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NIENTE DI NUOVO DAL FRONTE OCCIDENTALE

Perché tutti i politici, tutti i finanzieri, tutti gli industriali dicono all’unisono: non allontaniamoci dall’Occidente? Perché l’Occidente da 50 anni garantisce alla classe dominante privilegi impensabili fino alla metà degli anni settanta. Hanno scelto di tornare indietro nella storia, vedono altri paesi che invece, chi con fatica, chi con intelligenza, progrediscono verso assetti socio economici improntati alla modernità. La stessa Russia, solo dopo la guerra, ha deciso questa linea e si indirizza verso Est e verso quei 150 paesi che non hanno votato le sanzioni. L’Occidente si arrocca per non perdere la sua ferocia di classe, fatta di deflazione salariale, di mercantilismo e di armamenti, che ha portato una classe minoritaria a godere di grandi ricchezze e grandi privilegi. La traduzione “politica” di questa scelta è frutto dei rapporti di classe instaurati negli ultimi 50 anni, fanno in modo che la classe lavoratrice non rialzi la testa, non permette ad essa nessuna minima rivendicazione. Un ritorno ad assetti feudali dove vige anche la servitù, locale, indigena o straniera. Un suicidio collettivo che porta l’Occidente a declinare sempre più. Solo il progresso, organico, di tutte le classi, permette l’accumulazione capitalistica ,e non già la sola tecnologia, e ciò implica istruzione di massa a tutti i livelli, salario sociale e plusvalore relativo. Quando i politici dicono di non allontanarsi dall’Occidente, in questo caso la Meloni con Salvini, vogliono proprio dire questo: manteniamo assetti di dominio feudali, altrimenti gente come noi non ha senso ed è finita. Tutta la classe dominante si aggrappa a questo contesto come nella corte di Versailles. La classe lavoratrice, nella storia, visto questi assetti, deve conoscere la fame per organizzarsi, altrimenti, come negli ultimi decenni, è letargia. Fame che coinvolge ormai, tantissima gente, come ho riportano ieri nel racconto del Dottor Armenante. Il livello di povertà estrema, di disperazione è massimo proprio nel centro nevralgico del sistema occidentale, gli Usa, dove vi è una sottile guerra civile, fatta di sparatorie, eroina, alcol, emarginazione, senza fissa dimora. Questo modello lo si vuole portare anche da noi, ma gli italiani sono fan della Ferragni e magari vengono dall’emarginazione dell’estrema periferia. Niente di nuovo dal fronte occidentale.

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QUEL CHE DIO MI DA’

In questi ultimi due anni all’Inail ho fatto amicizia con un medico, volontaria cattolica in varie associazioni. Un anno fa le regalai il mio libro, vuole anche la seconda edizione .Ieri mi ha messo in contatto con un volontario di Cava. Oggi l’ho intervistato. Ma stamane, quasi alla pausa, lei mi ha regalato un libro del volontario, che si chiama Antonio Armenante dal titolo “Anche Dio lavora – e noi gli mettiamo i contributi”, editore areablu- Cava de Tirreni. Mi ha fatto la dedica scrivendo: “A Pasquale, cercatore di senso, di verità e giustizia”. Francamente non capii la dedica. Oggi ho intervistato Armenante, ne è uscito un pezzo. Casualmente mi sono messo a leggere il libro, pensavo fosse di pensieri cristiani, invece è uno straordinario spaccato di vita di strada con i senza fissa dimora, con immigrati, con gente disperata tra le più varie. Sono dialoghi tra lui e questa gente emarginata da tutti, che incontrano un cristiano che li aiuta, assieme ad altri. Nel blog ho intervistato una volontaria laica che sta a Milano, mi raccontava della povertà della piccola borghesia. Questo invece è come se fosse un disco di Fabrizio De Andre’, mi viene in mente Smisurata Preghiera, il suo testamento. Non so cosa abbia trovato in me questa amica, so solo che mi ha fatto un dono stupendo che mi arricchisce molto. Procuratevelo. La ringrazio. Leggendolo mi è venuto in mente Pasolini e la sua perduta gente, che lui amava molto. Buona lettura.

Quello che Dio mi da’

 

Ho incontrato Tan varie volte alla mensa dei poveri e per strada. Non avevo avuto però mai l’occasione di intavolare un dialogo. Eppure sentivo istintivamente che quell’uomo minuto, sulla sessantina, con pochi capelli bianchi, il volto magrissimo, ma attraversato da un’espressione di serenità e dignità incredibile, portava con sé una grande lezione di vita.

Se ne stava a mangiare al solito posto, al solito tavolo, col suo solito silenzio.  Ringraziava a modo suo del cibo, portandosi la mano destra sul cuore. Poi, appena finito di mangiare, ripulito e consegnato il vassoio per il lavaggio, issava lo zaino blu sulle spalle (suo cuscino e suo armadio, come mi disse una volta) e zitto zitto, con discrezione, quasi a non voler dare fastidio, andava via.

Una domenica mattina d’inverno, molto fredda, alle cinque ero in strada, nei posti dove sapevo che dormivano i senza fissa dimora. Dopo un giro in una casupola fatiscente e abbandonata, dove sapevo che dormivano dei rumeni, che però non trovai, mi avviai sul lungomare  a piedi  per recarmi prima sotto il ponte dove passa il fiume e poi alla stazione.

Vidi uscire Tan, avvolto  in una coperta, da sotto una barca capovolta, lì posta sopra due assi sul lastrico prima della sabbia. Lo chiamai. Si girò verso di me. Si tolse la coperta, l’arrotolò, la depose in una busta di plastica, prese lo zaino, mi venne incontro. Lo salutai. Rimase per un attimo pensieroso. Poi, portandosi la mano al cuore, disse nel suo discreto italiano: “Oh! tu stai a mensa a darci una mano. Grazie a tutti voi!”

Gli chiesi di venire con me al bar. Regalandomi un sorriso enorme che rese il suo viso splendente, mi disse che era onorato. Si ristorò con un the caldo e un cornetto esclamando: ”Vita sembra rinascere! Ha fatto molto freddo stanotte”. Poi, mi fece capire che voleva andare.

“Tan, quando possiamo vederci? Vorrei parlare un po’ di più con te”. Mi guardò fisso e rispose: ”Sì, Antonio, qualche altro giorno, dopo mensa”.

I giorni successivi però non venne a mensa. La cosa mi creò pensiero perché non mancava mai. Sperai che non gli fosse successo niente, anche perché queste “pietre di scarto” spesso all’improvviso spariscono.

Era ormai venerdì e di Tan ancora niente. Neanche alla mensa era venuto. L’indomani, mi trovavo nei pressi del rione dove si trova la mensa. Erano le sette del mattino. La notte aveva quasi diluviato. Ero appena sceso dalla macchina quando vidi spuntare Tan. Era bagnato fradicio. Camminava con quel suo zaino, quasi a fatica. Gli corsi incontro. Era talmente inzuppato d’acqua dalla testa ai piedi che i panni gli si erano incollati addosso ed i pochi capelli erano diventati tutt’uno. Gli levai lo zaino dalle spalle. Al che si mise la mano sul cuore, mi ringraziò per il gesto e con affanno mi disse: ”Ora devo andare dai missionari per chiedere se hanno altro pantalone, scarpe, maglia e se posso lavarmi e asciugare”.

Gli offrii qualcosa di caldo al bar. Non volle entrare perché aveva paura di bagnare per terra. Gli portai un cappuccino caldo e una brioche. Li consumò velocemente. Lo vidi sorridere. Non mancò di ringraziarmi portandosi la mano sul cuore. Il centro dei missionari distava appena una centinaia di metri da quel bar, per cui volle continuare ad andare a piedi. Lo accompagnai.

Dopo un’ora, sorridente, rivestito da capo a piedi, uscì.

Salì in macchina e ci avviammo. Ci fermammo nel Parco Pinocchio, che lui raggiungeva ogni pomeriggio quando il tempo lo permetteva. Il sole faceva luccicare le foglie ancora bagnate. Dalla loro patina  lucente si levavano “coriandoli “di riflessi che sembravano rincorrersi e giocare come i bambini che, intanto, erano cominciati ad arrivare. In macchina non avevamo quasi parlato. Gli avevo rivolto solo qualche frase di circostanza: ”Come ti senti? Ma non potevi ripararti da qualche parte? Vuoi prendere qualche altra cosa?” Egli puntualmente  rispondeva ”tutto bene”, per poi tacere.

Ci sedemmo su una panchina. Dopo qualche minuto di silenzio, gli chiesi: ”Tan, ma come hai fatto a bagnarti così?” Rispose abbozzando un sorriso: ”Venivo a piedi, perché sotto barca ora freddo. Ogni giorno, alle quattro di mattina, vado a Salerno. Stamattina è cominciato a piovere  tanto, tanto. Io ho continuato a camminare. Su strada difficile trovare riparo.”

Rimasi alquanto interdetto. Egli seguitò: ”Antonio, mia storia longa, longa e difficile”.

Lo interruppi: ”Ma dove dormi?”

“Estate all’aperto in terra sotto un muro non lontano dal Cimitero. Ora autunno ancora lì, sotto capanna di lamiera più lontana. Lì io sto tranquillo. In stazioni o parchi o su mare, non tranquillo. Vengono mbriachi che pure vivere per strada. A volte picchiano per vedere se hai soldi. Quando sono da soli sono bravi. Anche loro tanti problemi. In gruppo e bevuto però fanno paura. Poi altre volte viene polizia: prendono tutti, così sono ordini. Io ho girato e trovato questo luogo tranquillo. Nessuno sa. Ogni tanto, lontano su strada passa macchina e poi morti vogliono stare anche loro tranquilli, come me, aggiunse ridendo. Così ogni mattino, alla stessa ora vado a Salerno. Cammino, non mi stanco. Mi piace silenzio.”

Con il volto che s’illuminava, aggiunse: ”Sto con Dio. Osservo luce che esce, uccelli volare e loro mi accompagnano. Molta gioia. Dopo vengo a mensa. Vengo in questo parco bello a godere se è bello tempo, se no vado sotto porticati. Poi a quattro e mezza mi avvio di nuovo a piedi. Due ore e mezzo di cammino e sono sotto muro, casa mia. Mi basta. Quando mi sento stanco, dormo a Salerno. Cerco per notte luogo solitario. Se invece ho soldi, io prendo pullman. Io non cerco. Mi basta pranzo di mensa, insieme panino per la sera. Poi ho tutto, perché ho vita e Dio.”

S’interruppe, mentre io rimanevo sempre più stupefatto. Ruppi il suo silenzio e gli chiesi: ”Tan, ma da quando sei in Italia? Di dove sei? Perché sei qui?” Mi guardò e con un sorriso dolce e amaro, con la sua sottile voce mi rispose: ”Mia storia longa, longa  e dura, Antonio. Io vivo in Italia da quindici anni. Io andato via non per lavoro. Lì tiravo avanti, come dite voi. Prima buon paese gente non cattiva. Poi, guerra civile e tutti più cattivi.”

”Perché sei andato via? Hai famiglia lì?”

Con voce esile mi rispose: ”Guerra civile tremenda. Gente si uccideva per niente. Tanti bambini morivano. Io non potevo sopportare. Non sapevo tenere bocca chiusa. Io non sopporto ingiustizia e violenza. Uccidere è sempre ingiustizia. Uccidere così è ancora più brutto, brutto. Io non potevo sopportare. Io vedevo e parlavo, parlavo e denunciavo. No! Io non facevo ciò per politica. Io sempre apolitico. In me ribellione per umanità. Poi io dire con bocca non cucita che Dio, Dio di tutti, non vuole guerre, uccisioni, vuole bene per tutti e gridavo che offendere Dio di vita, e che questo contro Legge. Mia bocca non poteva stare cucita.”

Si fermò a riprendere fiato, ma subito dopo seguitò: ”Cominciai ad avere minacce. In mio paese i capi di gruppi in lotta pensavano io stare con parte nemica,  per cui pericolo da tutte e due le parti per me e famiglia. Io stavo per verità e contro violenza. E poi mia religione, Islam dice non uccidere mai. Dio non è di una religione. Religione è una via, ma tu anche se aderire devi sapere che esistono altre vie e che ci deve incontrare. Ognuno deve uscire da sua tenda! Dio è uno e padre di tutti. Mia vita e vita di mia famiglia molto in pericolo. Io impotente, e mio cuore non poteva ancora sopportare. Così, per non mettere pericolo mia famiglia, ho tre figli, decisi andare via. Sono andato via, non per dimenticare ma perché dolore non mi permetteva di stare. Non era più mia nazione. A miei genitori lasciai bambini. Mia moglie era morta l’anno prima e mia madre era mamma anche per loro. Miei genitori avevano piccola attività, quindi mangiare era possibile. Ero sereno perché stavano bene, non mancava niente. Cominciai a girare, e girare perché dovevo essere “fuori, fuori “da dolore.

Dolore ti accompagna sempre, ma essere fuori ti fa ritrovare vita. Andai in Francia, dove  lavorato per qualche anno ora qui, ora là. Ma mia testa diceva sempre di cambiare, non resistere sempre stesso posto. Dovevo essere “fuori, fuori”. Così io sono andato Germania, Torino, Milano, Firenze e altre parti. Sono da 8 mesi in questa provincia”.

”Ma come ti mantenevi?”

“Antonio, quando c’erano forze io cercare il lavoro. Lavorato duro. Quando non avevo lavoro, strada. Mi arrangiavo. Ma io non posso stare ad una sola parte. Quando testa mi comanda, allora io girare. Poi ad un certo punto non avere più forza per lavoro e poi solo sfruttamento e ho preferito stare per strada e non farmi sfruttare. Così strada è diventata mia casa senza mura e tetto e il cielo mio compagno di viaggio. Ma sono contento, anche se dolore non si cancella e ti chiedi sempre perché.”

”Spiegami, Tan, per te la strada è libertà?”.

Si arrotolò una cartina con del tabacco, prima di rispondere.

”Non è libertà. Ma è tua nuova casa, che ti fa vivere. Per quelli come me, la vita ha questa casa. Ti permette respirare, mangiare, dormire, vedere gente, conoscere quelli bravi e quelli no bravi. La strada ti dà anche gioia pure se insieme dolore.”

“Tan, posso chiederti per te chi è Dio? E tu, preghi?

”Antonio, io musulmano e ho grande gioia di Islam. Dio è creatore e misericordia. La sera prego con cuore e con testa. Cuore, perché fiducia in Dio. Farà di me ciò che vuole, e io ringrazio. Testa, per aiuto ad affrontare situazioni, per me, per gente che incontro, per famiglia lontana, e anche per peccatori. Con cuore, prego essere pieno di fiducia, perché ognuno deve essere pieno.”

“Tan – incalzai – pensi che ci sia un’altra vita? Come te la immagini? E cosa pensi  di quelli che fanno del male, del loro destino?”

Si accarezzò il viso quasi a riflettere. Poi ribatté: ”lo spero. Penso vita tranquilla, felice, senza problemi di soldi, per vivere. Vita semplice e insieme. Quelli che hanno fatto male dovranno pagare. Bilancia di Dio misurerà cose giuste.”

“Se in questo momento dovessi mandare un messaggio al mondo cosa diresti?“

”Pace, pace e non uccidete e sfruttate. Pulisci tua casa dentro e sarai pulito. Anche religioni devono essere pulite. Se ognuno pulisce sua casa, pulirà anche fuori. Se si fa questo, la vita ha più luce.”

Sentivo che gli faceva bene parlare, che il suo volto diventava più sereno.

”Gesù chi è per te?”

”Messaggero e profeta”, mi rispose deciso.

“Che ti aspetti dalla vita che ancora devi vivere? Hai paura della morte?”

“Sogno vivere tranquillo, non dare fastidio a nessuno, rispettare gente. Insomma, quello che non voglio che gli altri facciano a me, io non devo fare ad altri.” Tacque, poi aggiunse: “Sì! Ho paura della morte”.

“Come scomparsa?”

”Non come mia scomparsa. Voglio morire tranquillo, pulito dentro. Ma se non succede, mi fa paura. Io accetto tutto quello che Dio mi dà. Anch’io sto ricevendo. Ti pare niente vita?”

Ero sconvolto, emozionato. Mi sentii piccolo piccolo.

“Tan, stai ancora dormendo lì?”

“Sì! Ho due coperte nascoste. Sto io e Signore. Prego quando voglio, dormo quando voglio, cammino quando voglio, rispetto regole mia religione. Non do fastidio. Mi lavo a fontanella. Guardo piante come vivono e mi fanno compagnia; guardo luce che come miracolo illumina, vedo uccelli volare. Poi cerco di immaginare pensieri di gente che va e viene, vivo gioia a vedere i bambini uscire di scuola. Insomma, Antonio, sono dentro  vita.”

Mi venne naturale abbracciarlo. Insieme andammo alla mensa.

Lo incontro spesso. È una gioia reciproca incontrarci. Lui nel vedermi si porta la mano al cuore.

L’altra notte ho pensato a lui moltissimo. Diluviava. Io nel mio letto caldo, Tan e gli altri chissà dove. La mattina gli ho chiesto dove avesse passato la notte. Mi ha risposto sorridendo. “Antonio, io non andato a piedi, troppa acqua e poi lì all’aperto. Non andare in stazione, perché paura. Vedi, Dio aiuta, ci pensa. Un ragazzo senegalese, cattolico, mi ha visto. Io non conoscevo lui. Mi ha fatto posto sotto sua bancarella, che è a coperto sotto un porticato. Ho dormito tranquillo e asciutto. E poi a inizio novembre si aprirà dormitorio di Missionari Saveriani e avrò un letto. Capisci quante cose ho?“

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LA FEROCIA DI CLASSE DEI PADRONI DELL’OCCIDENTE

Mi ha colpito la notizia della colf del miliardario Vacchi, bolognese, sottoposta a umiliazioni, offese e anche bottigliate se non ballava su Tik Tok. Costui è seguito da milioni di fan, evidentemente il popolo italiano sogna di essere ricco come lui e lo imita. Da qui le frustrazioni di massa  che colpiscono gran parte della gente, spesso sfogati nelle mura domestiche dove a farne le spese sono le donne e i figli. Una società impazzita, scollegata. Eppure non era così negli anni settanta. C’è chi dice che in quel periodo i padroni avevano paura, mentre negli ultimi decenni ad aver paura sono i salariati. E’ un capitalismo feroce, senza pietà, i cui  pilastri hanno origine negli anni settanta, quando iniziò la guerra al salario in tutto l’Occidente, Usa, Germania, Inghilterra, Italia, Australia ecc . Il campo occidentale, si scelse, doveva basarsi su bassi salari e pervenire ad un assetto feudale dove i salariati diventavano servi dei ricchi e quasi schiavi. Si tornava, negli ultimi decenni, al dominio assoluto dei salariati, a cui si tolsero istruzione, salario diretto e salario globale di classe Questo assetto viene perseguito negli ultimi anni, anche grazie alla pandemia, dove si sperimenta un controllo poliziesco della popolazione. Un capitale, quello occidentale senza pietà, nel mentre in Cina puntano sul collegamento degli assetti economici e sociali, sull’istruzione di massa per arrivare ad una società progredita, loro che venivano dalla miseria di massa. Il punto è la scelta del campo occidentale, alla metà degli anni settanta, di guerra al salario per assetti feudali, un ritorno indietro di 5-600 anni. Non ha più da dire l’Occidente, per questo promuove guerre guerreggiate, guerra economica, guerra finanziaria, guerre sociali. Un toro ferito, impazzito, che è pericoloso. Manca la coscienza di classe di tutto ciò, se non in ambiti minoritari, nel mentre milioni di persone ammirano le gesta schiavizzanti di Vacchi.

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NUOVO PACCO PER CHI VIVE DI SALARI

Oggi Il sole 24 ore pubblica una proposta di un tavolo di concertazione trilaterale Governo-Confindustria e Confederali, una nuova politica dei redditi che “affronti” lo scenario inflazionistico corrente. Come al solito ai padroni non si chiede quasi nulla, tutto è addebitato allo Stato, alla fiscalità generale. Evidentemente a Roma si preparano alla nuova strategia della Bce di contenere ulteriormente i salari per affrontate l’inflazione importata. La guerra pagata dai salariati, sia nel reddito nominale, sia nei prezzi energetici – bollette- sia nel carrello della spesa. Mazziati tre volte. Una politica iniziata con i sacrifici chiesti ai salariati nella seconda metà degli anni settanta e mai più finita. Quasi 50 anni di guerra al salario per difendere i livelli di profittabilità venuti meno sin dagli anni sessanta sia mediante la lotta di classe dei salariati, sia per la modifica della composizione organica del capitale (più capitale morto rispetto a capitale vivo). Si fronteggia in tal modo la stessa competizione capitalistica con altre realtà economiche in ascesa, che sembrano inarrestabili, e si mantiene un alto profilo di rendita finanziaria visto che i profitti industriali per la quasi totalità si riversano lì. I confederali si preparano ad un nuovo pacco verso la classe dei salariati, fiancheggiatori della guerra di classe condotta dai capitalisti da decenni in questo paese. Si addossa tutto al cuneo fiscale venendo meno qualsiasi disponibilità di aumenti salariali diretti da parte delle associazioni di categoria. Cuneo fiscale che, se venisse ridotto, essendo fiscalità pubblica, verrebbe compensato da tagli sociali o di servizi, già al minimo storico, aggravati da blocco turn over da decenni. Una storia triste per il nostro Paese, che sembra non abbia mai fine. C’è la letargia della classe lavoratrice, nessuno si muove o si organizza, quasi tutti passivi e che hanno rinunciato a qualsiasi lotta. Ma senza di essa non c’è modernità, anche culturale, oltre che socio-economica. Gli anni sessanta e settanta furono anni duri, ma fervidi sotto questi punti di vista. Ora da 40 anni, dal divorzio Tesoro- Banca d’Italia, siamo nella melma, colpiti dalla deflazione salariale e dal taglio del salario sociale. Una volta si diceva: “vogliamo tutto”. Ora è il padronato a dirlo e a riprendersi ciò che aveva parzialmente concesso, ritornando ad assetti ottocenteschi. Ci vorrebbe un Proust, un Balzac per capire questi decenni. Ma non ce li abbiamo. Triste sorte.

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PUTIN, IL COMUNI…CATORE

 
 
 
 
 
 
 
 
 
MojoMay 15, 2022
Andrea Brodi
 

Riportiamo uno degli ultimi post del Segretario Generale del Partito Comunista della Federazione Russia Gennady Zyuganov.

IL NOME DI ZYUGANOV È VIETATO

Di recente, su molti computer delle scuole è stato installato un programma speciale che blocca l’accesso a “informazioni indesiderate” e vieta la connessione a reti Internet di terze parti. Come puoi vedere da questo video, il nome del leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Andreyevich Zyuganov, era nell’elenco delle “informazioni indesiderabili”. Allo stesso modo, non puoi visitare il sito del quotidiano “Pravda”. Ad esempio, le informazioni su Putin e sul compianto Zhirinovsky possono essere trovate abbastanza tranquillamente. Durante la lotta alle minacce esterne, le autorità continuano ostinatamente a non ascoltare i milioni di elettori che hanno sostenuto il Partito Comunista nelle elezioni e fanno guerra ai comunisti, vietando ora anche l’accesso a informazioni alternative e veritiere sulla situazione nel paese agli scolari e sul futuro della Russia. Il nostro paese continua a scivolare costantemente in una distopia!

Post originale

 https://t.me/zyuganov_gennady/556

Il comunicato del segretario Gennady Zyuganov del Partito Comunista della Federazione Russa, può essere utile per ribadire alcune contraddizioni tutte interne al territorio russo e che spesso, anche per evidente isolamento linguistico, sfuggono a tanti compagni che in buona fede si muovono polarizzati su certe posizioni tenendo conto della sola politica estera perpetrata del governo di Putin; compiendo lo stesso errore di taluni compagni che provano il debole per la cosiddetta barricata. La notizia riportata dal segretario del Partito Comunista, seconda forza del parlamento russo, non oscura il ruolo della Russia in chiave antimperialista nello scacchiere mondiale. La Russia in questo momento mette in dubbio lecitamente la politica aggressiva del dollaro e l’imposizione delle politiche monetarie statunitensi sulle economie del mondo di quei paesi fino ad oggi subalterni, ricchi di materie prime, ma che non vogliono svendersi al sistema delle multinazionali né essere condannate alla servitù del dollaro, con le regole del dollaro. Si può dire che la Russia in questo momento è la capostipite, il rappresentante politico bellico, di quel folto gruppo di paesi (la maggioranza del mondo) che hanno deciso, grazie a rinnovati rapporti di forza, di alzare il capo e mettere in dubbio il giogo statunitense. Tra questi paesi troviamo anche la Cina, un paese complesso che negli ultimi anni si è ritagliato il ruolo di produttore modiale che ha garantito il benessere dell’occidente fino ad oggi. La Cina si è resa protagonista di uno sforzo collettivo che ha portato una trasformazione straordinaria nel paese, come testimoniano i milioni di persone uscite dalla soglia della povertà assoluta negli ultimi anni, questo processo verrà sostenuto soprattutto sulla soddifazione della domanda interna. Un risultato che promuove la Cina come candidato a futuro detentore della bussula mondiale, scalzando un occidente che sa ormai di rancido. La Cina, così come la Russia, è stata utile al capitale finanziario fin quando serviva sfruttarne il ruolo da gregario, ma i rapporti di forza ora sono cambiati. Sopratutto a confronto degli Stati Uniti e alla loro situazione economica che potremmo definire folle; sorretta solo da un enorme debito reso possibile dall’imposizione della propria moneta sul mondo, un paradosso di una economia che gli USA riescono a mantenere sostenibile solo perchè presidiata da un apparato militare senza scrupoli.

Ciò detto, questo non significa prendere ad esempio il sistema politico su cui si basa la leadership di Putin, non significa esserne portatori di lodi e non significa vedere in Putin una sorta di novello Lenin. Posto che, alla luce delle dichiarazioni pubbliche, il leader russo pare essere di gran lunga il più moderato di altri cosiddetti falchi russi, non servirebbe neanche puntualizzare che pensare alla Russia come un paese anche vagamente socialista sarebbe un esercizio assurdo oltre che pericoloso. A maggior ragione, alla luce di quanto denunciato dal segretario Gennady Zyuganov che si vede censurato pur rappresentando la seconda forza politica in parlamento, il monito è sempre lo stesso: non cadere nella trappola della polarizzazione. Così come non cedere all’immenso fascino esercitato dalla restaurazione dei nostri simboli durante i recenti scontri armati, ricordandosi di tirare una linea di demarcazione netta tra la lotta di classe e la nostalgia. Né cedere a quella che purtroppo, per certi tratti, appare una strumentalizzazione della grande guerra patriottica, che è la motivazione bellica ideologica (parallela a quella economica entrambe necessarie in ogni guerra) fornita indirettamente in un piatto d’argento dagli StatiUniti con la testa di ponte ucraina, condizionata dalle drammatiche politiche nazionaliste che segnano il passo e dimostrano quanto il capitale statunitense sia oggi un animale ferito e rabbioso. Quella del governo di Putin è un’operazione per serrare le fila del popolo russo, rivendicare le conquiste storiche e stringersi intorno alla propria classe dirigente in un momento critico, un’operazione che però sembra essere indirizzata anche oltre “cortina di ferro”. Non dimentichiamoci che proprio quei mass-media spinti da logiche capitaliste sono, prima ancora che dei divulgatori, i creatori su vasta scala di questo particolare sentimento, quasi del tutto sconosciuto fino alla modernità e che oggi è diventato pervasivo e ingombrante: la nostalgia, manipolata da un secolo di cinema e mezzo secolo di televisione per riempire quel vuoto immenso di valori che si è portato via il regime consumistico degli ultimi 20 anni.

Questa operazione capiamo bene sia anche funzionale per le sorti del conflitto e per la sua buona riuscita, così come non mettiamo in dubbio l’intelligenza del popolo russo nel riconoscere la sottile linea rossa che divide il significato storico patriottico della falce e martello dal significato politico, teorico e soprattutto pratico. Così come non mettiamo in dubbio che agitare il vessillo rosso provoca il terrore, non ironicamente, negli occhi dei padroni dell’ordine unipolare. Ciò detto però, è bene essere consapevoli che questa operazione di comunicazione da parte del governo di Putin, corroborata dalle contraddizioni della politica interna russa che non scopriamo certo ora, non è troppo dissimile dal cosiddetto “greenwashing“: la strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva, in questo caso, sotto il profilo dell’impatto capitalista piuttosto che ambientale. La denuncia del segretario Zyuganov è lì a ricordarcelo.

Inoltre, i compagni del Partito Comunista della Federazione Russa ci hanno provato con la recente proposta di restaurare come bandiera nazionale di Russia quella che fu dell’Unione Sovietica. Questa, che ai più è sembrata solo una nota di colore, è stata una mozione presentata con il solo scopo di legittimare l’inclusione dei territori del Donbass perché la zona originariamente, prima della dissoluzione, era sotto il controllo politico dell’URSS; il Donbass ne è stato sottratto ingiustamente, tenendo conto dei confini amministrativi voluti da Lenin (per bilanciare il PIL dell’Ucraina grazie alle industrie di carbone) e non quelli politici che appunto comprendevano il Donbass nell’Unione Sovietica. La mozione ha un valore politico provocatorio perché in contrasto con l’idea che si sta facendo largo che vede la Russia approfittare degli attuali rapporti di forza bellici per voler espandersi sulla linea sud, che va dalla Crimea fino ad Odessa per ricongiungersi alla Transinistria, a ragione o a torto, molto ben oltre il Donbass. Questi territori erano di fatto originari della RSS Ucraina e non dell’URSS, l’azione del Partito Comunista nella proposta della bandiera è un tentativo di rimarcare l’approvazione dell’operazione speciale e l’annessione dei territori limitatamente al Donbass e le repubbliche popolari che hanno subito l’aggressione ucraina dal 2014. La Russia ha di recente lamentato atti terroristici di intimidazione in Transinistria contro la popolazione russofona e denunciato il tentativo di un probabile attacco ad un arsenale sovietico di enormi dimensioni (in realtà è molto più modesto di quanto fatto credere), la paternità di questi atti terroristici non è ancora stata chiarita a fondo, ma chiunque capisce che il pretesto, che in questo caso si regge su episodi deboli rispetto la crisi in Donbass, fornisce l’occasione alla Russia per prendersi tutto lo sbocco sul mare (stiamo imparando a conoscere quanto sia strategico per un paese considerato il granaio europeo) e isolando ciò che rimarrà dell’Ucraina. A ciò si aggiunge anche l’Isola dei Serpenti, conquistata fin da subito dalla marina russa e rivendicata di recente dalle forze Ucraine che poi si è rivelata una fake news. L’isola è un piccolissimo lembo di terra a 35km dalla costa Ucraina, di enorme importanza strategica per il controllo delle rotte navali (e fin qui si potrebbe giustificare una presa temporanea per motivi bellici), ma soprattutto perché ricca di giacimenti di petrolio e gas naturale scoperti negli anni ottanta, così importanti tanto da generare un contenzioso tra Ucraina e Romania risolto in favore dei primi solo nel 2009. Va detto che l’annessione de facto di questi territori è un po’ diverso dagli obbiettivi inizialmente posti limitatamente al riconoscimento del Donbass, la demilitarizzazione dell’Ucraina e la denazificazione. Aggiungiamo che senz’altro si è arrivati a questo scenario anche con la complicità di Stati Uniti e Nato e la loro ostinazione bellicista sulla pelle del popolo ucraino, prima influenzando la condotta riguardo agli accordi di Minsk palesemente violati e successivamente negando ogni accordo a operazione speciale russa inziata.

Non è imprudente immaginarsi che la tenuta di un paese come la Russia, in questo momento, passi anche da un patto tra l’oligarchia e la politica; due entità che non parrebbero l’una subordinata alla seconda come invece avviene palesemente in occidente (nella fattispecie nel nostro paese). Il governo di Putin in questo momento sta raccogliendo i frutti politici dell’operazione speciale, il largo consenso della popolazione ad una campagna bellica che pare procedere come sperato, in aggiuta portata avanti per lo più con un vecchio arsenale di epoca sovietica (solo qualche giorno fa si sono visti una decina di carriarmato di ultima generazione) e un conseguente e cospicuo riarmo dovuto al bottino in armi ottenuto sul campo di battaglia sottratto alle forze ucraine (comprese moderne armi NATO). E si può dire lo stesso per le cosiddette oligarchie: in primis l’Europa ha completamente perso la guerra del gas accettando lo schema per il pagamento in rubli proposto dalla Russia, che allo stesso tempo ha aumentato le esportazioni verso i paesi alleati del BRICS (Cina e India in testa); questo, dopo un momento di stallo dovuto alla speculazione delle sanzioni occidentali, ha dato linfa alla moneta nazionale russa che sta letteralmente galoppando, i dati sulla bilancia commerciale russa sono straordinarie ed inequivocabili, se pur probabilmente temporanei. Infine a conflitto concluso, molte società russe potranno essere coinvolte alla ricostruzione dei territori che verranno annessi, in un modo o nell’altro, sotto l’influenza russa o nella Russia stessa; questo vale anche per le risorse che vi si trovano. In soldoni: le società che mettono le mani su questo tesoretto ricavato dalla guerra non sono pubbliche e purtroppo non garantiranno una redistribuzione al popolo russo come ci piacerebbe che accadesse per il benessere dei cittadini. Pur non negando l’attacco subito dalla Russia messa spalle al muro dalla mano statunitense in un processo che si è voluto e preparato negando di proposito la diplomazia per quasi 10 anni, avere un paese strategico al centro dell’Europa come l’Ucraina, in uno stato di coma economico finanziario a causa del procrastinarsi della guerra, con la possibilità di provocare una metastasi di instabilità (con le conseguenze tragiche sulla catena di approvvigionamento alimentare che pagheranno i popoli più esposti), è uno scenario che torna utile senz’altro agli Stati Uniti (con la rottura del complesso industriale tedesco non più legato a Mosca), ma anche alla Russia che si troverà come cuscinetto non più l’Unione Europea, ma decine di schegge impazzite e la possibilità di allargare la propria sfera di influenza.

Se la Russia di Putin è sotto minaccia, noi siamo ormai supini al giogo statunitense di Unione Europea e NATO, con la complicità della borghesia europea e una classe politica intaccabile quanto inetta, abbiamo un problema molto più grande e non lo si risolve facendo l’occhiolino a Putin, ma formulando una politica che non si faccia trasportare dal vento dell’emotività o della morale, orientata ai nostri bisogni, primo tra tutti la descalation e la pace tra i popoli. Il nostro obbiettivo è una Italia neutrale autodeterminata, che non è subordinata ad uno o l’altro volere potenzialmente imperialista, ma tiene uguali rapporti sullo stesso piano. Una Italia che conduce il tavolo delle trattative diplomatiche, un ruolo che coincide perfettamente con la nostra tradizione.

Con tutti i presupposti pacifici possibili è evidente che davanti ad un tentativo del genere, il potere costituito riverserà tutta il suo potenziale violento per detonare il dissenso e il furor di popolo. Non abbiamo idea del nemico che abbiamo in casa, farsi intrigare da questo o quello subendo il fascino esterofilo certo non aiuta, è la nostra dignità di popolo che dobbiamo recupere. Il richiamo all’analisi e a non cedere alla polarizzazione è d’obbligo, ma è anche un’enorme prova di forza alla quale il popolo italiano si presenta con un grosso deficit da colmare ed un vuoto da riempire. Questa tendenza alla polarizzazione becera, che indirettamente soffia sul fuoco dell’escalation, è altresì stimolata dai cosiddetti social appartenenti agli Stati Uniti, dove l’opera di comunicazione politica rimane limitata ad un consumo di dati e lascia troppo spesso spazio al retaggio culturale imposto dal capitale, dove rischiano di trovare linfa vitale desideri di riscatto di una esistenza tradita che trova sfogo in modo reazionario. Appare evidente che i social sono le vere armi di distruzione delle masse, quelle che dovremmo temere, che oltre a soddisfare l’obbiettivo della divisione in individui sono una potentissima macchina di profitto alimentata dai cittadini e che da luogo ad un binomio micidiale. Di questi meccanismi se ne serve il capitale e non fa differenza la bandiera sotto la quale opera.

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IL PAROSSISMO DEL MODO DI PRODUZIONE CAPITALISTICO

Stamane ho pubblicato sulla pagina telegram pianocontromercato un estratto di un articolo del People’s Daily sull’economista americano Stephen Roach, profondo conoscitore della Cina (qui di seguito). Nelle ultime settimane sto notando che gli iscritti alla pagina fanno commenti molto interessanti. Oggi voglio pubblicare nuovamente il commento della Signora Alex -X che gentilmente mi ha autorizzato. Guido Salerno Aletta, avendola già letta precedentemente sul blog, ritiene la signora una persona acuta. Anche con questo commento si conferma ed è per questo che lo voglio pubblicare a margine di Roach. Buona lettura.

DA PEOPLE’S DAILY DI OGGI: “L’ex presidente di Morgan Stanley Asia ha anche avvertito che le relazioni USA-Cina sono andate di male in peggio, il che avrà serie conseguenze per la stabilità mondiale e la crescita globale se il conflitto dovesse continuare.L’attuale approccio alla risoluzione dei conflitti, che può essere esaminato al meglio attraverso il cosiddetto accordo commerciale di Fase Uno raggiunto tra Stati Uniti e Cina nel gennaio del 2020, è un approccio fallito. .Guarda i vantaggi di opportunità di crescita ampliate.Alcuni politici ed esperti statunitensi ritengono che tagliare i legami con la Cina sarebbe vantaggioso per gli Stati Uniti. Alla domanda su queste affermazioni, Roach ha affermato che una mossa verso il disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina è “una ricetta per il disastro per gli Stati Uniti e la Cina”. Negli ultimi 40 anni, gli Stati Uniti e la Cina hanno costruito “una relazione profonda e forte”, ma in questo momento sono sorte pressioni politiche che hanno avuto un grave impatto sulla relazione, ha affermato Roach. Ha spiegato che l’alto livello delle tariffe imposte dagli Stati Uniti, con tariffe reciproche imposte dalla Cina sui prodotti statunitensi, è negativo per entrambi i paesi. “Dobbiamo riconoscere che l’attuale quadro di escalation tariffaria e sanzioni su tecnologia e altre società è controproducente”, ha affermato Roach.
“Sia gli Stati Uniti che la Cina sono fortemente integrati con il resto del mondo”, ha affermato. “Non puoi affrontare questi squilibri paese per paese”, ha detto Roach, che è un economista di formazione. “Se vuoi ripristinare un maggiore equilibrio, noi in America dobbiamo risparmiare di più e tu in Cina devi risparmiare di meno e questo sarà un passo molto importante per risolvere gli squilibri commerciali”. Tuttavia, ha sottolineato che “l’idea di migliorare le nostre relazioni restringendo uno squilibrio commerciale bilaterale non è solo controproducente, ma perde la reale opportunità che dobbiamo cogliere”.Il modo migliore per garantire maggiori opportunità di crescita tra Stati Uniti e Cina, ha raccomandato, è di “tornare a negoziare un nuovo trattato bilaterale di investimento, qualcosa su cui eravamo molto vicini al raggiungimento di un accordo prima che Donald Trump fosse eletto presidente [nel novembre 2016] ]”.”Dobbiamo guardare alla crescita piuttosto che tentare di correggere uno squilibrio commerciale multilaterale concentrandoci in modo errato su deficit o eccedenze commerciali bilaterali”, ha aggiunto Roach. “Abbiamo sbagliato approccio. E abbiamo bisogno di un nuovo approccio”.Spostati dalla sfiducia verso una relazione più fiduciosaLa prima e altamente consequenziale raccomandazione di Roach è di trovare aree di reciproco interesse in cui le due parti possano iniziare a spostarsi da un clima di sfiducia verso una relazione più fiduciosa tra i due paesi. Ha evidenziato tre aree in particolare che offrono opportunità per ricostruire la fiducia: il cambiamento climatico, la politica sanitaria globale e la sicurezza informatica.L’anno scorso, i due paesi hanno rilasciato la loro Cina-USA Dichiarazione congiunta di Glasgow sul miglioramento dell’azione per il clima negli anni 2020, che mirava ad affrontare meglio le emissioni di gas serra e i cambiamenti climatici.La seconda area su cui Roach ha proposto di concentrarsi sulle due parti è la salute globale. “Continua a esserci una grande animosità tra Stati Uniti e Cina sulle questioni relative alle fonti del COVID-19″. Ha aggiunto che le due parti non sono riuscite ad andare oltre e ad abbracciare gli sforzi collaborativi nelle pratiche globali di prevenzione della salute e delle malattie.“Per definizione, questa pandemia non è un problema cinese. Non è un problema degli Stati Uniti. Non è un problema per nessun paese..In un mondo così altamente interconnesso, e dato l’altissimo livello di trasmissibilità delle più recenti varianti di COVID-19, l’economista ha fortemente esortato le nazioni a riunirsi e condividere le migliori pratiche in termini di salute pubblica e sviluppo scientifico.”

Commento della Signora Alex X: “E intanto le élite continuano i loro sporchi interessi.

Come dice il professor Malanga la spazzatura non va eliminata “postuma” va NON creata a monte e prendo ad esempio questo assunto, per dire che andrebbe metaforicamente applicato in TUTTI i settori citati nell’interessante post di Pasquale, che evidenzia i punti cardine del nuovo regime globalista:

– Consumismo ipertrofico che rovina l’ambiente, per poi fingere di salvarlo con strategie di marketing che ti fanno credere di scegliere nuovi stili di vita già scelti invece da chi detiene le fonti energetiche basilari, da propinare a scapito del popolo e a favore dei loro nuovo guadagni.

– Le pandemie scaturite da esperimenti voluti, l’innesco delle stesse e relative gestioni già pianificate sulla lunga distanza che creano popolazioni di eterni finti “in cura” e mai guariti.

– L’abuso della tecnologia per il controllo totale delle menti e delle vite nella ricerca parossistica del “consumatore” perfetto e del cittadino modello.

Su tutte queste cose si trovano d’accordo e al contempo si contrastano le grandi potenze: soldi e potere, laddove il soldo è completamene svuotato del suo valore “reale” di scambio economico e il potere è diventato un delirio assoluto di una “dittatura esistenziale” dove lo Stato agisce sui cittadini come un genitore abusante: “se non stai attento, come ti ho fatto, ti disfo”…

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Finanza

LA GUERRA SI MANGIA IL SURPLUS ITALIANO

Iniziamo dal comunicato di oggi della Banca d’Italia sulla Bilancia dei Pagamenti: “Nei dodici mesi terminanti in marzo 2022 il surplus di conto corrente è stato pari a 27,2 miliardi di euro (l’1,5per cento del PIL), da 62,0 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Il calo è dovuto soprattutto alla contrazione dell’avanzo mercantile (36,2 miliardi, da 68,2), che continua a risentire del maggior deficit energetico, e al peggioramento del deficit nei servizi (-11,5, da -7,3). E’ rimasto invariato il saldo dei redditi primari (a 21,8 miliardi)mentre è migliorato quello dei redditi secondari (a -19,3 miliardi, da -20,7)”.

Dunque lo scorso anno avevamo un surplus delle partite correnti pari a 62 miliardi, frutto soprattutto dell’avanzo mercantile (differenza tra export e import). L’Italia negli ultimi anni, a prezzo di sacrifici, aveva raggiunto non solo il surplus ma anche una posizione finanziaria netta estera positiva (lo è attualmente, riferito a fine dicembre, ultimo dato, a 133 miliardi). Il mercantilismo adottato negli ultimi 30 anni dava il suo frutto alla classe dominante ed era l’altra faccia di bassi salari, flessibilizzazione e precarietà lavorativa, tagli di servizi, tagli alla spesa pubblica. Nel 1992 il Corriere della Sera titolava: “meno salari e pensioni, più export”, il desiderata di Guido Carli e di Mario Draghi, incessantemente portato avanti negli ultimi 30 anni da qualsivoglia governo. Così, con la crescita e il benessere alla popolazione sacrificati, la classe dominante si ritrovava co un surplus di parte corrente e tantissimi soldi, frutto di esportazioni e bassi salari, investiti nelle piazze finanziarie internazionali. Nasceva quel blocco del 20% della popolazione che, forte di 4500 miliardi di liquidità, moltissima investita all’estero, campava di rendita. Le vacanze, i locali e i ristoranti pieni, l’acquisto di beni di lusso erano frutto dei consumi di questa classe di rentier, spesso coincidente con l’imprenditore, che in questi decenni lesinava investimenti produttivi con la perdita di competitività tecnologica del Paese e bassa produttività totale dei fattori produttivi. Quest’ultima veniva vigliaccamente addossata alla forza lavoro, quasi fosse fannullona (gli impiegati pubblici da decenni vengono pubblicamente etichettati così). Negli ultimi 7 anni la posizione finanziaria netta estera, prima in pareggio, poi ampiamente positiva (si hanno più crediti che debiti nei rapporti con l’estero), dimostrava che la popolazione italiana viveva ampiamente sotto le sue possibilità, accontentata con il Rdc e con miseri bonus, quasi fossero elemosina. Ora con la guerra si ritorna indietro, il surplus più che si dimezza, cercheranno, come negli ultimi 30 anni, di farci stringere ancor più la cinghia per importare meno, consumare meno ed esportare di più. Per la gioia della rendita finanziaria. Questo il modello italiano degli ultimi 30 anni, che grida vendetta.

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INTRODUZIONE ALLA 2° EDIZIONE DEL LIBRO PIANO CONTRO MERCATO

Tra il 18 e il 20 maggio dovrebbe essere pubblicata la seconda edizione del mio libro Piano contro mercato, dopo i favori riscossi dalla prima edizione. Ora è in stampa, ci vorrà qualche giorno. Una volta pubblicato, il libro sarà disponibile presso Diest Distribuzioni (Diest Distribuzioni (diestlibri.com), acquistabile on line. Per il momento non ci sarà l’ebook, si vedrà in seguito. Nel libro racconto di Cina, Usa, Europa per raccontare chi eravamo noi, la nostra storia gloriosa passata. Mi farebbe piacere se commentasse su questa pagina l’introduzione al libro. Buona lettura.

Introduzione alla seconda edizione
Questa è la seconda edizione del libro “Piano contro Mercato”. Vorrei raccontare le sinergie storiche tra il nostro Paese e
la Cina, l’Italia della Prima Repubblica e la Cina di Xi. Nel corso
degli ultimi due anni alcune tesi hanno trovato conferma, altre
sono in fieri, ma il processo va avanti. Mentre noi smantellavamo i pilastri della Prima Repubblica, in primis i colossi pubblici
e il Welfare, i cinesi li edificavano. Il libro, come raccontato,
prende spunto da un concetto benjaminiano che trovai nel libro
“Parigi Capitale del XIX° secolo”. Questo libro è un’avventura.
Alla fine degli anni novanta era introvabile. Ne parlai con una
zia di mia moglie che viveva a Roma, napoletana, un cuore
grande di donna e molto spiritosa, come tutti i napoletani. Lei si
fece in quattro per cercarlo, girò tutta Roma ed infine lo trovò.
Lo lessi, il concetto era “Hausmanizzazione e lotta di barricata”,
hausmanizzazione dal barone architetto Hausmann che sventrò
i quartieri operai parigini in modo che non si organizzassero
più sommosse, appunto le lotte di barricata. Questo concetto
l’ho portato con me per anni, fino al libro, ed ancora oggi è
presente. Lo declinai da un punto di vista monetario, e da qui,
di classe. Siamo nel 2022, lo scenario appare lo stesso descritto
nella prima edizione del libro. Secondo la vulgata marxista, nel
corso degli ultimi 70 anni c’era la triade imperialista Usa-Europa-Giappone, che si spartivano le ricchezze mondiali attraverso
guerre imperialiste. Con l’ascesa di Mao nel 1949 arriva una no-
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vità. Il suo Premier Chu En Lai ideò il “Quarto Polo” dei paesi
del terzo mondo, anche alternativo, dopo gli anni 50, all’Urss.
Il capo dell’esercito popolare di liberazione cinese Lin Biao fu
l’attuatore di questa tesi, tragicamente scomparso nei cieli mongoli nel 1971, probabilmente un attentato. L’idea fu bloccata
dopo la morte di Mao e il processo alla “Banda dei Quattro”,
che voleva proseguire la strategia terzomondista di Mao. Vinse
Deng, che nel 1978 si accordò con gli americani per fare arrivare
enormi investimenti industriali – cosa poi avvenuta – anche per
delocalizzare industrie americane che avevano a che fare con la
lotta di classe dei suoi operai in casa, e per allontanare definitivamente la Cina dall’Urss. Il “tradimento” di Deng lo possiamo
inquadrare solo dopo molti decenni. Forse lui aveva in mente
l’industrializzazione del suo paese per colpire meglio il nemico
americano, in seguito. Pensava che una popolazione poverissima
non potesse fronteggiare l’imperialismo. Questo tacito accordo
andò avanti per decenni, mentre gli americani avevano trasferito
tecnologia, managerialità e saperi scientifici ai cinesi. Il genio
cinese fu quello di avanzare nel salto tecnologico, da una parte
teneva a bada gli Usa attraverso l’acquisto del debito, dall’altra
si preparava allo scontro. I cinesi non ragionano per anni ma
per decenni, se non per secoli. Nel 2013 ascese Xi, che prese via
via tutti i poteri, lasciando intendere che la Cina non avrebbe
seguito il modello occidentale. Xi Ideò la Via della Seta, come
mezzo per staccare l’Ue dagli Usa e coprire l’eurasia. Le vicende
ucraine hanno fatto capire alla dirigenza cinese che gli europei,
o meglio, la sua classe dirigente, non è disposta a scontrarsi con
gli Usa, ci hanno provato negli ultimi anni senza risultati (vedi
la Via della Seta italiana abbandonata). Ora la notizia che l’asse
eurasiatico – Russia, Uzbekistan, Kazakhistan, ecc. – assieme
alla Cina stanno progettando una valuta comune ancorata alle
materie prime. Inoltre, secondo il Wsj, l’Arabia Saudita starebbe
considerando di vendere il suo petrolio alla Cina in yuan. Oltre
a ciò, India e Russia si sono accordati per gli scambi in ruplie
e rubli avendo come intermediario lo yuan. Nel libro “Piano
contro Mercato”, alla luce della Via della Seta, sostenevo che
vi era uno scontro tra asset inflation occidentale e “lotta di
barricata” da parte dei cinesi attraverso la Pboc, la loro banca
centrale. Questa “lotta di barricata” sta accelerando in maniera
impressionante con le notizie appena riportate. La “lotta di
barricata” del “Quarto Polo” si sposta dunque nel lato monetario e finanziario, con sconvolgimenti mondiali. Un processo
da tenere in mente per vedere gli sviluppi ucraini, il cui fuoco è
stato appiccato dagli occidentali proprio per questi motivi, non
vogliono rinunciare al privilegio finanziario dell’asset inflation,
che tra l’altro non garantisce benessere alle loro stesse popolazioni, come ben sappiamo noi italiani da decenni.
Sia la prima che la seconda edizione del libro sono state riviste
dalla diciannovenne salernitana Chiara Anderlini, che ringrazio
finalmente nella seconda edizione. Vedere giovanissime appassionate di correzione bozze è stata per me una sorpresa. Chissà magari
se il libro venisse attenzionato all’estero, punterei per la traduzione
ancora su Chiara. Sarei felice io e sarebbe felice lei.

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IL DOLLARO E L’UOMO CON LA PISTOLA

Pubblico un estratto del libro di David Graeber, gentilmente datomi dall’amica Simona Ferlini.

 

Da: Debito, i primi 5000 anni, cap. 12

C’è una ragione perché lo stregone ha questa strana capacità di creare denaro dal nulla. Dietro di lui, c’è un uomo con la pistola. 

Certo, in un certo senso c’è fin dall’inizio. Ho già sottolineato che la moneta moderna si basa sul debito dello stato e che gli stati s’indebitano per finanziare la guerra. Questo è vero oggi come lo era ai tempi di re Filippo II. La creazione delle banche centrali rappresenta l’istituzionalizzazione permanente del matrimonio tra gli interessi finanziari e militari che iniziò a emergere nell’Italia rinascimentale, per diventare infine il fondamento del capitalismo finanziario.6

  Nixon lasciò fluttuare il dollaro per pagare i costi di una guerra in cui, nel solo periodo 1970-1972, ordinò di sganciare più di quattro milioni di tonnellate di bombe incendiarie sulle città e i villaggi dell’Indocina guadagnandosi il soprannome di «più grande bombardiere di tutti i tempi», attribuitogli da un senatore.7 La crisi debitoria fu una diretta conseguenza della necessità di pagare le bombe, oppure, per essere più precisi, di pagare la vasta infrastruttura militare necessaria ai bombardamenti. È questa la causa che mise alle corde le riserve auree statunitensi. Molti sostengono che sganciando il dollaro dall’oro Nixon abbia reso la moneta USA pura fiat money: dei semplici pezzi di carta, senza alcun valore intrinseco, trattati come moneta solo grazie al volere degli Stati Uniti. In questo caso, si potrebbe affermare che ora il dollaro sia sostenuto unicamente dalla potenza militare degli Stati Uniti. In un certo senso è vero, ma il concetto di «moneta fiduciaria» si basa sull’assunzione che la moneta «fosse» veramente oro inizialmente. In realtà, ci troviamo di fronte solo a un altro tipo di valuta creditizia. 

  Contrariamente alla convinzione più diffusa, il governo statunitense non può «stampare liberamente moneta», perché i dollari non vengono emessi dal governo, ma dalle banche private, sotto l’egida del Federal Reserve System. Tecnicamente, la Federal Reserve – nonostante il nome – non è affatto parte dello stato, ma una sorta di strano ibrido tra pubblico e privato: un consorzio di banche private il cui presidente è designato dal presidente degli Stati Uniti, con l’approvazione del Congresso, ma che non opera sotto la supervisione pubblica. Tutte le banconote da un dollaro in circolazione in America sono «Federal Reserve Notes» – la Fed le emette come cambiali, commissionando alla zecca degli Stati Uniti la stampa vera e propria, pagandola quattro centesimi a banconota.8 Questo sistema è una piccola variazione dello schema inventato dalla Banca d’Inghilterra, solo che qui la Fed «presta» soldi al governo americano comprando titoli del debito pubblico, e poi monetizza il debito prestando il denaro che gli deve il governo statunitense ad altre banche.9 La differenza è che mentre originariamente la Banca d’Inghilterra prestava oro al sovrano, la Fed crea i dollari semplicemente con un tratto di penna. Quindi, è la Fed ad avere il potere di stampare moneta.10 Le banche che ricevono i prestiti della Fed non hanno più la facoltà di stampare direttamente moneta, ma è loro permesso creare moneta virtuale concedendo prestiti secondo il sistema della riserva frazionaria stabilito della Fed, anche se all’inizio della crisi creditizia odierna, al momento della scrittura di questo libro, sono stati fatti passi per rimuovere tali restrizioni. 

  Sotto molti aspetti, questa descrizione è piuttosto semplicistica: la politica monetaria è un arcano impenetrabile, e talvolta sembra che lo sia intenzionalmente. (Henry Ford un giorno disse che se l’americano medio avesse scoperto come funziona davvero il sistema bancario, ci sarebbe stata una rivoluzione l’indomani.) La cosa interessante per gli scopi del libro non è tanto che i dollari americani siano creati dalle banche, ma che una delle conseguenze apparentemente paradossali della scelta di Nixon fu che questi dollari andarono a sostituire l’oro come valuta di riserva globale, ovvero come suprema riserva di valore nel mondo, portando agli Stati Uniti enormi vantaggi economici. 

  Nel contempo, il debito pubblico americano rimane un debito di guerra, com’è sempre stato fin dal 1790: gli Stati Uniti continuano a spendere per scopi militari più di tutte le altre nazioni del globo messe insieme, inoltre la spesa militare non è solo la base della politica industriale del governo: occupa una proporzione talmente enorme delle spese dello stato che, se non fosse a causa sua, gli Stati Uniti non sarebbero affatto in deficit.

Le forze armate americane sono le uniche al mondo a mantenere la dottrina della proiezione globale di potenza militare: tramite le circa ottocento basi in territorio straniero, dovrebbero avere la capacità d’intervenire con forza schiacciante in ogni angolo del pianeta. In un certo senso, le forze di terra sono secondarie; almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale, la chiave della dottrina militare statunitense è fare affidamento sulla supremazia aerea. Gli Stati Uniti non hanno mai combattuto una guerra in cui non controllassero i cieli, inoltre hanno fatto ricorso al bombardamento aereo molto più sistematicamente di ogni altra forza militare, per esempio, nella recente occupazione dell’Iraq, si sono addirittura spinti a bombardare quartieri residenziali di una città già apparentemente sotto il loro controllo.

L’essenza della sua predominanza militare nel mondo deriva in ultima analisi dal fatto che l’America può sganciare bombe come e quando vuole, con solo poche ore di preavviso, in qualsiasi punto della superficie terrestre.11 Nessuno stato ha mai avuto capacità anche lontanamente comparabili. Infatti, si potrebbe benissimo affermare che è questa stessa potenza a tenere in piedi l’intero sistema monetario mondiale, organizzato intorno al dollaro.   A causa del deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti, un numero enorme di dollari circola all’estero; inoltre, uno degli effetti della scelta di Nixon è che le banche centrali estere possono farci ben poco con questi dollari, tranne comprare titoli del tesoro americano.12 Ecco cosa significa l’affermazione che il dollaro è diventato la «moneta di riserva» globale. Questi titoli del debito statunitense, come ogni altra obbligazione, dovrebbero essere prestiti che infine arriveranno a scadenza e dovranno essere ripagati, ma come nota l’economista Michael Hudson, che iniziò a interessarsi del fenomeno nei primi anni settanta, in realtà non succede mai: 

  Finché questi pagherò del tesoro americano sono parte integrante della base monetaria mondiale, non saranno mai rimborsati, ma continuamente rifinanziati. Questa caratteristica è l’essenza dell’opportunismo finanziario americano, una tassa imposta a spese di tutto il globo.13

  Inoltre, l’effetto combinato dell’inflazione e dei bassi tassi d’interesse pagati da questi titoli è che essi nel tempo si sono deprezzati, aumentando la tassa globale, oppure usando le parole che ho scelto nel primo capitolo, aumentando il «tributo». Gli economisti preferiscono chiamarlo «signoraggio». Comunque, il suo effetto è che la potenza imperiale americana si basa su un debito che non sarà mai ripagato e mai potrà esserlo. Il suo debito pubblico è diventato una promessa non solo ai cittadini americani, ma alle nazioni di tutto il mondo, che tutti sanno non verrà mantenuta. 

  Allo stesso tempo, gli Stati Uniti insistevano affinché tutti i paesi che avevano titoli del debito pubblico americano nelle proprie riserve si comportassero in modo esattamente opposto: dovevano osservare politiche monetarie restrittive e ripagare scrupolosamente i propri debiti. 

  Ho già notato che, fin dai tempi di Nixon, i compratori più importanti del debito americano tendono a essere le banche di quei paesi che si sono trovati sotto l’occupazione militare americana. In Europa, l’alleato più entusiasta di Nixon era la Germania Occidentale, che al tempo ospitava oltre trecentomila soldati americani. Nei decenni più recenti l’attenzione si è spostata in Asia, particolarmente verso le banche centrali di paesi come Giappone, Taiwan e Corea del Sud, di nuovo, tutti protettorati militari americani. Inoltre, lo status internazionale del dollaro è sostenuto, fin dal 1971, dal fatto che il petrolio sia comprato e venduto solo in questa valuta, mentre ogni tentativo dei paesi Opec di usare anche altre divise si è infranto contro la testarda resistenza di Arabia Saudita e Kuwait, anche loro protettorati militari statunitensi. Quando Saddam prese la decisione unilaterale di passare dal dollaro all’euro nel 2000, seguito dall’Iran nel 2001, presto il suo paese fu bombardato e occupato dalle forze statunitensi.14 Non sappiamo quanto la scelta di Saddam di abbandonare il dollaro abbia contato realmente ai fini della decisione americana di deporlo militarmente, ma nessun paese che faccia una scelta simile può ignorare questa possibilità. Il risultato, soprattutto tra i governanti del Sud del mondo, è stato il terrore diffuso.15 

  In questa prospettiva, lo sganciamento del dollaro dall’oro non va contro l’alleanza fra guerrieri e finanzieri su cui fu originariamente fondato il capitalismo, ne è anzi la definitiva apoteosi. Né il ritorno alla moneta virtuale ha portato alla ricomparsa di relazioni di onore e fiducia: piuttosto, è vero il contrario. Nel 1971, il cambiamento era appena cominciato. L’American Express, la prima carta di credito al consumo, era stata inventata solo trent’anni prima, ma possiamo dire che il moderno sistema nazionale delle carte di credito si è formato solo con l’avvento di Visa e MasterCard nel 1968. Le carte di debito vennero dopo, sono creature degli anni settanta, e la moderna economia dei pagamenti elettronici è nata solo negli anni novanta. Tutte queste nuove relazioni di credito non sono mediate da relazioni interpersonali di fiducia, ma da aziende il cui unico scopo è il profitto; inoltre, una delle grandi vittorie dell’industria americana delle carte di credito è stata l’eliminazione di tutte le restrizioni legali sui tassi d’interesse che può applicare. 

  Se guardiamo alla storia, un’era di moneta virtuale dovrebbe implicare l’allontanamento da guerra, imperialismo, schiavitù e servitù per debiti (salariata o meno), e la creazione di qualche sorta di istituzione onnicomprensiva e globale per proteggere i debitori. Finora abbiamo visto l’opposto. La nuova moneta globale è ancora più radicata nella potenza militare della vecchia. La servitù per debiti continua a essere la maniera principale di reclutare lavoratori in tutto il mondo: sia in senso letterale, come in gran parte dell’Asia orientale e dell’America Latina, che in senso soggettivo, poiché gran parte dei lavoratori salariati e persino degli impiegati stipendiati sente di dover lavorare principalmente per rimborsare un prestito a interesse di qualche tipo. La nuove tecnologie di trasporto e comunicazione hanno solo facilitato questo processo, rendendo possibile far pagare a domestici o a operai migranti migliaia di dollari in spese di trasferimento, per poi costringerli a lavorare per ripagare il debito in paesi lontani dove non hanno alcuna protezione legale.16 Le grandi istituzioni cosmiche e onnicomprensive che potrebbero essere in qualche modo paragonate ai re divinizzati dell’antico Medio Oriente o alle autorità religiose del Medioevo non sono state create per proteggere i debitori ma per far valere i diritti dei creditori. Il Fondo monetario internazionale è solo l’esempio più lampante. Rappresenta il pinnacolo di un’enorme burocrazia globale in ascesa – il primo vero sistema amministrativo globale nella storia umana, rappresentato non solo da Nazioni Unite, Banca mondiale, World Trade Organization, ma anche dall’infinito insieme di unioni economiche, patti commerciali e organizzazioni non governative che lavorano al loro fianco, in larga parte sotto il patrocinio statunitense. Tutte funzionano secondo il principio per cui (a meno che uno non sia il Tesoro degli Stati Uniti) «bisogna pagare i propri debiti», poiché si ipotizza che il fallimento di un qualunque paese metta in pericolo l’intero sistema monetario mondiale, minacciando di trasformare tutti i sacchi d’oro (virtuale) in pezzi di carta senza valore, per usare la colorita immagine di Addison. 

  Tutto vero. A ogni modo, qui stiamo parlando di soli quarant’anni. Ma l’azzardo di Nixon, quello che Hudson chiama «imperialismo del debito», è già sottoposto a forti pressioni. La prima vittima è stata precisamente quella burocrazia imperiale dedicata alla protezione dei creditori (non quelli a cui dovevano soldi gli Stati Uniti). Le politiche del Fondo monetario che insiste nel chiedere che i debiti siano ripagati quasi esclusivamente attingendo dalle tasche dei poveri si sono scontrate prima contro un movimento di ribellione sociale, parimenti globale (il cosiddetto movimento no global – anche se il nome è profondamente fuorviante), poi contro un’aperta ribellione fiscale tanto in Africa quanto in America Latina. Dal 2000, i paesi asiatici hanno iniziato a boicottare sistematicamente il FMI. Nel 2002, l’Argentina commise il peccato peggiore: fare default sul proprio debito, ed è riuscita a scamparla. Le seguenti avventure militari statunitensi, chiaramente volte a terrorizzare e intimidire, non hanno avuto molto successo: in parte perché, per finanziarle, gli Stati Uniti hanno dovuto fare ricorso non solo alla solita schiera di clienti, ma anche e sempre di più alla Cina, il suo maggior rivale militare rimasto. Dopo il collasso quasi totale dell’industria finanziaria americana, che, nonostante le fosse stata concessa la capacità di creare denaro quasi ad libitum, è riuscita ugualmente a creare migliaia di miliardi di passività che non può ripagare, gettando in recessione l’economia mondiale, è venuta meno anche la pretesa che l’imperialismo del debito garantisca stabilità. 

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SULLA GUERRA: LA VOCE AI CATTOLICI

Questo è un blog aperto, ospito persone che ritengo interessanti, li cerco, li invoglio ad intervenire. Casualmente ieri ho chattato con un medico volontaria cattolica su Pax Christi, lei mi ha fornito materiali e mi dice: ti metto in contatto con un mio amico volontario. Gli telefono ieri, ci diamo appuntamento per oggi. Lui è un volontario cattolico, dedito al sociale, ha scritto un libro, Antonio Armenante “Anche Dio lavora – e noi non gli mettiamo i contributi”, edito da Areablu, casa editrice di Cava de Tirreni. Gli chiedo come si pongono i cattolici rispetto alla guerra russo ucraino. Lui risponde: “i cattolici, almeno quella parte legata a Francesco, si pongono sulla stessa linea del Papa e della sua enciclica “Fratelli tutti” dove metteva l’accento sulla probabile guerra, atomica, chimica, batteriologica, che avrebbe distrutto la terra. Il Papa si poneva per il disarmo globale ed io sono  della stessa opinione. Questa è una guerra Usa-Russia, senza nulla togliere che l’Ucraina è stata invasa dai russi e che ha diritto di difendersi. Ciò non toglie che l’escalation di armamenti allontana sempre più il negoziato, non si parla di dialogo, di negoziati, di diplomazia, ma solo di vittoria, dall’una e dall’altra parte.”. Gli domando come si pongono i cattolici vicino al Papa rispetto alle ultime scelte governative. Ecco cosa dice: tutti i paesi della Nato aumenteranno le spese per armamenti al 2% del pil, le spese italiane passeranno da 26 a 38 miliardi. Noi siamo contro tutto ciò, così come siamo contro l’invio delle armi che non fa altro che aumentare l’escalation, quando ci sarebbe bisogno di negoziati. La maggioranza degli italiani si è espressa contro l’invio di armi, è un sentimento popolare e i cattolici lo portano avanti anche tramite le parole del Papa Ricordo la proposta del Papa di usare i soldi per gli armamenti per costituire un Fondo mondiale destinato a eliminare la fame e favorire lo sviluppo dei paesi poveri.”. Infine gli chiedo se negli ultimi tre anni, lui volontario nel sociale, è aumentato il disagio sociale. Lui risponde: ” è aumentato, le spese per armamenti tolgono risorse a scuola, sanità e assistenza sociale, quando invece ce ne sarebbe bisogno, ormai non colpisce il disagio sociale solo alcune categorie, ma l’intera popolazione. Ci battiamo contro l’aumento delle spese militari per destinare le risorse al sociale, di cui c’è veramente bisogno”.

Lo ringrazio vivamente, è fondamentale sentire l’opinione  dei cattolici, in prima linea contro la guerra e contro la corsa agli armamenti. Dal 1991, se ci fate caso, i movimenti contro la guerra hanno trovato nei cattolici compagni di strada. Si sono dimostrati coerenti, grazie alla forza della loro fede e del loro pensiero.