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Piano Industry 4.0

Con la finanziaria 2017 Il governo presentava Il piano Industry 4.0, diversi miliardi da destinare alle imprese sotto forma di credito d’imposta per fare investimenti tecnologici e di macchinari. Oggi l’istat ha pubblicato I dati del pil del secondo trimestre: gli investimenti in mezzi di trasporto sono cresciuti su anno del 39%. E I macchinari? Sono diminuiti dello 0.8% su anno.. In pratica con industry 4.0 gli imprenditori hanno comprato Audi e Maserati come auto aziendale confermando che gli incentivi sono sostitutivi e non aggiuntivi di investimento.

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Le vie del neocorporativismo

L’irta, la nera Europa,
la sua ombra sublime
allunga fino a me:
e mi fa orrore.
Franco Fortini

(Scritto nel 2006)

Alla luce dei sinistri deliri della lunga marcia del popolo leghista-secessionista del 15 settembre e della sfilata milanese di 250 mila nazional-fascisti, la questione dicotomica “unità nazionale – secessione” ha spiazzato qualsiasi visione pro¬spettica materialistica e di classe della posta in gioco. Il silenzio della sinistra-destra storica, gli allarmismi del “giornale dei marxiani”, finanziato dal compagno Benetton, e le go-liardate piccolo-borghesi degli alternativi indiani padani occultano quelle che si possono definire salti qualitativi, a forma istituzionalizza¬ta neocorporativa, del comando sul lavoro e dell’abbattimento del salario globale di classe, intervenuti a seguito del Trattato di Maastricht e come effetto della crisi di sovrapproduzione che attanaglia il modo di produzione capitalistico da almeno trent’anni. L’ipotesi di lavoro che mi accingo a presentare ha come sfondo la co¬struzione di una rete di intenti-sapere intersecantisi con le tematiche riguardanti la riforma in senso federale della forma di stato e di governo dell’Italia, la proletarizzazione crescente di settori della piccola e media borghesia, il taglio del salario sociale e la costituzione di un esercito industriale di riserva nelle principali aree metropolitane del territorio italiano. Quest’ultima problematica dovrebbe indurre a riconsiderare i soggetti lavorativi che rientrano nel lavoro d’inchiesta sulle classi, promosso da Contropiano e dal Forum dei comunisti al convegno romano degli inizi di luglio ‘96.

È doveroso e necessario fare alcune precisazioni:
A) Le questioni costituzionali della proposta in campo sono appena accennate per due motivi fonda-mentali. Il primo, riguarda la non chiara direzione che attualmente ha la lunga transizione istituzionale e politica italiana, intervenuta a seguito della ratifica del Trattato di Maastricht e della crisi della Prima Re-pubblica. Dunque non si può prevedere se avrà la meglio la deriva presidenziale-plebiscitaria della destra sociale o la riforma in senso federativo fiscale-sussidaria della destra economica e istituzionale, che ha, come perno centrale, l’Alleanza dell’Ulivo, seguita dalla scorta rifondarola. Il secondo, concerne la natura specialistica della problematica, per la quale si rimanda alla lettura di una serie di articoli e saggi che citerò a piè pagina.
B) Il lavoro ha come scopo l’invito ad aprire linee e campi di discussioni e di studio che attraversino sa-peri specialistici, quali il diritto comunitario, il diritto amministrativo, studi integrati e comparati delle po-litiche economiche dei maggiori paesi dell’Unione Europea a partire dal 1992, anno della ratifica di Maastricht e, soprattutto, uno studio approfondito di natura giuslavorista delle principali novità intervenute, sia in ambito comunitario sia a livello nazionale, in materia di politiche del lavoro. Rispetto a quest’ultimo punto, ritengo che gli scritti di Gianfranco Ciabatti siano utilissimi al fine di avere un quadro “genealogico” della posta in gioco [invero vecchia quanto il modo di produzione capitalistico], anche se negli ultimi mesi sono intervenute novità importantissime, quali i Patti del lavoro italiani e tedeschi.
C) È dunque un crossover di ricerca, o meglio di abbozzo di ricerca, tale per cui presenta tutti i difetti e le deficienze di lavori di siffatta portata.

La “scuola bolognese” del neocorporativismo

La base dell’articolo è il saggio Il federalismo preso sul serio: una pro¬posta di riforma per l’Italia, scritto a più mani da vari docenti universitari coordinati dall’Assessore agli Affari Costituzionali della Regione Emilia-Romagna Luigi Mariucci, con la prefazione dell’ex Presidente della Giunta regionale emiliano-romagnola Pier Luigi Bersani, neo ministro dell’Industria del governo Prodi . Il saggio è frutto di una commissione di consulenza legislativa, voluta dal medesimo Bersani nel 1995 e, nelle parole del ministro, è “l’approdo dell’esperienza emiliano-romagnola in tema di riforma federalista dello Stato” .
L’intento degli autori è la definizione di una linea programmatica, di na¬tura costituzionale, che faccia da sfondo ad una riforma strutturale dello stato italiano in chiave federalista, avente come cardine tre strutture portanti:
– il principio di sussidiarietà;
– il principio di responsabilità;
– il perseguimento di politiche di bilancio, a livello federale e locale, vol¬te alla razionalizzazione delle entrate e delle uscite erariali e alla ristrutturazio¬ne dell’organizzazione e del personale, sia a livello centrale sia a livello locale.
Il fine, come esplicitamente dichiarato nel saggio, è “la riforma fiscale in chiave federalista, come stru-mento di contenimento della spesa pubblica e, in ultima istanza, come via maestra per far fronte al pro-blema della gestione del debito pubblico”.
Il modello a cui fanno riferimento, sia nei principi sia nella sostanza, è la Grundgesetz tedesca del 1949 , meglio nota in Italia come Legge Fondamenta¬le, e sue successive modificazioni (ben 39 dalla costituzione della Repubblica federale tedesca ad oggi, le più note delle quali sono il Trattato di Unificazione del 1990 e la possibilità di azioni militari al di fuori dello spazio Nato del 1991, che modificano, rispettivamente, l’art. 146 e l’art. 24 della Legge Fondamenta¬le). Alla teutonica Grundgesetz fanno riferimento due altri impor-tantissimi studi sulla riforma dello stato italiano: il primo è il saggio curato da M. Degni e G. Iovinella che porta il significativo titolo Federalismo modello Germania , il se¬condo è il lavoro curato da M. Pacini, Scelta federale e unità nazionale per con¬to della Fondazione Agnelli .
Il saggio curato dall’assessore Mariucci ha però, rispetto ai due succitati lavori, un quid che lo differen-zia notevolmente: innanzitutto questo saggio non solo è recentissimo, è stato, infatti, pubblicato nell’aprile del corrente anno, ma ha più possibilità di essere portato avanti perché contiene un humus culturale e poli-tico comune con quello di eminenti personalità politiche che dirigono l’at¬tuale governo . Inoltre, segue per filo e per segno, partendo dalla Grundgesetz, alcuni tratti distintivi di straordinaria importanza ai fini di una comprensione critica del Trattato di Maastricht.
Il primo è il principio di sussidiarietà, vale a dire, cito testualmente, “un principio che richiama un meccanismo di ripartizione dei compiti tra centro e periferia, un criterio che rinvia necessariamente a valu-tazioni condotte in termi¬ni di efficienza dell’intervento, che a loro volta rinviano a valori e a obiettivi poli-tici… [Infine codesto principio] rinvia ad un giudizio di opportunità che non può che svolgersi in relazione ad un complesso di variabili destinate a mutare nel tempo” .
Per meglio chiarire il concetto giuridico è opportuno fare una genealogia storica del medesimo termine.
Il principio di sussidiarietà è inscritto nell’enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 (a seguito dei Patti Lateranensi del 1929..), che aveva come principale obiettivo la presenza della Chiesa negli ambiti familiari. Nel nuovo catechismo di Giovanni Paolo II, che riprende la dottrina di Quadra-gesimo Anno alle proposizioni 1883 e 1885, si afferma: “La dottrina della chie¬sa ha elaborato il principio di sussidiarietà. Secondo tale principio una società di ordine superiore non deve interferire nella società di un ordine inferiore, privan¬dola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiu-tarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.(…) Si oppone a tutte le forme di collettivismo. Esso [il principio di sussidiarietà – nda] precisa i limiti dell’intervento dello stato. Mira ad armonizzare i rapporti fra gli individui e le società. Tende ad instaurare un au¬tentico ordine internazionale”. Le proposizioni di Pio XI avevano come fine l’attacco alle idee bol-sceviche, rimandavano ad una visione dello stato tutto in¬centrato nei principi di dirigere, sorvegliare, sti-molare e sostenere e precisava¬no la funzione suppletiva delle organizzazioni cattoliche per la cura degli af-fari di minore importanza, quali la cura della famiglia e l’educazione scolastica. .

Il principio di sussidiarietà e il Trattato di Maastricht

La visione organicista a cui rimanda questo principio, nel 1949, non po¬teva non essere accettata dai co-stituzionalisti tedesco-occidentali che, forti dell’appoggio alleato, desideroso di creare uno stato forte a ri-dosso della cortina di ferro, la elevarono a principio fondante la natura dello stato federale – Bunde¬srepublik -, in particolare nei rapporti tra governo federale e i vari länder, negli artt. 28.2 e 72.2 della Grundgesetz.
A livello comunitario il principio di sussidiarietà debuttò nel 1975, in occasione dell’approvazione del rapporto della Commissione sull’Unione Euro¬pea, fu recepito nell’art. 12.2 del Progetto di trattato sull’Unio¬ne Europea – Pro¬getto Spinelli – del 1984 e, infine, codificato nell’art. 130 R, n. 4 dell’Atto Uni¬co Europeo del 1986, limitatamente al settore ambientale .
Questo concetto giuridico, partorito dal genio corporativo di uno specia¬lista giuridico della Curia roma-na alla fine degli anni ‘20, giunge ai nostri giorni elevandosi a principio basilare, a elemento epistemologi-co, di natura giurispru¬denziale, del Trattato di Maastricht, il cui Art 3B, comma II afferma: “Nei set¬tori che non sono di sua competenza la Comunità interviene, secondo il princi¬pio di sussidiarietà, soltanto se e nel-la misura in cui gli obiettivi dell’azione pre¬vista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e posso¬no dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realiz-zati meglio a livello comunitario” .
Nel Trattato di Maastricht questo principio assume un aspetto primario e strategico, ai fini dell’istituzio¬nalizzazione neocorporativa dell’Unione Euro¬pea, per due motivi fondamentali:
– il primo è dato dal fatto che introduce un criterio flessibile di assegna¬zione dell’esercizio di funzioni e materie, giacché fa perno a valutazioni di volta in volte a discrezione degli organi esecutivi comunitari, vi-sto che il parlamento europeo non ha, almeno finora, che scarsi poteri. Ciò significa che la Commis¬sione può avocare a sé l’esecuzione, la gestione, e il controllo di qualsiasi mate¬ria di natura economica o sociale, senza aver nessuna legittimazione e nessuna rappresentanza politica. Certo, si dirà, ciò succede già da un bel pezzo. La novi¬tà assoluta è che, se l’Uem verrà attuato nel 1998 e se nel 1999 si arriverà all’U¬nione po-litica e monetaria, la Commissione di Bruxelles, lèggi Grossdeut¬schland, potrà legiferare su tutte le que-stione, senza dover passare dal filtro co¬stituito dai vari governi nazionali, i quali rispondono ancora, tutto sommato, in sede elettorale, delle decisioni prese.
L’unica valutazione che legittimerà l’azione sarà legata a “superiori inte¬ressi comunitari” .
A questo punto ci si chiede: gli stimoli di azione e di rappresentanza da chi verranno, visto che il Par-lamento di Strasburgo ha ben pochi poteri e i vari Parlamenti e governi nazionali verranno espropriati, a partire dal 1999, di gran parte dei loro poteri?
Si arriva al secondo punto.
Il fatto è che la storia della Cee prima e dell’Ue dopo è caratterizzata da un’azione pubblica, di natura economica, volta a creare condizioni favorevoli alla creazione di un solido mercato di beni e capitali per le multinazionali conti¬nentali a guida tedesca.
Una volta realizzata l’Uem e l’Unione Politica, gli unici soggetti che verranno interessati ad un sistema di mediazione degli interessi, il cosiddetto principio di distribuzione, saranno le associazioni di categoria, gli enti di settore e le parti sociali. Il tutto corroborato da una filosofia che scavalca qualsiasi ipotesi demo-cratico-bor¬ghese [parlamentarista per intenderci], il cui pilastro è il conse¬guimento del consenso da parte di tutti i soggetti interessati. Saranno questi sog¬getti a rappresentare i “superiori interessi comunitari”, pur nell’ambito di un scontro, “minimo” in confronto al conflitto dei tre poli mondiali, costituiti dall’area Nafta-Mercosur a gui¬da Usa, dall’area Apec a guida nipponica e dall’area Ue a guida tedesca, tra le varie imprese europee. È la ormai ripetuta e stanca questione della divisione internazionale del lavoro, che, all’interno del¬l’Ue, può essere descritta attraverso una stratificazione a tre stadi:
– livello comunitario: m&a (fusioni e acquisizioni) e centralizzazione dei settori industriali, del credito e delle assicurazioni di maggior profittabilità, con conseguente privatizzazione di tutti i monopoli naturali e di pubblica utilità ; espulsione della forza lavoro eccedente;
– livello nazionale: balcanizzazione del mercato del lavoro, con costitu¬zione di esercito industriale di ri-serva a macchia di leopardo e per zone specifi¬che di aree metropolitane;
– concorrenza tra le varie regioni comunitarie per accaparrarsi Ide, fondi strutturali ecc., il tutto all’insegna della maggiore flessibilizzazione della forza-lavoro, a tutti i livelli .
Le linee guida, secondo il principio di sussidiarietà, verranno stabilite dalle potenze maggiori dell’Unio-ne, vale a dire l’asse Berlino-Parigi , che vigi¬lerà e controllerà, secondo il sogno di Pio XI, sull’operato dei centri di gestio¬ne, federale nazionale e locale, in termini di razionalizzazione e riorganizzazio¬ne degli appa-rati pubblici, privatizzazione e trasformazione di essi in agenzie statali, federali e locali che abbiano scopi di regolazione . Queste ultime base¬ranno il loro operato in base a criteri di responsabilizzazione delle funzio-ni, a tutti i livelli .

Il federalismo fiscale in Italia

Questa lunga trattazione del principio di sussidiarietà, necessaria al fine di chiarire bene la faccenda, ci consente di poter ritornare al progetto di federa¬lismo fiscale approntato da diversi giuristi, coordinati dall’assessore Mariucci.
Come già accennato, il modello tedesco, o meglio il modello neocorpo¬rativo, verrebbe perseguito attra-verso una radicale modificazione degli assetti di potere e di organizzazione degli apparati pubblici che, se venissero attuati, inne¬scherebbero delle modifiche sostanziali sia sul piano formale – modifica della forma di stato e di governo – sia, soprattutto, sull’inasprimento del divario nord-sud e sulla costituzione di un massiccio bacino di licenziati, già apparte¬nenti alla piccola e media borghesia in città come Roma ed altre aree metropoli¬tane nel ramo della pubblica amministrazione.
Gli autori del progetto sono molto schietti nel ritenere che “… tale propo¬sta, nel disegnare uno scenario orientato alla trasformazione dell’Italia in una democrazia a struttura federale, da realizzare attraverso una organica riforma costituzionale, definisce una prospettiva e propone un metodo a partire dall’in-dividuazione del problema di fondo: la riforma dell’amministrazione e della bu¬rocrazia pubblica. Molte cose possono esser fatte in direzione del federalismo: in primis lo smantellare i vincoli asfissianti stabiliti da leg-gi statali e contratti nazionali rispetto alla gestione degli apparati e del personale da parte delle re¬gioni e degli enti locali e l’avvio di concrete misure di federalismo fiscale”.
Vediamo in specifico le proposte dei giuristi di area ulivastra:
Proposta di riforma federalista
Parlamento: istituzione di un Senato federale. I membri sono nominati dagli esecutivi regionali, sul modello della Bundesrat, che li nominano o li revocano .
Governo: alle entità regionali spetta l’esecuzione amministrativa non so¬lo delle proprie leggi, ma anche di quelle federali .
Potere giudiziario: tre ordini di giudici, i due primi radicati nelle regioni, quello superiore, giudice di re-visione di diritto, radicato nella Federazione. Alle regioni spetta l’organizzazione e la gestione dei Tar di primo e secondo grado.
Corte dei Conti: indipendente dal governo federale e dalle regioni. L’e¬sempio da imitare è la Corte fi-nanziaria federale, Bundesfinanzhof, i cui membri sono designati da un organo misto composto dai ministri competenti dei Länder e da un eguale numero di membri eletti dalla Camera elettiva.
Amministrazione: esternalizzazione a terzi o, in alternativa, messa in comune (a fini di economia di scala) con altre pubbliche amministrazioni, di tutti i servizi o attività di supporto non necessariamente connessi all’esercizio di funzioni pubbliche (sistemi informativi, apparati tecnici) ;
– utilizzazioni di reti telematiche e conseguente ridefinizione degli organici;
– riserva di amministrazione, vale a dire attribuzione esclusiva agli ese¬cutivi della funzione organizzati-va e delle norme riguardanti l’organizzazione degli apparati.
Parastato: le vie possibili sono o la trasformazione nelle amministrazio¬ni, ossia Agenzie con clausole di automatico dissolvimento trascorso un periodo determinato di tempo, oppure la loro drastica riduzione me-diante fusioni, incor¬porazioni e soppressioni secondo i criteri della legge 537/1993 .
– Superamento degli uffici periferici del governo centrale e del prefetto: resta, e va valorizzata, con fun-zioni di cerniera tra sistema regionale e residua amministrazione ministeriale, la figura del commissario fe-derale.
– Opportunità di rivedere i confini regionali.
Finanza, fisco, Bilancio.
Iva: come da proposta della Fondazione Agnelli , si prevede una regio¬nalizzazione dell’Iva, con una quota parte del gettito attribuito alla regioni, in¬vece di essere destinato alla stato e successivamente alla Cee. La quota parte andrà in un fondo di prerequazione finanziaria tra le regioni. Inoltre, “l’imposta sul valore aggiunto, con introiti calcolabili intorno a 100 mila miliardi, servirà ad attuare quella solidarietà fi-nanziaria che potrà essere efficacemente attuata solo se tutte le regioni si assumeranno la responsabilità dei sacrifici fiscali ri¬chiesti ai contribuenti locali ed attuati con l’ampia autonomia che viene loro attribuita” .
Irpef: verrebbe attribuito completamente alle regioni il gettito dell’im¬posizione sostitutiva, la quale opera nei settori dei redditi da capitale e dei red¬diti d’impresa.
Imposta sul reddito delle società: assegnazione di un maggior reddito al¬le regioni nelle quali è più in-tensa la concentrazione delle sedi societarie (cda).
Tributi alle regioni: autonomia normativa che va loro assicurata nel re¬golare i tributi; nell’ambito terri-toriale le regioni possono regolare con grande autonomia gli elementi costituitivi, superando i limiti che attualmente vengono posti dalla riserva di legge nazionale.
Il principio di beneficio è alla base del sistema impositivo regionale e si basa sullo stabilire un diretto collegamento tra i servizi locali erogati e il loro costo per la collettività.
Bilancio: a garanzia di una gestione rigorosa la legge finanziaria dovrà prevedere l’entità del disavanzo delle Regioni, precostituendo un vincolo inde¬rogabile rispetto alla successiva redazione di bilancio. La re-sponsabilità regio¬nale in materia finanziaria viene poi completata da un vigoroso vincolo per la copertura delle leggi di spesa.
Se l’autonomia richiede una piena responsabilità finanziaria, questa può essere assunta solo con l’auto-nomia normativa, amministrativa e tributaria. Le scelte per rispettare l’equilibrio di bilancio (al livello tan-to della Federazione che delle regioni) vengono assunte dal legislativo nella fase di previsione e dall’esecutivo nella fase di gestione.
Queste, a grandi linee, le proposte pidiessine della riforma dello stato e del governo italiano. Si è potuto constatare la centralità che hanno tre concetti:
– autonomia impositiva;
– razionalizzazione degli apparati pubblici attraverso dismissioni ed eco¬nomie di scala;
– trasformazione degli organi pubblici in enti di regolazione economica a livello settoriale .

Linee di convergenza del nuovo comando sul lavoro

A seguito dell’introduzione di queste modalità di governo e di gestione della (fu) cosa pubblica in Italia, prettamente in linea con il Trattato di Maa¬stricht, ritengo che sia possibile fare un confronto tra l’esperienza tedesca della Treuhandstalt e la questione delle privatizzazione degli enti municipali e, so-prattutto, dei grandi monopoli naturali a gestione pubblica quali la Stet e l’Eni. Il fine è lanciare un’ipotesi, di natura comparativa, riguardante la ricostituzione di un esercito industriale di riserva ad alto valore ag-giunto o, perlomeno, non dequalificato.
Partiamo dalla Germania.
A seguito dell’unificazione-annessione dei territori orientali, il governo Kohl costituì un’agenzia, la Treu¬handstalt per l’appunto, che sovraintendesse alla privatizzazione dell’intero settore industriale e alla riorganizzazione degli apparati pubblici dei 5 Länder dell’est, vale a dire scuola, sanità, trasporti, energia, miniere ecc.
Tra privato e pubblico si trattava di circa 14 mila imprese.
Tra il 1991 e il 1993 la Treuhandstalt ha privatizzato 12.800 imprese, il cui valore è stimabile a circa 580 mila miliardi di lire. Per renderle vendibili tale imprese ha speso circa 300 mml.
Quest’enorme operazione di lifting del capitale tedesco coinvolse circa 2 milioni di lavoratori dell’ex Ddr, la maggior parte dei quali furono sottoposti ad un umiliante obbligo di riqualificazione professionale, per poi essere riammessi nel mondo del lavoro con queste caratteristiche contrattuali: decurtazioni sala¬riali, turni notturni, fiscalizzazione degli oneri sociali, aumento dell’età lavorati¬va per i contratti di formazione professionale, lavori interinali .
Sono dell’idea che l’esperienza messa a frutto dall’ente Treuhandstalt sia stata ripresa in Italia con tutte le logiche differenze qualitative e quantitative. Queste ultime rimandano alla storia della borghesia di stato italiana, poco pro¬pensa a vedersi sottratto un immenso potere da parte della borghesia legata alle grandi centrali finanziarie e industriali europee .
Il personaggio chiave di quest’armonizzazione europea (lèggi tedesca), al fine di una ricostituzione dell’esercito industriale di riserva, è il dott. Giulia¬no Amato. Nel 1992, con il suo governo, si accelerano le privatizzazioni nel set¬tore bancario: le operazioni di dismissione di Comit e Credit sono le più famose .
Nell’agosto del 1992, in piena bufera monetaria e poco dopo l’intesa neocorporativa di luglio, si opera una trasformazione ex lege in Spa dell’Iri, Eni, Enel, Imi, Bnl e Ina. Nel dicembre dello stesso anno si sop-prime l’Efim. Segui¬ranno, negli anni successivi, la trasformazione in ente economico autonomo del¬le Po-ste, dell’Anas e dell’Aima, l’istituzione delle Agenzie di regolazione e la divisione degli Enti-Fondazioni bancarie (istituite con il Dl 218/1990, che tra¬sformava gli enti pubblici creditizi in Spa) dalla gestione ban-caria degli istituti pubblici (Direttiva del Ministero del Tesoro 18.11.1994). Agli Enti-Fondazioni si attri-buiscono ruoli e funzioni di erogazione di risorse a scopi di assistenza e beneficenza nel settore no-profit, altrimenti detto “terzo settore” .
Tra la fine del 1995 e gli inizi del 1996 si accelerano le procedure per le dismissioni di azioni e proprietà immobiliari della Stet, dell’Eni e dell’Enel, ol¬tre che di tantissimi enti municipalizzati in tutt’Italia. I ri-sultati sono di là a ve¬nire, ma è certo che provocheranno una forte ristrutturazione degli impianti e degli organici di una moltitudine di imprese, il cui numero di occupati, purtrop¬po, non è stato ancora quantifi-cato. Se a ciò si aggiunge lo smantellamento delle pubbliche amministrazioni, così come auspicano gli au-tori del saggio Il Federa¬lismo preso sul serio, ci si può rendere conto del tipo di ristrutturazioni che sono in corso al fine di entrare nella Ue secondo i dettami di Maastricht.
Detto processo coinvolge circa 2 milioni di lavoratori, cifra che ricorda l’immane operazione di allegge-rimento condotta dalla Treuhandstalt nei territo¬ri orientali dal 1991 e tuttora in corso.
Ciò ha condotto ai nuovi accordi neocorporativi stipulati dal governo Kohl con le parti sociali, nel do-cumento del 23 gennaio 1996, denominato Al¬leanza per il lavoro e la competitività del sistema produttivo.
Il 24 settembre 1996 segue in Italia il nuovo Patto del lavoro siglato dal governo Prodi, ovviamente as-sieme alle parti sociali giacché “così si fa in Ger¬mania e in Italia, dove c’è bisogno di costruire il consen-so”..
È qui la festa!