada, dice lui, l’Italia e l’Europa si indeboliranno molto, assai più che negli ultimi trent’anni.

Gli chiedo il sentore degli imprenditori, mi promette che mi farà sapere nei prossimi giorni, alla luce degli eventi degli ultimi due giorni. Per l’intanto mi fa sapere che fino ad ora, complice la propaganda massiccia, gli imprenditori sono stati con il governo ma nei prossimi due mesi, complice la tenaglia Greenpass e vicende ucraine e russe, il sentore potrebbe cambiare di colpo. Quando si vedono prezzi alle stelle, chiusure di aziende, allora l’atteggiamento potrebbe cambiare. Mi farà sapere nei prossimi giorni dai suoi clienti e ne darò conto successivamente. Ancora è presto.

Ha letto il mio articolo di stamane, lui ritiene che il fronte sud si potrebbe riaprire grazie agli americani (che controllano Gioia Tauro), facendo entrare le merci cinesi non come strumento di collaborazione, ma di controllo dei flussi commerciali. Il sud potrebbe avere un ruolo in tutto questo, visto che ormai il fronte est è chiuso.

Lo ringrazio della disponibilità e della cortesia e a risentirci con lui.

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GLI INVESTITORI ESTERI PUNTANO SULL’ITALIA

Ho avuto un colloquio con un imprenditore, un consulente aziendale che si occupa di sviluppo di aziende. Gli ho chiesto come vede la situazione negli ultimi mesi in Italia dal punto di vista imprenditoriale. Lui dichiara: ” ci sono alcuni settori economici molto dinamici, in primis l’alimentare che è da due anni che va molto forte, è un settore che traina sia a livello interno sia a livello estero. E poi il settore legato alla casa. Poi ci sono, nel mercato interno, altri settori che soffrono. Principalmente calzaturiero e abbigliamento, per via delle minori spese degli italiani, un pò per timore, un pò perché sono beni voluttuari, che possono essere rimandati. Nell’ultimo periodo c’è una forte vivacità da parte di operatori esteri che sono sbarcati in Italia e che hanno aperto molti store e piattaforme produttive”. Gli chiedo chi sono questi operatori, lui risponde: “principalmente tedeschi e polacchi. Nel nord stanno aprendo molte attività e sono molto dinamici. Anche i cinesi, ma qui c’è da dire che, sì, sono imprenditori cinesi, ma che sono riusciti ad italianizzare il brand, la qualità è migliorata e anche la gestione aziendale risente del criterio dell’italianità. Un campo dove sono molto attivi negli ultimi tempi i tedeschi sono i parchi logistici. Loro in questo settore sono presenti in tutto il mondo e ultimamente sono sbarcati in massa in Italia. Gli americani non ci sono, nel food funziona solo Mcdonald’s ,ma per il resto non sono riusciti a penetrare. Certo, l’Italia sta diventando molto attrattiva per gli operatori esteri e ciò contribuisce alla dinamicità degli affari nel Paese”. Infine gli domando quanto stanno incidendo i costi delle materie prime e dell’energia. Lui risponde: ” credo che sia necessario un intervento, i rincari stanno colpendo fortemente gli operatori economici. Non tanto i grandi, che possono trovare soluzioni, quanto gli artigiani e i piccoli imprenditori. Sono in contatto con diversi di loro che lo scorso anno hanno messo su progetti di costruzione di aziende e che ora si sono visti arrivare costi due tre volte superiori a quanto preventivato”.

L’importante testimonianza dell’imprenditore, che ringrazio, dà conto di un fenomeno che viene taciuto dai media, chissà perchè, vale a dire una forte attrattività del Paese agli investitori esteri. Lui stesso mi dice che dopo il nord sbarcheranno nel centro sud e questa è una novità. Lo ringrazio vivamente.

 

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GLI IMPRENDITORI ITALIANI, NONOSTANTE TUTTO, REGGONO

Due notizie oggi, una negativa, l’altra positiva. Iniziamo dalla prima: è vero, gennaio è sempre stato un mese difficile per il saldo commerciale italiano extra Ue, ma il dato uscito oggi dall’Istat è significativo. Vi è un deficit della bilancia commerciale pari a 4,2 miliardi di euro, il deficit energetico passa da 2 a 6 miliardi. E non era ancora scoppiata la guerra con i prezzi energetici alle stelle. Di questo passo forse ci mangiamo il surplus commerciale nel 2022, se le cose non dovessero migliorare. E’ dire però che le esportazioni a gennaio sono andate benissimo, +5,3% mese su mese e addirittura + 19% anno su anno, dopo aver superato nel 2021 il record del 2019. C’è una vivacità imprenditoriale che non viene fermata dal rincaro delle materia prime, dai costi energetici, dalle incertezze nazionali e mondiali. E’ come se fossero formiche che riescono a destreggiarsi nel mercato mondiale, anche grazie ad una classe lavoratrice preparata (gli stessi imprenditori dicono che sono tra i migliori al mondo). E’ un dato da tenere conto, nonostante le tempeste in arrivo. Significativo il +26% di esportazioni di prodotti italiani in Russia, quando già c’erano le prime tensioni. Se avessimo mantenuto in questi 30 anni l’altro caposaldo, il mercato interno, e le aziende pubbliche, capaci di dare energia e semilavorati a prezzi calmierati, l’imprenditoria italiana non la fermava nessuno. Certo ,sono contro Confindustria, perché penso che molti industriali non vi si riconoscano, è antimoderna, non al passo con i tempi. Purtuttavia c’è un fervore industriale che lascia sperare in futuro, se non altro perché difendere quel poco di capitale industriale rimasto è estremamente importante per il Paese e per la stessa classe lavoratrice. Gli operai fronteggiano i padroni, non le fabbriche, quelle le difendono. Questa vivacità è altresì rispecchiata nei dati dell’indice di fiducia delle imprese usciti oggi, c’è un fisiologico calo, ma non un crollo, le aziende reggono, nonostante tutto. Se avessimo una classe politica che riuscisse a destreggiarsi meglio nella diplomazia la situazione sarebbe migliore. Si tratta di pensare all’interesse nazionale, simil Mattei, e non fare i cagnolini degli altrui imperialismi. Ne beneficeremmo tutti.

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IL TRIONFO DELLA RENDITA

Ripropongo un mio scritto, pubblicato da La contraddizione,  del 2006 sul processo di privatizzazione delle municipalizzate, pensato circa 30 anni fa, messo in punto nel 2005 e ora attuato dal governo Draghi. Si vedrà che tutte le privatizzazioni sono a favore dell’aristocrazia finanziaria del paese e tendono all’attacco del salario sociale di classe. Siamo in guerra, come sapete, ma l’Italia è in una guerra economica da 50 anni, a partire da Piazza Fontana, volta a stroncare il movimento operaio. Ci sono riusciti e ora gli avvoltoi ne prendono i resti, come iene. Buona lettura.

 

IL TRIONFO DELLA RENDITA

la Cassa depositi e prestiti e la centralizzazione finanziaria

Pasquale Cicalese

Una massa crescente di capitali confluiva verso gli impieghi immobiliari

e soprattutto verso gli investimenti statali.

Al debito pubblico contratto direttamente dallo stato si aggiungeva

quello contratto per mezzo di enti parastatali: la Cassa depostiti e prestiti,

imprese di pubblica utilità, ecc., tutti rivolti a finanziare

i lavori pubblici dello stato e dei comuni. Lo stato, potenziando

questi organismi di credito e gli organi preposti alla raccolta del risparmio,

si avviava a divenire il più grande dei banchieri per cooperare direttamente

con l’alta banca nell’approvvigionamento di mezzi finanziari ai grandi industriali.

[Pietro Grifone, Il Capitale finanziario in Italia]

 

 

La lunga citazione di Grifone, che descriveva con queste parole la politica economica del Conte Volpi, in parallelo all’accordo di palazzo Vidoni e della Carta del lavoro del 1927, serve da sfondo ad una serie di decisioni da parte del ministero dell’economia circa il riassetto di istituzioni finanziarie quali la Cassa deposti e prestiti [Cdp] e le poste. Accanto ad esse occorrerà concentrare l’attenzione nuovamente sul federalismo fiscale e sul processo di privatizzazione delle pubbliche utilità, che nei prossimi anni avranno una forte accelerazione e il cui impatto sul salario globale di classe sarà devastante quanto e più del processo di dismissioni di imprese pubbliche dei primi anni novanta. Si vedrà come la politica economica di Tremonti prima e di Siniscalco poi, simile a quella del Conte Volpi, abbia la finalità di riappropriare lo stato della funzione di “mediatore tra il risparmio e i gruppi interessati a grossi finanziamenti industriali” [Grifone, ivi, Einaudi 1972, p.107], di attuare strategie di centralizzazione finanziaria e di consolidamento industriale nei servizi pubblici e nei monopoli naturali, con la loro successiva privatizzazione, tant’è che il Sole 24 ore definisce la Cdp come il “crocevia della politica economica del governo” [cfr. Cdp, la contesa sulla vigilanza 4.8.2004]. Con le partecipazioni acquisite, la Cdp dà la possibilità allo stato di vendere pacchetti azionari di strategiche imprese per ridurre il debito pubblico, non perdendo al contempo il controllo degli assetti azionari, visto che detiene il 70% del capitale sociale della Cdp. Sembrerebbe la solita partita di giro tipica della finanza creativa, se non fosse che il disegno strategico alla base della nuova missione della Cassa ha a che fare con il riassetto del capitale finanziario, con le dinamiche delle future “politiche industriali” dei monopoli naturali e, soprattutto, con l’estrazione di una massa di plusvalore da sottrarre al controllo degli enti locali, i quali risponderanno al relativo processo di dismissioni e della riduzione dei trasferimenti dello stato con l’abbatti­mento della già esigua “spesa sociale”.

Anzi, proprio la diminuzione dei trasferimenti dello stato agli enti locali e i conseguenti aumenti dei livelli di indebitamento costituiscono l’alibi con cui le amministrazioni locali decideranno nei prossimi anni di ridurre al di sotto del 50% la quota delle loro partecipazioni nelle municipalizzate, una modalità prevista dall’articolo 35 della Finanziaria 2003 o, ancora, aggregarsi e fondersi con altre realtà (inter)regionali. A dare questi “consigli” agli enti locali è lo stesso presidente della Cdp Salvatore Rebecchini, il quale dichiara che “la dismissione di asset strumentali all’erogazione dei servizi pubblici e l’assegnazione della gestione di tali servizi a soggetti privati costituiscono gli elementi chiave per la definizione di una strategia funzionale all’obiettivo di migliorare l’efficienza e ridimensionare l’indebitamento” [Enti locali a rischio finanziamenti, in il Sole 24 ore, 7.11.2004].

Le municipalizzate trasformate in spa sono 710 e per il 73% gli enti locali sono gli unici proprietari o sono azionisti di maggioranza (23,6%), mentre per 3,4% hanno una quota minoritaria. La finanziaria 2005 prevede sconti fiscali sulle aggregazioni e privatizzazioni di quest’universo variegato. Per le imprese quotate si tratterà di immettere nel mercato borsistico ulteriori quote azionarie, per la gioia dei rentier (non esclusi molti “Brambilla” che, memori della lezione dei Benetton, abbandoneranno i loro settori di riferimento per accodarsi al capitalismo delle bollette), in vista di un processo di fusioni e concentrazioni che costituirà, insieme allo scacchiere bancario, il leit motiv delle cronache finanziarie dell’anno in corso. Ad essere interessate a questa escalation di privatizzazioni sono circa milleseicento aziende municipalizzate dei servizi ambientali, energetici, idrici, ecc., per un valore totale che supera i 40 mrd €.

In ultimo, questo processo è un meccanismo teso all’abbattimento del salario globale di classe, soprattutto nelle zone più industrializzate del paese e che si affiancherà – in una sorte di solidarietà di classe, dal punto di vista borghese, of course – al processo regressivo degli assetti socio-economici del meridione pro­vocato dalla riforma federalista di centro-sinistra-destra. Il tutto al servizio delle grandi imprese e del capitale finanziario, che, in un’epoca di crescente sovrapproduzione, si rifugiano sempre più nella rendita, immobiliare e tariffaria. Lo strumento principale è la trasformazione in spa della Cassa depositi e prestiti, avvenuta con la legge 269 del 30 settembre 2003, lo stesso giorno della presentazione della “finanziaria” del 2004. Con questa legge si determina un notevole ampliamento degli scopi statutari dell’istituto, non più solo come la “banca” degli enti locali per i loro investimenti a tasso agevolato – la cosiddetta “gestione separata” basata sulla raccolta postale con un ammontare di mutui che superano i 50 mrd € – ma un mostro a tre teste che potrebbe essere in futuro il fulcro delle scelte strategiche a livello economico e finanziario dell’aristocrazia finanziaria, con la regia di Bankitalia, ritornata in auge, come avevamo preannunciato, e divenendo sempre più il vero dominus economico-finanziario del paese.

 

La Cassa depositi e prestiti ha tre finalità: 1) soddisfare le nuove esigenze finanziarie degli enti territoriali; 2) favorire i processi di riforma e successive concentrazione dei servizi pubblici locali, dai trasporti alla raccolta rifiuti, dall’acqua all’elettricità; 3) sostenere il finanziamento delle infrastrutture tramite la controllata al 100% di Infrastrutture spa, braccio operativo della Legge Obiettivo sulle grandi opere, nota soprattutto per il famigerato progetto del Ponte dello stretto. In ultimo, per statuto, può finanziare privati anche tramite la raccolta presso investitori istituzionali, un’ambigua formula oggetto per questo di strali da parte del capitale finanziario, visto che la sua potenza di fuoco può rappresentare una minaccia seria per le banche concorrenti, a meno che la controllino direttamente, com’è plausibile che avvenga.

Queste ultime caratteristiche fanno della nuova Cdp una vera e propria merchant bank in diretta concorrenza con il sistema bancario nazionale, tant’è che il governatore della banca d’Italia ha preteso che la Cdp rientrasse tra gli organismi finanziari soggetti alla vigilanza bancaria (sottraendolo dai poteri di indirizzo del Tesoro), una richiesta fortemente negata da Tremonti e che costituisce uno dei motivi del defestramento del commercialista di Sondrio. La posta in gioco è talmente grande che Bankitalia, come risulterà qui appresso, non qualifica la Cassa come una normale banca, ma solo come intermediario finanziario speciale non soggetto alla legge bancaria del 1993 che impedisce che una banca abbia più del 15% del capitale di un operatore non finanziario, ottenendo in cambio la vigilanza ed il controllo di stabilità. È una banca, ma è come se non la fosse, al pari di Banco Posta, indirettamente controllato dalla Cdp. Miracoli del capitale finanziario. A ciò si deve aggiungere la trasformazione della Cassa in una sorte di nuova Iri, con una contabilità separata da quello di stato, tale per cui non incide, pur essendo posseduta al 70% dal ministero dell’economia, nel conteggio dei deficit e del debito pubblico secondo i criteri Eurostat.

Infatti, una delle modalità creative dell’ex ministro Tremonti, di abbattere il rapporto deficit/pil 2004, è stata quella di conferire alla Cassa il 10% circa del pacchetto di azioni Eni ed Enel detenute in precedenza dal ministero dell’econo­mia, oltre che il conferimento alla Cdp del 35% di Poste spa, vero e proprio braccio operativo della centralizzazione finanziaria e dell’appoggio alla rendita, come risulterà più avanti. Il tutto attingendo ai conti della Cdp presso la tesoreria del ministero dell’economia, quantificati, dopo l’attribuzione delle suddette quote, nei restanti 20 mrd € e che costituiranno la massa critica delle future politiche industriali della Cdp nel settore dei monopoli naturali. Vi è però una differenza sostanziale fra Tremonti e Siniscalco circa le finalità operative della nuova Cdp, battezzata la “banca delle banche”.

Il primo aveva ideato un braccio finanziario al servizio dello stato, in concorrenza con il capitale finanziario, in vista di un’alleanza operativa con soggetti industriali del centro-nord ruotanti intorno alle pubbliche utilità in mano agli enti locali. Inoltre la Cdp, nel disegno tremontiano, doveva essere un soggetto finanziario forte, capace di accompagnare processi di consolidamento industriale nel mondo delle pmi, anche in vista del probabile restringimento del credito da parte delle banche in ottemperanza ai dettati di “Basilea 2” [cfr. nn.95 e 99] e della fine della vischiosità contabile provocata dall’adozione dei cosiddetti ias (criteri contabili stabiliti a livello internazionale) che faranno piazza pulita, a partire dal 2006, della fumosità dei bilanci delle aziende italiane. La Cdp aveva dunque, nelle intenzioni di Tremonti, la finalità di creare un vasto mercato finanziario alternativo per il mondo delle piccole e medie imprese e si affiancava alla strategia fiscale derivante dalla riforma delle aliquote e, soprattutto, dalla devoluzione. Tutto ciò al fine di creare un atterraggio morbido per quella schiera di industriali uscita sconfitta dall’elezione di Montezemolo a nuovo presidente della Confindustria, che suggellava il trionfo dell’aristocrazia finanziaria. È anche in questo senso che deve inquadrarsi l’uscita di scena del fiscalista di Sondrio, il quale ritorna sulle scene politiche non già nelle com­missioni di bilancio o economiche (su tutta, la discussione della riforma del risparmio), ma presso la Commissione affari costituzionali, dove si è decisa la riforma devolutrice, ampiamente contrastata dalla nuova Confindustria (oltreché nella dirigenza di Forza Italia).

L’ascesa di Siniscalco e il nuovo feeling tra Berlusconi e Fazio, con il primo che si inchina ai diktat del capitale finanziario (in vista di metter mano, col governo stesso, sulle future fusioni bancarie), provoca un ribaltamento della filosofia operativa della Cdp. Su suggerimento del governatore della Banca d’Italia, la Cdp diventa a tutti gli effetti una banca (anche se non rispetta la legge bancaria), con la probabile adesione nella primavera prossima all’Abi, l’associazione delle banche italiane. Ciò significa che Bankitalia eserciterà il controllo sulla sua attività; in pratica dirà la sua in merito all’acquisizione di quote delle Poste, di Eni, di Terna (detenuta al 29,9% – perché il 30% o più farebbe scattare la norma sul controllo), di Enel, di Snam Rete Gas (per la quale è prossimo l’acquisto di un’importante quota) e dell’investimento infrastrutturale dei monopoli naturali, dalla rete ferroviaria alle “pubbliche utilità” locali [sul controllo di Bankitalia si rimanda all’illuminante articolo di Massimo Mucchetti, Cassa Depositi, scudo Bankitalia ed equilibrio dei poteri in Corriere della sera, 25.9.2004]. Il passaggio consiste nel collocamento di ulteriori quote della Cdp ad “investitori istituzionali” (leggasi Fondazioni bancarie e fondi d’investimen­to) e la conseguente supervisione della Bankitalia, vale a dire tutto il contrario dei desiderata di Tremonti, che non voleva affatto il controllo di Fazio sulla sua creatura, per non subire “un commissariamento di fatto della politica economica” [cfr. Fazio conquista la Cdp, in Finanza&Mercati, 18.8.04].

A distanza di circa un anno Fazio riacquista un ruolo impensabile in qualsiasi paese a capitalismo avanzato e con una forte presenza di capitale finanziario; il tutto senza la benché minima adozione di criteri di accountability, vale a dire motivazioni pubbliche di decisioni e atti inerenti le banche e il capitale finanziario italiano in genere. La sua regia è talmente esplicita che durante la “giornata del risparmio” ha apertamente invitato l’imprenditoria italiana a tuffarsi sul settore delle pubbliche utilità dichiarando che “l’iniziativa privata può farsi carico di una quota rilevante del costo degli investimenti allorché interessino la fornitura di servizi remunerati da tariffe” [Relazione del governatore, in Bankitalia, 5.11.2004, p.13].

Si conferma in tal modo il ruolo esplicito di Bankitalia a sostegno dell’aristocrazia finanziaria, vista quale unico soggetto di una (im)proba­bile ripresa dell’accumulazione capitalistica nel paese. In ogni caso, la presa del capitale finanziario sulla “banca delle banche” in realtà era stata attuata già nella primavera del 2004 quando 65 fondazioni bancarie avevano investito un miliardo di euro nella Cdp, detenendo una quota pari al 35% del capitale sociale.

L’investimento è garantito da una serie di clausole e norme volte ad assicurare loro un rendimento minimo garantito, quantificabile dall’inflazione reale più tre punti percentuali fino al 2010 e da un diritto di recesso, a partire dal gennaio 2005, che garantisce loro la liquidità immediata delle attività acquisite. La sottoscrizione è avvenuta sotto forma di 105 milioni di azioni privilegiate, ma con diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie (nuovo miracolo del capitale finanziario nostrano) e c’è da scommettere che nei prossimi anni la quota detenuta dalle fondazioni bancarie aumenterà considerevolmente, trasfor­mando la Cdp come il vero braccio operativo del capitale finanziario.

A concorrere verso questo nuovo assetto è la riforma degli incentivi alle imprese con la costituzione del fondo rotativo di 6 mrd € in conto interesse presso la Cdp, attivando un meccanismo moltiplicatore, vale a dire una “leva finanziaria”, di circa 250 mrd €. La posta in gioco è talmente enorme, ed in concorrenza con le banche italiane, almeno nell’iniziale disegno tremontiano, che Berlusconi, dopo le dimissioni del fiscalista di  Sondrio, ha offerto al capitale finanziario italiano, tramite la Cdp, la gestione del fondo rotativo e le pratiche istruttorie, invitandole ad aumentare la quota sociale nella Cassa[1]. La pax finanziaria è stata suggellata durante l’Assemblea dell’Abi del luglio scorso, durante la quale Berlusconi affermava che la riforma degli incentivi sarà per le banche “una straordinaria occasione” [cfr. Il Cav. incassa la non ostilità di Fazio, ma non la fiducia dei banchieri, im Il Foglio, 9.7.2004][2]. In particolare, la Cassa verserà alle banche le differenze tra i tassi agevolati praticati alle aziende e i tassi di mercato, mentre le banche potranno partecipare al capitale del fondo, offrendo loro la possibilità di diminuire gli incagli e le stesse sofferenze bancarie, così da permettere, in ultimo, di avere rapporti patrimoniali più rispondenti alle regole di “Basilea 2” e ai nuovi Ias, vale a dire le regole internazionali di contabilità [cfr. Fondo per le imprese, Siniscalco bussa alle banche, in Finanza&Mercati, 21.10.2004].

 

Insomma, una sorte di socializzazione delle perdite. Resta il fatto che le intenzioni di Tremonti prima e Siniscalco poi sono quelle di trasformare la Cdp in una vera e propria merchant bank, con importanti partecipazioni nelle grandi aziende, la possibilità di fare credito con il Bancoposta e collocare strumenti finanziari, quali le obbligazioni garantite da un rating superiore a quello “sovrano”, attribuito allo stato [Standard &Poor’s dà un rating AAA]. Nei prossimi anni, infatti, è prevista l’emissione di 22 mrd € di obbligazioni – in specifico covered bond (la prima emissione di 2 mrd € è prevista a gennaio), la cui garanzia è coperta dal patrimonio e dagli attivi delle Cdp (in particolare i crediti verso gli enti locali), utilizzando la rete degli sportelli di Banco Posta [circa il patrimonio e la nuova attività della Cdp si rimanda all’ottimo saggio di Federico Merola – La nuova Cdp – pubblicato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil nel maggio scorso].

Si tratterebbe della prima operazione in Italia, che ha precedenti in strumenti finanziari simili già operativi in Germania [Pfandbriefe] e Francia [Obligation foncières]. La natura privatistica (gestione ordinaria) della Cdp è garantita da un comitato di indirizzo – presieduto dall’ex direttore generale di Bankitalia, l’economista Mario Sarcinelli, nominato dal mondo delle fondazioni – che ha funzioni propositive presso il consiglio di amministrazione, quest’ultimo composto da nove membri, tre dei quali nominati dalle fondazioni bancarie. Nelle intenzioni delle fondazioni il fine della nuova Cdp è il finanziamento e la partecipazione al processo di concentrazione e centralizzazione del prossimo decennio, vale a dire nel settore delle pubbliche utilità, in particolare rete energetiche, reti idriche e gestione dei rifiuti in ambito locale, proprio laddove le fondazioni e le loro banche controllate spingono per un ulteriore processo di privatizzazione di questi settori, in nome della “liberalizzazione dei servizi” delle municipalizzate che, cela, al pari del processo di privatizzazione delle banche, la compiuta centralizzazione finanziaria ed il trionfo della rendita[3].

Si compie in tal modo il trionfo del capitale finanziario, iniziato con la “riforma Amato” dei primi anni novanta, con la privatizzazione delle bim [banche di interesse nazionale], delle telecomunicazioni, delle autostrade, dell’energia e in ultima con la trasformazione in società per azioni delle municipalizzate, alcune delle quali quotate in borsa, e la loro successiva privatizzazione. La successiva mossa sarà un nuovo e più possente processo di concentrazione delle pubbliche utilità e la creazione di un assetto bancario più rispondente al mercato continentale. Il nanismo e la frammentazione di questi importanti settori strategici lasceranno il posto nel giro di un decennio a “campioni nazionali” in grado di sfidare, o perlomeno contrattare alla pari, multinazionali quali la tedesca Rwe e la francese Suez, peraltro già presenti sul mercato italiano. Al momento si vede però soltanto la discesa in campo di operatori continentali: è il caso ad esempio di Edf (monopolio francese dell’elettricità) che aspetta da tre anni il via libera per scalare Edison con un opa da 7 mrd €, mediante l’acquisizione della controllante Italenergia, a seguito di un’opzione put di azioni detenute da banche [37% delle azioni, con Capitalia (14,2%), San Paolo Imi (12,5%), Banca Intesa (10,7%)], dal raider Zaleski (20%) e dal gruppo Fiat (24%, le cui azioni sono in garanzia a Citigroup a seguito di un finanziamento di 1,1 mrd €[4]) da eseguire entro il febbraio prossimo [si veda Private equity, le attenzioni sulla Edison, in Plus il Sole 24 ore, 16.10.2004]. Contro l’acquisizione di Italenergia/Edison da parte di Edf, che eventualmente per superare lo scoglio dell’Opa chiamerebbe altri cavalieri come soci finanziari, ambienti politici e finanziari si stanno organizzando per creare una cordata tutta italiana che conquisti il controllo di Edison: a quest’operazione sarebbero interessati il fondo Clessidra, gradito dal presidente della commissione attività produttive, Bruno Tabacci, la finanziaria Hopa del raider bresciano Chicco Gnutti (famoso assieme a Colaninno per il leverage buy out di Olivetti-Telecom Italia) e Mediobanca.

Sul fronte delle municipalizzate la situazione nei prossimi mesi potrebbe diventare esplosiva: si stanno preparando, infatti, una serie di alleanze geografiche finalizzate alla fusione e alla concentrazione del settore delle pubbliche utilità: il fine è creare player nazionali. Tutte le municipalizzate quotate in borsa hanno, nel corso del 2004, sovravalutato di gran lunga gli indici borsistici a Piazza Affari, con crescite che vanno dal 27 al 50%, segno che gli operatori si aspettano fusioni, incorporazioni e scalate, una possibilità quest’ultima che potrebbe realizzarsi qualora gli enti locali diminuissero la loro quota detenuta al di sotto del 30%. Registi di queste operazioni sarebbero le fondazioni bancarie del territorio di appartenenza, interessate a creare players multiregionali, se non nazionali, che rispecchiano le alleanze bancarie create in quest’ultimo decennio. In vista di questo processo si fa largo l’ipotesi di avviare uno swap (scambio) tra gli enti locali, che controllano le pubbliche utilità e le fondazioni: ai primi verrebbero riservate quote azionarie delle seconde in cambio della vendita di asset delle loro imprese alle fondazioni medesime.

Esplicito al riguardo è il banchiere di Unicredit Fabrizio Palenzona: “posto che la proprietà e la responsabilità delle pubbliche utilità locali nei confronti dei cittadini deve restare ai comuni, il ricorso a fondazioni locali può offrire la possibilità di rendere più trasparente e dinamica la gestione delle municipalizzate e può favorire le aggregazioni in vista delle quotazioni in borsa e di parziali privatizzazioni” [Ripetere il modello delle banche, in il Sole 24 ore, 7.11.2004]. Dall’alto della Cassa depositi e prestiti, “controllata” dalle fondazioni medesime, si avvieranno progetti infrastrutturali, finanziati da emissioni obbligazionarie e soprattutto dalla raccolta postale, per le reti energetiche, idriche e quant’altro che asseconderanno i desiderata del capitale finanziario sulla privatizzazione ed il riassetto delle ex municipalizzate.

 

In tal modo il cerchio si chiude. La Cdp diverrà, tramite la raccolta postale, sempre più uno strumento del processo di centralizzazione al servizio delle banche e delle grandi imprese, le quali, abbandonando i settori di riferimento, quel che in gergo viene definito core business, si tufferanno nelle “chiare, fresche e dolci rendite” [cfr. no.94]. Il processo di concentrazione del settore delle pubbliche utilità sarà parallelo e/o antecedente all’ulteriore processo di concentrazione bancaria giacché sarà uno dei nodi da contendere.

Giusto in questi mesi i giochi si stanno cominciando a delinerarsi. I primi a muoversi sono state l’Amga di Genova, forte nel settore gas, interessata assieme all’Acea all’acquisto di Acque Potabili (società del gruppo Italgas, un’acquisi­zione portata a termine a fine novembre) e l’Aem di Torino, forte nel settore dell’elettricità. Da alcuni anni Mediobanca lavora invece per creare una holding che raggruppi le principali pubbliche utilità del nord Italia (Aem Mi, Aem To e Asm Bs), le cui dimensioni potrebbero competere con i players oligopolistici italiani (Enel, Edison, Italgas e Acea). La regione Lombardia lavora invece a creare un vero polo regionale denominato Lombard utilities che dovrebbe aggregare ventuno municipalizzate e soprattutto l’Aem di Milano e l’Asm di Brescia, entrambe quotate in borsa. Sul fronte emiliano l’Hera di Bologna cerca da più di due anni di andare a nozze con la Meta di Modena e con altre municipalizzate della regione. Nel nord est dovrebbe nascere nei prossimi mesi la Nes (Nord est servizi) che aggrega otto realtà venete e friulane partecipate da 130 comuni, e prossima a nozze con altre municipalizzate del territorio, quali l’Ace­gas di Trieste e l’Aps di Padova [si veda Privatizzate per finta, in Corriereconomia, 25.10.2004].

Va da sé che questo successivo processo di privatizzazione porterà a licenziamenti, ad un ulteriore precarizzazione della forza-lavoro, ad un forte aumento del grado di sfruttamento e a tariffe esose – nel quadro più generale dell’aumen­to delle imposte indirette, tipico della fase di sovrapproduzione – che colpiranno sempre più il salario globale di classe, un copione già visto con le privatizzazioni degli anni novanta. Resta il fatto che è tutto da verificare come possano coesistere deterritorializzazione, frantumazione delle sfere decisionali pubbliche, a seguito della devoluzione, e processi di concentrazione e centralizzazione finanziaria. Certo, la Casa delle Libertà può giocare su due tavoli, ma il banco appartiene ad uno soltanto: all’aristocrazia finanziaria.

E non è detto che sia soltanto italiana.

[1] Vi sono altre due realtà piene di liquidità e pronte per accompagnare l’accumulazione di capitale. La prima è Sviluppo Italia, che controlla la Ream (Rete autostrade marittime), ha diverse partecipazioni in medio-piccole imprese e ha in dotazione circa 800 mln € (agevolazioni per l’imprenditoria giovanile) da investire nel settore turistico e manifatturiero. La seconda è Fintecna, che ha in dotazione circa 2 mrd € e che si candida ad investire questa liquidità, tra l’altro, nel Ponte dello stretto.

[2] Il senatore Grillo di Forza Italia [intervista ad Augusto Minzolini, la Stampa, 21.10.2004], fautore del riavvicinamento con Fazio, dà un’interpretazione pregnante del nuovo sodalizio tra Bankitalia e Berlusconi: “Silvio ha bisogno di riagganciare la Confindustria, gli imprenditori. Il nostro paese è bancocentrico: le imprese non hanno moneta e debbono appoggiarsi sulle banche. Per cui il miglior canale per riprendere i rapporti con la Confindustria è proprio Fazio che ha tutte le banche dietro”.

[3] In realtà si vuole la semplice privatizzazione al fine di creare un mercato oligopolistico. Lo stesso Giuseppe Tesauro, presidente uscente dell’autorità antitrust afferma a proposito: “Si è passati da un’eccezione all’altra. Prima avevamo una forte presenza pubblica nell’industria, con addirittura panettoni e pomodori di stato. Successivamente si è privatizzato solo per fare cassa, senza cedere il controllo delle aziende. O si sono venduti interi monopoli ai privati, molto attratti dai settori protetti. Insomma, una nefasta coincidenza di interessi che di fatto ha compresso i processi di liberalizzazione e privatizzazione” [la Repubblica, 7.10.2004]. C’è da chiedersi che ci sta a fare Tesauro all’Antitrust, ma questo è un altro discorso.

[4] Un altro 14% della quota Italenergia della Fiat è detenuta in pegno dalle banche quale garanzia del prestito convertendo circa 3 mrd € in scadenza per questo inverno. Dalle mosse di Edf dipenderanno le sorti finanziarie della Fiat e il riassetto dello scacchiere del potere del paese. Il risiko coinvolgerebbe infatti banche, assicurazioni, imprese industriali, pubbliche utilità e, last but no least, il riassetto di Mediobanca e Rizzoli.

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PANDEMIA E GIOVANI, LA FOLLIA DI QUESTI TEMPI

Pubblico un post su facebook di una mia amica, Chiara, che racconta la disavventura capitata ieri sera tardi a suo figlio sedicenne. Un piccolo particolare: mio figlio ieri è andato a vedere la partita in un centro commerciale. Poco prima di uscire si preoccupava dove fosse la mascherina ffp2. La disavventura capitata al figlio di Chiara mi ha fatto capire l’ansia di ieri di mio figlio. Siamo tutti ansiosi, al lavoro per il green pass, in treno per il gp e la mascherina, in un negozio, in un centro commerciale, ovunque. Ormai siamo al ridicolo, non se ne può più e a rimetterci sono innanzitutto i giovani, privati di libertà, spensieratezza e voglia di vivere Non è vita questa, è una caserma, stabilita da ministri che si dicono di sinistra, in realtà socialfascisti, che ci ha portato alla non vita. Buona lettura

“Il treno di mezzanotte.

Ieri sera, ero finalmente uscita ad ascoltare un concerto, dove suonava mio marito.
Appena parcheggio l’ auto sotto casa mi chiama mio figlio disperato. Mamma finalmente mi rispondi..sono nella m….
Il cuore mi va in gola.
Che succede?
Ma dove sei?
Sono a Firenze..non te  lo avevo detto!
Vienimi a prendere sono alla stazione da solo.
Come mai?
Ero con i miei amici e dovevamo prendere il treno locale . Le macchinette erano guaste e non sono riuscito a fare il biglietto.
Poi ho perso la mascherina ffp2 e avevo solo una chirurgica.
La polizia ferroviaria ha fatto salire sul treno i miei amici e me no.
Aspettami tesoro.
Arrivo prima possibile…ma cavolo..non dirmi che fai non va bene per niente.
Rimonto in auto e sono combattuta tra rabbia e amarezza.
A sedici anni si agisce d’ impulso, si esce dal paese e senza dirlo si va in città, confidando di tornare come Cenerentola all’ ora x concordata in famiglia.
E poi sono preoccupata: un ragazzino senza i suoi amici da solo, alla stazione di Firenze di notte …
Ma sono anche indignata: potevano farlo salire e pagare il biglietto a bordo, pagando un sovrapprezzo, è consentito…piuttosto che impedirgli di prendete il treno per tornare a casa!
Ma il tutto in realtà è dovuto ad una priorità sulla quale la polizia ferroviaria è stata irremovibile di fronte ad un sedicenne angosciato: il mancato possesso della ffp2 e l’ avere soltanto una mascherina chirurgica.
Perché lo scrivo?
Perché dobbiamo uscire da questa cieca intransigenza.
Perché questa realtà fa ogni giorno più male.
Perché i nostri figli non possono vivere ancora così gli anni più belli della loro esistenza: tutti l’ uno contro l’ altro..pronti a castigare e punire.
Ma consoliamoci: giorni fa ho sentito in tv che lo Stato sta pensando di erogare ai giovani in difficoltà, o disagio post o interpandemico, il supporto psicologico necessario con pacchetti di sedute convenzionate !