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Le vie del neocorporativismo

 

L’irta, la nera Europa,
la sua ombra sublime
allunga fino a me:
e mi fa orrore.
(Franco Fortini)

Alla luce dei sinistri deliri della lunga marcia del popolo leghista-secessionista del 15 settembre e della sfilata milanese di 250 mila nazional-fascisti, la questio¬ne dicotomica “unità nazionale – secessione” ha spiazzato qualsiasi visione pro¬spettica materialistica e di classe della posta in gioco. Il silenzio della sini-stra-destra storica, gli allarmismi del “giornale dei marxiani”, finanziato dal compa¬gno Benetton, e le go-liardate piccolo-borghesi degli alternativi indiani padani occultano quelle che si possono definire salti quali-tativi, a forma istituzionalizza¬ta neocorporativa, del comando sul lavoro e dell’abbattimento del salario glo-bale di classe, intervenuti a seguito del Trattato di Maastricht e come effetto della crisi di sovrapproduzione che attanaglia il modo di produzione capitalistico da almeno trent’anni. L’ipotesi di lavoro che mi accingo a presentare ha come sfondo la co¬struzione di una rete di intenti-sapere intersecantisi con le tematiche riguar-danti la riforma in senso federale della forma di stato e di governo dell’Italia, la prole¬tarizzazione crescente di settori della piccola e media borghesia, il taglio del sa¬lario sociale e la costituzione di un esercito indu-striale di riserva nelle principali aree metropolitane del territorio italiano. Quest’ultima problematica do-vrebbe indurre a riconsiderare i soggetti lavorativi che rientrano nel lavoro d’inchiesta sulle classi, promos-so da Contropiano e dal Forum dei comunisti al convegno romano degli inizi di luglio ‘96.

È doveroso e necessario fare alcune precisazioni:
A) Le questioni costituzionali della proposta in campo sono appena ac¬cennate per due motivi fonda-mentali. Il primo, riguarda la non chiara direzione che attualmente ha la lunga transizione istituzionale e politica italiana, interve¬nuta a seguito della ratifica del Trattato di Maastricht e della crisi della Prima Re-pubblica. Dunque non si può prevedere se avrà la meglio la deriva presidenziale-plebiscitaria della destra sociale o la riforma in senso federativo fiscale-sussidaria della destra economica e istituzionale, che ha, co-me perno centrale, l’Alleanza dell’Ulivo, seguita dalla scorta rifondarola. Il secondo, con¬cerne la natura specialistica della problematica, per la quale si rimanda alla let¬tura di una serie di articoli e saggi che citerò a piè pagina.
B) Il lavoro ha come scopo l’invito ad aprire linee e campi di discussioni e di studio che attraversino sa-peri specialistici, quali il diritto comunitario, il di¬ritto amministrativo, studi integrati e comparati delle po-litiche economiche dei maggiori paesi dell’Unione Europea a partire dal 1992, anno della ratifica di Maa-stricht e, soprattutto, uno studio approfondito di natura giuslavorista delle principali novità intervenute, sia in ambito comunitario sia a livello nazionale, in materia di politiche del lavoro. Rispetto a quest’ultimo punto, ritengo che gli scritti di Gianfranco Ciabatti siano utilissimi al fine di avere un quadro “genea-logico” della posta in gioco [invero vecchia quanto il modo di produzione capi¬talistico], anche se negli ul-timi mesi sono intervenute novità importantissime, quali i Patti del lavoro italiani e tedeschi.
C) È dunque un cross-over di ricerca, o meglio di abbozzo di ricerca, ta¬le per cui presenta tutti i difetti e le deficienze di lavori di siffatta portata.

La “scuola bolognese” del neocorporativismo

La base dell’articolo è il saggio Il federalismo preso sul serio: una pro¬posta di riforma per l’Italia, scritto a più mani da vari docenti universitari coor¬dinati dall’Assessore agli Affari Costituzionali della Regione Emilia-Romagna Luigi Mariucci, con la prefazione dell’ex Presidente della Giunta regionale emilia-no-roma¬gnola Pier Luigi Bersani, neo ministro dell’Industria del governo Prodi . Il saggio è frutto di una commissione di consulenza legislativa, voluta dal medesimo Bersani nel 1995 e, nelle parole del ministro, è “l’approdo dell’e¬sperienza emiliano-romagnola in tema di riforma federalista dello Stato” .
L’intento degli autori è la definizione di una linea programmatica, di na¬tura costituzionale, che faccia da sfondo ad una riforma strutturale dello stato italiano in chiave federalista, avente come cardine tre strutture portanti:
– il principio di sussidiarietà;
– il principio di responsabilità;
– il perseguimento di politiche di bilancio, a livello federale e locale, vol¬te alla razionalizzazione delle entrate e delle uscite erariali e alla ristrutturazio¬ne dell’organizzazione e del personale, sia a livello centrale sia a livello locale.
Il fine, come esplicitamente dichiarato nel saggio, è “la riforma fiscale in chiave federalista, come stru-mento di contenimento della spesa pubblica e, in ultima istanza, come via maestra per far fronte al pro-blema della gestione del debito pubblico”.
Il modello a cui fanno riferimento, sia nei principi sia nella sostanza, è la Grundgesetz tedesca del 1949 , meglio nota in Italia come Legge Fondamenta¬le, e sue successive modificazioni (ben 39 dalla costituzione della Repubblica federale tedesca ad oggi, le più note delle quali sono il Trattato di Unificazione del 1990 e la possibilità di azioni militari al di fuori dello spazio Nato del 1991, che modificano, rispettivamente, l’art. 146 e l’art. 24 della Legge Fondamenta¬le). Alla teutonica Grundgesetz fanno riferimento due altri impor-tantissimi studi sulla riforma dello stato italiano: il primo è il saggio curato da M. Degni e G. Iovinella che porta il significativo titolo Federalismo modello Germania , il se¬condo è il lavoro curato da M. Pacini, Scelta federale e unità nazionale per con¬to della Fondazione Agnelli .
Il saggio curato dall’assessore Mariucci ha però, rispetto ai due succitati lavori, un quid che lo differen-zia notevolmente: innanzitutto questo saggio non solo è recentissimo, è stato, infatti, pubblicato nell’aprile del corrente anno, ma ha più possibilità di essere portato avanti perché contiene un humus culturale e poli-tico comune con quello di eminenti personalità politiche che dirigono l’at¬tuale governo . Inoltre, segue per filo e per segno, partendo dalla Grundgesetz, alcuni tratti distintivi di straordinaria importanza ai fini di una comprensione critica del Trattato di Maastricht.
Il primo è il principio di sussidiarietà, vale a dire, cito testualmente, “un principio che richiama un meccanismo di ripartizione dei compiti tra centro e periferia, un criterio che rinvia necessariamente a valu-tazioni condotte in termi¬ni di efficienza dell’intervento, che a loro volta rinviano a valori e a obiettivi poli-tici… [Infine codesto principio] rinvia ad un giudizio di opportunità che non può che svolgersi in relazione ad un complesso di variabili destinate a mutare nel tempo” .
Per meglio chiarire il concetto giuridico è opportuno fare una genealogia storica del medesimo termine.
Il principio di sussidiarietà è inscritto nell’enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 (a seguito dei Patti Lateranensi del 1929..), che aveva come principale obiettivo la presenza della Chiesa negli ambiti familiari. Nel nuovo catechismo di Giovanni Paolo II, che riprende la dottrina di Quadra-gesimo Anno alle proposizioni 1883 e 1885, si afferma: “La dottrina della chie¬sa ha elaborato il principio di sussidiarietà. Secondo tale principio una società di ordine superiore non deve interferire nella società di un ordine inferiore, privan¬dola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiu-tarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.(…) Si oppone a tutte le forme di collettivismo. Esso [il principio di sussidiarietà – nda] precisa i limiti dell’intervento dello stato. Mira ad armonizzare i rapporti fra gli individui e le società. Tende ad instaurare un au¬tentico ordine internazionale”. Le proposizioni di Pio XI avevano come fine l’attacco alle idee bol-sceviche, rimandavano ad una visione dello stato tutto in¬centrato nei principi di dirigere, sorvegliare, sti-molare e sostenere e precisava¬no la funzione suppletiva delle organizzazioni cattoliche per la cura degli af-fari di minore importanza, quali la cura della famiglia e l’educazione scolastica. .

Il principio di sussidiarietà e il Trattato di Maastricht

La visione organicista a cui rimanda questo principio, nel 1949, non po¬teva non essere accettata dai co-stituzionalisti tedesco-occidentali che, forti dell’appoggio alleato, desideroso di creare uno stato forte a ri-dosso della cortina di ferro, la elevarono a principio fondante la natura dello stato federale – Bunde¬srepublik -, in particolare nei rapporti tra governo federale e i vari länder, negli artt. 28.2 e 72.2 della Grundgesetz.
A livello comunitario il principio di sussidiarietà debuttò nel 1975, in occasione dell’approvazione del rapporto della Commissione sull’Unione Euro¬pea, fu recepito nell’art. 12.2 del Progetto di trattato sull’Unio¬ne Europea – Pro¬getto Spinelli – del 1984 e, infine, codificato nell’art. 130 R, n. 4 dell’Atto Uni¬co Europeo del 1986, limitatamente al settore ambientale .
Questo concetto giuridico, partorito dal genio corporativo di uno specia¬lista giuridico della Curia roma-na alla fine degli anni ‘20, giunge ai nostri giorni elevandosi a principio basilare, a elemento epistemologi-co, di natura giurispru¬denziale, del Trattato di Maastricht, il cui Art 3B, comma II afferma: “Nei set¬tori che non sono di sua competenza la Comunità interviene, secondo il princi¬pio di sussidiarietà, soltanto se e nel-la misura in cui gli obiettivi dell’azione pre¬vista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e posso¬no dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realiz-zati meglio a livello comunitario” .
Nel Trattato di Maastricht questo principio assume un aspetto primario e strategico, ai fini dell’istituzio¬nalizzazione neocorporativa dell’Unione Euro¬pea, per due motivi fondamentali:
– il primo è dato dal fatto che introduce un criterio flessibile di assegna¬zione dell’esercizio di funzioni e materie, giacché fa perno a valutazioni di volta in volte a discrezione degli organi esecutivi comunitari, vi-sto che il parlamento europeo non ha, almeno finora, che scarsi poteri. Ciò significa che la Commis¬sione può avocare a sé l’esecuzione, la gestione, e il controllo di qualsiasi mate¬ria di natura economica o sociale, senza aver nessuna legittimazione e nessuna rappresentanza politica. Certo, si dirà, ciò succede già da un bel pezzo. La novi¬tà assoluta è che, se l’Uem verrà attuato nel 1998 e se nel 1999 si arriverà all’U¬nione po-litica e monetaria, la Commissione di Bruxelles, lèggi Grossdeut¬schland, potrà legiferare su tutte le que-stione, senza dover passare dal filtro co¬stituito dai vari governi nazionali, i quali rispondono ancora, tutto sommato, in sede elettorale, delle decisioni prese.
L’unica valutazione che legittimerà l’azione sarà legata a “superiori inte¬ressi comunitari” .
A questo punto ci si chiede: gli stimoli di azione e di rappresentanza da chi verranno, visto che il Par-lamento di Strasburgo ha ben pochi poteri e i vari Parlamenti e governi nazionali verranno espropriati, a partire dal 1999, di gran parte dei loro poteri?
Si arriva al secondo punto.
Il fatto è che la storia della Cee prima e dell’Ue dopo è caratterizzata da un’azione pubblica, di natura economica, volta a creare condizioni favorevoli alla creazione di un solido mercato di beni e capitali per le multinazionali conti¬nentali a guida tedesca.
Una volta realizzata l’Uem e l’Unione Politica, gli unici soggetti che verranno interessati ad un sistema di mediazione degli interessi, il cosiddetto principio di distribuzione, saranno le associazioni di categoria, gli enti di settore e le parti sociali. Il tutto corroborato da una filosofia che scavalca qualsiasi ipotesi demo-cratico-bor¬ghese [parlamentarista per intenderci], il cui pilastro è il conse¬guimento del consenso da parte di tutti i soggetti interessati. Saranno questi sog¬getti a rappresentare i “superiori interessi comunitari”, pur nell’ambito di un scontro, “minimo” in confronto al conflitto dei tre poli mondiali, costituiti dall’area Nafta-Mercosur a gui¬da Usa, dall’area Apec a guida nipponica e dall’area Ue a guida tedesca, tra le varie imprese europee. È la ormai ripetuta e stanca questione della divisione internazionale del lavoro, che, all’interno del¬l’Ue, può essere descritta attraverso una stratificazione a tre stadi:
– livello comunitario: m&a (fusioni e acquisizioni) e centralizzazione dei settori industriali, del credito e delle assicurazioni di maggior profittabilità, con conseguente privatizzazione di tutti i monopoli naturali e di pubblica utilità ; espulsione della forza lavoro eccedente;
– livello nazionale: balcanizzazione del mercato del lavoro, con costitu¬zione di esercito industriale di ri-serva a macchia di leopardo e per zone specifi¬che di aree metropolitane;
– concorrenza tra le varie regioni comunitarie per accaparrarsi Ide, fondi strutturali ecc., il tutto all’insegna della maggiore flessibilizzazione della forza-lavoro, a tutti i livelli .
Le linee guida, secondo il principio di sussidiarietà, verranno stabilite dalle potenze maggiori dell’Unio-ne, vale a dire l’asse Berlino-Parigi , che vigi¬lerà e controllerà, secondo il sogno di Pio XI, sull’operato dei centri di gestio¬ne, federale nazionale e locale, in termini di razionalizzazione e riorganizzazio¬ne degli appa-rati pubblici, privatizzazione e trasformazione di essi in agenzie statali, federali e locali che abbiano scopi di regolazione . Queste ultime base¬ranno il loro operato in base a criteri di responsabilizzazione delle funzio-ni, a tutti i livelli .

Il federalismo fiscale in Italia

Questa lunga trattazione del principio di sussidiarietà, necessaria al fine di chiarire bene la faccenda, ci consente di poter ritornare al progetto di federa¬lismo fiscale approntato da diversi giuristi, coordinati dall’assessore Mariucci.
Come già accennato, il modello tedesco, o meglio il modello neocorpo¬rativo, verrebbe perseguito attra-verso una radicale modificazione degli assetti di potere e di organizzazione degli apparati pubblici che, se venissero attuati, inne¬scherebbero delle modifiche sostanziali sia sul piano formale – modifica della forma di stato e di governo – sia, soprattutto, sull’inasprimento del divario nord-sud e sulla costituzione di un massiccio bacino di licenziati, già apparte¬nenti alla piccola e media borghesia in città come Roma ed altre aree metropoli¬tane nel ramo della pubblica amministrazione.
Gli autori del progetto sono molto schietti nel ritenere che “… tale propo¬sta, nel disegnare uno scenario orientato alla trasformazione dell’Italia in una democrazia a struttura federale, da realizzare attraverso una organica riforma costituzionale, definisce una prospettiva e propone un metodo a partire dall’in-dividuazione del problema di fondo: la riforma dell’amministrazione e della bu¬rocrazia pubblica. Molte cose possono esser fatte in direzione del federalismo: in primis lo smantellare i vincoli asfissianti stabiliti da leg-gi statali e contratti nazionali rispetto alla gestione degli apparati e del personale da parte delle re¬gioni e degli enti locali e l’avvio di concrete misure di federalismo fiscale”.
Vediamo in specifico le proposte dei giuristi di area ulivastra:
Proposta di riforma federalista
Parlamento: istituzione di un Senato federale. I membri sono nominati dagli esecutivi regionali, sul modello della Bundesrat, che li nominano o li revocano .
Governo: alle entità regionali spetta l’esecuzione amministrativa non so¬lo delle proprie leggi, ma anche di quelle federali .
Potere giudiziario: tre ordini di giudici, i due primi radicati nelle regioni, quello superiore, giudice di re-visione di diritto, radicato nella Federazione. Alle regioni spetta l’organizzazione e la gestione dei Tar di primo e secondo grado.
Corte dei Conti: indipendente dal governo federale e dalle regioni. L’e¬sempio da imitare è la Corte fi-nanziaria federale, Bundesfinanzhof, i cui membri sono designati da un organo misto composto dai ministri competenti dei Länder e da un eguale numero di membri eletti dalla Camera elettiva.
Amministrazione: esternalizzazione a terzi o, in alternativa, messa in comune (a fini di economia di scala) con altre pubbliche amministrazioni, di tutti i servizi o attività di supporto non necessariamente connessi all’esercizio di funzioni pubbliche (sistemi informativi, apparati tecnici) ;
– utilizzazioni di reti telematiche e conseguente ridefinizione degli organici;
– riserva di amministrazione, vale a dire attribuzione esclusiva agli ese¬cutivi della funzione organizzati-va e delle norme riguardanti l’organizzazione degli apparati.
Parastato: le vie possibili sono o la trasformazione nelle amministrazio¬ni, ossia Agenzie con clausole di automatico dissolvimento trascorso un periodo determinato di tempo, oppure la loro drastica riduzione me-diante fusioni, incor¬porazioni e soppressioni secondo i criteri della legge 537/1993 .
– Superamento degli uffici periferici del governo centrale e del prefetto: resta, e va valorizzata, con fun-zioni di cerniera tra sistema regionale e residua amministrazione ministeriale, la figura del commissario fe-derale.
– Opportunità di rivedere i confini regionali.
Finanza, fisco, Bilancio.
Iva: come da proposta della Fondazione Agnelli , si prevede una regio¬nalizzazione dell’Iva, con una quota parte del gettito attribuito alla regioni, in¬vece di essere destinato alla stato e successivamente alla Cee. La quota parte andrà in un fondo di prerequazione finanziaria tra le regioni. Inoltre, “l’imposta sul valore aggiunto, con introiti calcolabili intorno a 100 mila miliardi, servirà ad attuare quella solidarietà fi-nanziaria che potrà essere efficacemente attuata solo se tutte le regioni si assumeranno la responsabilità dei sacrifici fiscali ri¬chiesti ai contribuenti locali ed attuati con l’ampia autonomia che viene loro attribuita” .
Irpef: verrebbe attribuito completamente alle regioni il gettito dell’im¬posizione sostitutiva, la quale opera nei settori dei redditi da capitale e dei red¬diti d’impresa.
Imposta sul reddito delle società: assegnazione di un maggior reddito al¬le regioni nelle quali è più in-tensa la concentrazione delle sedi societarie (cda).
Tributi alle regioni: autonomia normativa che va loro assicurata nel re¬golare i tributi; nell’ambito terri-toriale le regioni possono regolare con grande autonomia gli elementi costituitivi, superando i limiti che attualmente vengono posti dalla riserva di legge nazionale.
Il principio di beneficio è alla base del sistema impositivo regionale e si basa sullo stabilire un diretto collegamento tra i servizi locali erogati e il loro costo per la collettività.
Bilancio: a garanzia di una gestione rigorosa la legge finanziaria dovrà prevedere l’entità del disavanzo delle Regioni, precostituendo un vincolo inde¬rogabile rispetto alla successiva redazione di bilancio. La re-sponsabilità regio¬nale in materia finanziaria viene poi completata da un vigoroso vincolo per la copertura delle leggi di spesa.
Se l’autonomia richiede una piena responsabilità finanziaria, questa può essere assunta solo con l’auto-nomia normativa, amministrativa e tributaria. Le scelte per rispettare l’equilibrio di bilancio (al livello tan-to della Federazione che delle regioni) vengono assunte dal legislativo nella fase di previsione e dall’esecutivo nella fase di gestione.
Queste, a grandi linee, le proposte pidiessine della riforma dello stato e del governo italiano. Si è potuto constatare la centralità che hanno tre concetti:
– autonomia impositiva;
– razionalizzazione degli apparati pubblici attraverso dismissioni ed eco¬nomie di scala;
– trasformazione degli organi pubblici in enti di regolazione economica a livello settoriale .

Linee di convergenza del nuovo comando sul lavoro

A seguito dell’introduzione di queste modalità di governo e di gestione della (fu) cosa pubblica in Italia, prettamente in linea con il Trattato di Maa¬stricht, ritengo che sia possibile fare un confronto tra l’esperienza tedesca della Treuhandstalt e la questione delle privatizzazione degli enti municipali e, so-prattutto, dei grandi monopoli naturali a gestione pubblica quali la Stet e l’Eni. Il fine è lanciare un’ipotesi, di natura comparativa, riguardante la ricostituzione di un esercito industriale di riserva ad alto valore ag-giunto o, perlomeno, non dequalificato.
Partiamo dalla Germania.
A seguito dell’unificazione-annessione dei territori orientali, il governo Kohl costituì un’agenzia, la Treu¬handstalt per l’appunto, che sovraintendesse alla privatizzazione dell’intero settore industriale e alla riorganizzazione degli apparati pubblici dei 5 Länder dell’est, vale a dire scuola, sanità, trasporti, energia, miniere ecc.
Tra privato e pubblico si trattava di circa 14 mila imprese.
Tra il 1991 e il 1993 la Treuhandstalt ha privatizzato 12.800 imprese, il cui valore è stimabile a circa 580 mila miliardi di lire. Per renderle vendibili tale imprese ha speso circa 300 mml.
Quest’enorme operazione di lifting del capitale tedesco coinvolse circa 2 milioni di lavoratori dell’ex Ddr, la maggior parte dei quali furono sottoposti ad un umiliante obbligo di riqualificazione professionale, per poi essere riammessi nel mondo del lavoro con queste caratteristiche contrattuali: decurtazioni sala¬riali, turni notturni, fiscalizzazione degli oneri sociali, aumento dell’età lavorati¬va per i contratti di formazione professionale, lavori interinali .
Sono dell’idea che l’esperienza messa a frutto dall’ente Treuhandstalt sia stata ripresa in Italia con tutte le logiche differenze qualitative e quantitative. Queste ultime rimandano alla storia della borghesia di stato italiana, poco pro¬pensa a vedersi sottratto un immenso potere da parte della borghesia legata alle grandi centrali finanziarie e industriali europee .
Il personaggio chiave di quest’armonizzazione europea (lèggi tedesca), al fine di una ricostituzione dell’esercito industriale di riserva, è il dott. Giulia¬no Amato. Nel 1992, con il suo governo, si accelerano le privatizzazioni nel set¬tore bancario: le operazioni di dismissione di Comit e Credit sono le più famose .
Nell’agosto del 1992, in piena bufera monetaria e poco dopo l’intesa neocorporativa di luglio, si opera una trasformazione ex lege in Spa dell’Iri, Eni, Enel, Imi, Bnl e Ina. Nel dicembre dello stesso anno si sop-prime l’Efim. Segui¬ranno, negli anni successivi, la trasformazione in ente economico autonomo del¬le Po-ste, dell’Anas e dell’Aima, l’istituzione delle Agenzie di regolazione e la divisione degli Enti-Fondazioni bancarie (istituite con il Dl 218/1990, che tra¬sformava gli enti pubblici creditizi in Spa) dalla gestione ban-caria degli istituti pubblici (Direttiva del Ministero del Tesoro 18.11.1994). Agli Enti-Fondazioni si attri-buiscono ruoli e funzioni di erogazione di risorse a scopi di assistenza e beneficenza nel settore no-profit, altrimenti detto “terzo settore” .
Tra la fine del 1995 e gli inizi del 1996 si accelerano le procedure per le dismissioni di azioni e proprietà immobiliari della Stet, dell’Eni e dell’Enel, ol¬tre che di tantissimi enti municipalizzati in tutt’Italia. I ri-sultati sono di là a ve¬nire, ma è certo che provocheranno una forte ristrutturazione degli impianti e degli organici di una moltitudine di imprese, il cui numero di occupati, purtrop¬po, non è stato ancora quantifi-cato. Se a ciò si aggiunge lo smantellamento delle pubbliche amministrazioni, così come auspicano gli au-tori del saggio Il Federa¬lismo preso sul serio, ci si può rendere conto del tipo di ristrutturazioni che sono in corso al fine di entrare nella Ue secondo i dettami di Maastricht.
Detto processo coinvolge circa 2 milioni di lavoratori, cifra che ricorda l’immane operazione di allegge-rimento condotta dalla Treuhandstalt nei territo¬ri orientali dal 1991 e tuttora in corso.
Ciò ha condotto ai nuovi accordi neocorporativi stipulati dal governo Kohl con le parti sociali, nel do-cumento del 23 gennaio 1996, denominato Al¬leanza per il lavoro e la competitività del sistema produttivo.
Il 24 settembre 1996 segue in Italia il nuovo Patto del lavoro siglato dal governo Prodi, ovviamente as-sieme alle parti sociali giacché “così si fa in Ger¬mania e in Italia, dove c’è bisogno di costruire il consen-so”..
È qui la festa!

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Un paese innamorato del feudalesimo. Considerazioni sulla stabilizzazione monetaria 1992-2008

 

(…) L’intrinseca fragilità dell’equilibrio raggiunto dovrebbe suggerire l’accelerazione dei processi di privatizzazione, il conseguimento di un surplus primario più elevato, il completamento della riforma previdenziale e vincoli di spesa efficaci per le Regioni e gli enti locali. (…) Bisogna recuperare e consolidare i risultati del risanamento (…) stabilizzando il surplus primario a livelli compatibili con una riduzione adeguata del rapporto debito-PIL (…). Ciò comporta fare minore affidamento per la crescita sulla domanda interna.
Vincenzo Visco2

Think you’ve had enough- Stop talking, help us get ready Think you’ve had enough- Big business, after the shakeup

David Byrne, Big Business

Scritto nel 2008

1. Sinistri manovratori

Tutto scritto, roba arci-nota, pubblicata nel 2004. Passano due anni. Siamo nella primavera del 2006, o forse nel 1926. Prodi è nuovamente al Governo con una maggioranza risicatissima. Dopo cinque anni di disastri del centro-destra, il centrosinistra non riesce nemmeno ad ottenere una maggioranza solida. Formato il Governo, ritornano l’ossessione deflazionista, le compatibilità con la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea, le due istituzioni più antidemocratiche che ci siano nell’eurozona, baluardi dell’imperialismo tedesco. Dopo il banchiere centrale Ciampi, principale responsabile, con Prodi, Amato e Dini, dei disastri economici degli anni ’90, viene nominato al Ministero dell’Economia il bocconiano banchiere centrale Padoa Schioppa. Questi lancia subito l’allarme; i conti pubblici presentano una fortissima criticità, e informa gli italiani che siamo nell’emergenza come nel 1992. A giugno si fa la ricognizione dei conti pubblici con la Commissione Faini. Dopo qualche settimana arriva il verdetto: il deficit/pil nel 2006 è stimato al 4,1%, escludendo una serie di spese non conteggiate. Nello stesso periodo la Corte di Giustizia europea sentenzia che l’iva sulle auto aziendali deve essere detratta, una pillola avvelenata del precedente ministero Tremonti; la spesa prevista è di circa 16,4 miliardi di euro, una batosta. A luglio Padoa Schioppa comunica che è necessaria una manovra di rientro di 40 miliardi di euro, molto vicina alla manovra shock di Giuliano Amato del 1992 (90 mila miliardi di lire): ritorna il fantasma nero di Maastricht. Nel settembre del 2006 Visco informa gli italiani che il rapporto deficit/pil, comprensivo dell’accollo del debito Ispa/Ferrovie e della sentenza sull’iva per le auto aziendali è al 5,7%. Un mese prima erano però usciti i dati delle entrate di giugno, comprensivi degli introiti da autoliquidazioni: è un boom fiscale come non si vedeva da anni. La cosiddetta sinistra è pigra, non vuole analizzare i dati, non va a vedere i documenti, leggiucchia il Corriere e la Repubblica, dice semplicemente che la manovra può essere allegerita. Padoa Schioppa a fine settembre si decide: sconticino di circa 6 miliardi, ma contemporaneamente ottiene una forte stretta sugli enti locali, concedendo loro il via libera agli aumenti delle addizionali. È il colpo mortale definitivo della manovra di rientro deflazionista. La Relazione Previsionale Programmatica e la nota di Aggiornamento al Dpef dell’autunno, presentavano un rapporto deficit/pil, al netto della sentenza Iva e dell’accollo del debito Ispa, al 3,6% (1,2% in più del dato reale, corrispondente a 17 miliardi di euro). Siamo a 34 miliardi di euro, tutti votano la manovra, compreso Fernando Rossi, dissidente del Pdci, molto sensibile al bene comune. A metà dicembre escono i primi dati dell’autoliquidazione di novembre e si ripete, ancora più forte, il boom delle entrate. Sono soprattutto banche, assicurazioni, Eni, Enel, Poste e altre società a versare tributi consistenti, principalmente Ires (fenomeno che si ripeterà nel 2007). Il boom dei profitti delle maggiori società italiane contribuisce quindi ad aumentare il gettito fiscale. Si badi, questi dati erano noti ai parlamentari a metà dicembre, prima del varo definitivo della manovra. Nessun deputato, nessun senatore della cosiddetta sinistra chiese una revisione profonda e immediata della manovra, alla luce dei dati emersi. Non finisce qui. Il 23 dicembre del 2006 il ministero dell’economia stila una proposta da presentare all’Unione Europea circa l’Iva sulle auto aziendali; questa prevede il pagamento non già del 100%, ma del 40% dell’ammontare degli arretrati. La spesa sarà dunque inferiore di circa 10 miliardi di euro. Il 23 febbraio 2007 Il Sole 24 Ore informa che l’Unione Europea ha accolto la proposta italiana di pagare al 40% l’arretrato Iva, così come tutta una serie di modalità operative e normative per richiedere il rimborso. Nessuno della sinistra chiederà conto di questo a Padoa Schioppa e a Visco, nessuno sbugiarderà questi massacratori di popolo. Niente, non ci sarà nessuna interrogazione parlamentare, tutti intenti a parlare di “cose rosse” e “sol dell’avvenire”. Finisce qui? No. Nell’ottobre del 2007 il ministero dell’economia informa che la spesa totale dei rimborsi Iva sulle auto aziendali per i piccoli operatori economici è di 864 milioni di euro. Contemporaneamente fa sapere che la spesa riferita alle grandi aziende potrebbe essere di circa 2 miliardi di euro. Fanno in tutto 2,8 miliardi di euro. Anche assumendo questa stima, che è pessimistica, siamo a circa il 20% delle spesa prevista. Ciò significa che la manovra varata nel dicembre 2006 poteva essere, solo per questa voce e non conteggiando il boom delle entrate, inferiore di circa 14 miliardi di euro. E veniamo alle entrate. Il glorioso Dpef del luglio 2006, scritto da autentici “economisti”, senza che si conoscessero ancora i dati dell’autoliquidazione di giugno, stima un totale delle entrate tributarie pari a 417 miliardi di euro. Il primo febbraio 2007 il ministero delle finanze pubblica il bollettino delle entrate del dicembre 2006: in totale, le entrate dello stato saranno 397,5 miliardi di euro (+9,9% sul 2005) mentre quelle degli enti locali saranno 46,8 miliardi di euro (+6,5%), 27 miliardi di euro in più di quelli previsti dal Dpef del luglio 2006. Due risultanze: i dati della Commissione Faini, voluta da Padoa Schioppa per dimostrare agli italiani che si era in piena emergenza dei conti pubblici, erano sovrastimati, per non dire che erano completamente falsi. La Commissione Faini, infatti, prevedeva un rapporto deficit/pil al 4,1% senza considerare altre spese, per le quali Visco prevedeva in autunno un deficit al 5,7%. Seconda risultanza: il quadro delineato sui conti pubblici dal Dpef, su cui si è basata la finanziaria “monstre” del 2007, verrà ulteriormente appesantito dalla “masochistica” decisione del bocconiano di accollare su di un anno, e non spalmare su più anni come poteva essere fatto, sia l’intero ammontare del debito derivante dalla sentenza Ue sull’iva delle auto aziendali (dato che si rivelerà falso), sia l’intero debito Ispa/Ferrovie frutto delle famigerate cartolarizzazioni di Tremonti (13 miliardi di euro). Perché? Vi è un’unica risposta: solo facendo credere ostinatamente, contro ogni evidenza, che vi era un emergenza dei conti pubblici poteva passare senza fiato la manovra deflazionistica concordata con la Commissione e con la Banca Centrale Europea. La sinistra è caduta nel tranello, principalmente per la sua ignoranza e per la sua ignavia: la cultura del PCI del ventennio 70-80 sulle compatibilità aleggia su questi rappresentanti. Passando oltre, il Dpef del luglio 2006 si rivelerà un autentico capolavoro di previsioni economiche (evidentemente alla Bocconi insegnano “ottime robe” economiche). L’euro? Previsto a 1,28: “lieve indebolimento del dollaro”. Come mai? “I rialzi dei tassi di interesse da parte della Federal Riserve e le contestuali politiche di accumulo (sic!) di riserve denominate in dollari da parte dei paesi emergenti dovrebbero, infatti, continuare a dare sostegno alla valuta statunitense (pag. 8). Petrolio? 71 dollari: “atteso collocarsi attorno a 71 dollari a barile per tutto l’orizzonte previsivo (2007-2101). Materie prime non energetiche? “I prezzi sono proiettati in moderato aumento”. L’inflazione? “Dovrebbe restare su valori sostanzialmente contenuti nella maggior parte delle aree, nonostante il recente emergere di nuove moderate tensioni”. Le manovre deflazionistiche in area euro? “Potrebbero avere riflessi negativi sulla ripresa del ciclo dei consumi (bontà sua lo dice, massacrando gli italiani con una manovra da 34 miliardi…). Chicca finale è il sistema finanziario. Come sta messo? “La solidità del sistema finanziario internazionale, unitamente alla robustezza della crescita economica mondiale, lascia ottimisti sul possibile assorbimento di eventuali shock, ma non permette di escluderli totalmente dallo scenario”. Stati Uniti? Crescita prevista al 3% annuo nel prossimo quadriennio.

2. Il risanatore (de che?)

Con questo “scenario” è stata costruita la “politica economica” del secondo governo Prodi. Ai sinistri sarebbe bastato, invece di leggersi il Manifesto o Liberazione, andare su internet e leggersi documenti attendibili e non ufficiali (figurati se gli economisti “ufficiali” te lo dicono) che già nella primavera del 2006 prevedevano il crollo definitivo del mercato immobiliare americano e il conseguente crack finanziario. Ormai tutti scrivevano di questo: marxisti, iperliberisti, keynesiani, neoclassici. Qui ci si affidava al bocconiano, l’oracolo dei conti pubblici, che nel marzo del 2007 viene sbugiardato dall’Istat. Il conto delle amministrazioni pubbliche del 2006? Vi è un deficit del 4,4% comprensivo del debito Iva sulle auto e del debito Ispa (in tutto 30 miliardi). L’Istat fa però una precisazione: senza queste spese una tantum (vale a dire che non si ripeteranno il prossimo anno) il deficit, quello vero, è al 2,3%, in luogo del 4,1% stimato dalla Commissione Faini. In un paese civile ci sarebbe stata una commissione d’inchiesta; nella nostra Italia feudale, invece, il bocconiano viene chiamato il risanatore (‘dde che?) a cui si chiede di spendere i tesoretti, che non sono altro che entrate notevolmente sottostimate. E come verranno spesi i tesoretti? Briciole agli “incapienti” (parola vomitevole), ripiano della perdita di esercizio 2006 dell’Anas (circa 500 milioni di euro), per la qual cosa il Berlusconi 2008 ringrazia, un po’ di miliardi in infrastrutture, che non verranno spesi e se li ritroverà il ducetto di Arcore, dicendo di aver avviato le opere. Oltre a ciò regalie varie e dote finanziaria di tutto rispetto al siciliano ex Cisl d’Antoni – vice ministro dello Sviluppo Economico” – che distribuisce un po’ di soldi ai sanfedisti “industriali” meridionali, giusto per continuare le truffe ai danni dei contribuenti. L’Istat, dunque, nel marzo del 2007, comunica che il deficit 2006 è al 4,4%. Poiché però l’istituto di statistica rivede le proprie stime alla luce di eventuali nuovi eventi, esattamente un anno dopo, nel marzo del 2008, pubblica il bollettino del conto delle amministrazioni pubbliche del 2007. Il deficit 2007 è dato all’1,9%, in luogo del 2,8% previsto dalla Relazione Previsionale e Programmatica del settembre 2008 e nonostante il varo di due manovre (tesoretti) fatte nel corso dell’anno, del valore di 15 miliardi di euro (1% di pil). Nel comunicare il dato del 2007, l’Istat informa che il deficit 2006 non è al 4,4% ma al 3,4% (comprensivo del debito Ispa) proprio a causa del fatto che la spesa per il rimborso dell’iva sulle auto si è rivelata notevolmente inferiore alle stime del governo. Ma quello stesso governo è ormai caduto, nessuno ci fa caso, nessun sinistro grida allo scandalo, nessuno chiede conto ad un certo Visco che nell’autunno del 2006, per giustificare una manovra deflazionista pazzesca, parlava di un deficit al 5,7%. Pochi giorni dopo esce la Trimestrale di Cassa. Le entrate tributarie totali del 2007 sono date a 459,5, questa cifra verrà comunicata all’Istat. Ma, c’è un ma. Il Ministero delle Finanze è solito pubblicare il bollettino delle entrate di dicembre dell’anno prima il primo febbraio. Giallo. Il bollettino non viene pubblicato per un mese e mezzo. Nessuno conosce i dati reali, c’è chi parla di un extra gettito di 11 miliardi di euro rispetto a quello previsti dalla Relazione Previsionale e Programmatica del settembre 2007. Esce il bollettino: tra entrate statali e entrate degli enti locali il totale, comprensivo delle entrate da ruoli, fa 471,72, circa 12 miliardi in più del dato della Trimestrale di Cassa (l’ultimo di Padoa Schioppa). Tutti zitti, destra, sinistra, centro: siamo in campagna elettorale, a nessuno conviene pubblicizzare il dato. Ci si chiede a questo punto se l’Istat rivedrà il dato del deficit 2007, la qual cosa sarebbe sconvolgente. Ma non è questo il punto. Soffermiamoci sul dato del deficit 2007, che è all’1,9%, l’eredità che si troverà il rooseveltiano, amante della curva di Laffer nonché terrorizzato da Basilea 2. Questo stesso dato è falsato giacché Gazzini, analista dei conti pubblici per il Sole 24 Ore, informa nel gennaio 2008 che Padoa Schioppa, anche su pressione di Draghi, avrebbe anticipato spese dell’anno successivo al 2007 per circa 8 miliardi di euro, alleggerendo di fatto il deficit 2008 di circa lo 0,5% del pil, sebbene sussistano spese tendenziali per circa 7 miliardi di euro ampiamente coperti dal boom delle entrate dei primi tre mesi del 2008. Non c’è solo questo. Il 28 dicembre 2007, nell’ultimo consiglio dei ministri dell’anno, viene approvato il famoso decreto milleproroghe. Prevede per caso la detassazione completa dei miseri aumenti contrattuali che i salariati avranno nelle settimane successive (su tutti metalmeccanici e bancari), o forti detrazioni sul lavoro dipendente, o un piano casa? Niente di tutto questo: rinnovo rottamazione auto e moto, regalie varie e una norma a dir poco scandalosa, costituita dalla possibilità per le banche concessionarie della riscossione dei tributi di non anticipare più parte del gettito riscosso l’anno successivo (in questo caso il 2008), una norma in vigore dalla fine degli anni ’90. A quanto ammonta ‘sta robetta? Circa 4 miliardi di euro. Perché è stata varata? È molto probabile che abbia avuto la finalità di lasciare alle banche concessionarie una quota non indifferente di liquidità in modo che queste abbelliscano i bilanci di esercizio 2007. Si dirà che l’effetto è neutro sui conti pubblici; può darsi, ma se facciamo il conto della minore spesa del previsto della sentenza iva sulle auto aziendali (- 14 miliardi di euro), gli anticipi di spesa dell’anno successivo al 2007 (- 8 miliardi) e la norma del decreto milleproroghe del dicembre 2007 (4 miliardi lasciati alle banche), il totale fa la bellezza di 26 miliardi di euro sul totale della manovra varata nell’autunno 2006 di 34 miliardi di euro. Tradotto, ciò significa che, se proprio si voleva restare nella “compatibilità”, se nel 2006 il centrosinistra avesse varato una manovra di 8 miliardi in luogo di 34, rebus sic stantibus e senza considerare le due manovre-tesoretto (15 miliardi di euro di maggiori spese), ci sarebbe stata una riduzione del deficit eguale, principalmente a causa del boom delle entrate che è proseguito nel 2007. Occorre specificare che la quota più consistente del boom delle entrate 2007 è costituita dalla voce Ires, cresciuta del 28% (+ 11 miliardi di euro). Già nell’autunno del 2006, spulciando i dati di bilancio delle principali società quotate (riferiti al terzo trimestre) risultava chiaro che la voce imposte sul reddito di esercizio presentava una crescita significativa per via del boom dei profitti, specie delle banche. Insomma, siamo all’idiozia deflazionista più totale: si è affossata la poca crescita interna che c’era e a ciò vi ha contribuito principalmente il via libera dato alla regioni e agli enti locali a scatenarsi con le addizionali e con forti riduzioni della spesa sociale. E dove hanno speso questa massa di miliardi piovutagli addosso? Nei pagamenti sugli swap, sui derivati, allegramente “adottati” da tutte le amministrazioni, di centrodestra e di centrosinistra.

3. L’eredità del protezionismo per via fiscale

Passiamo oltre e domandiamoci chi è stato favorito dalle due finanziarie di Padoa Schioppa, elencando i passaggi più significativi:
manovra 2007, riduzione del cuneo fiscale per le imprese (5 miliardi di euro, se non più, visto che stime attendibili non ce ne sono);
primo decreto tesoretto, rimodulazione spesa programmazione negoziata (stima 1 miliardo, incentivi ai sanfedisti meridionali);
secondo decreto tesoretto, rimodulazione spesa per incentivi a favore del finanziamento della finanza di progetto tramite la Cassa Depositi e Prestiti (3 miliardi di euro);
manovra 2008, rimodulazione revoche e rinunce della 488 degli anni precedenti (30% del totale, circa 5-7 miliardi di euro. Il centrodestra si è scannato su chi andrà alle Attività Produttive…);
manovra 2008, riduzione cinque punti percentuale Ires (stima 8 miliardi di euro);
manovra 2008, riduzione dell’Irap (stima, almeno 4 miliardi di euro).

Tralasciando altre “minuzie” bersaniane, aumenti della spesa militare del 17% e il conferimento del tfr ai fondi pensione, nel giro di un anno e mezzo il bocconiano, in un contesto di boom dei profitti, regala ai sanfedisti e all’aristocrazia finanziaria almeno 26 miliardi di euro. Neppure Mussolini ha fatto così tanto in così poco tempo. Nell’autunno del 20063 si era sostenuto che la cosiddetta lotta all’evasione fiscale non aveva affatto una finalità redistributiva, ma era un rastrellamento di plusvalore al servizio del blocco dominante. Dette misure, checché se ne dica, non presentano elementi progressivi del capitale, ma si inquadrano in una cornice di protezionismo per via fiscale, in luogo dei dazi di Tremonti. Si dirà che l’eredità lasciata a Tremonti è quella dell’1,9% del rapporto deficit/pil. Macché… c’è un’eredità ben più felice. Il nemico del mercatismo (cos’è?) ha preteso la guida del Cipe. Come mai? Il fiscalista si trova un tesorone di circa 40 miliardi di euro, cifra raccolta con le due manovre di Padoa Schioppa e desitnate alle infrastrutture, somme stanziate con copertura finanziaria e che non sono state spese. Oltre a ciò, si dovranno rinnovare convenzioni con le concessionarie private (in borsa il giorno dopo le elezioni hanno brindato) per un valore di circa 30 miliardi di euro. Insomma, il rooseveltiano – ma a questi hanno mai insegnato che gli Usa uscirono dalla depressione anni ’30 solo con la guerra mondiale? – stavolta c’ha la rrobba: per sapere se la dote sarà più consistente, cosa da lasciarli tranquillamente al governo, bisognerà attendere i dati dell’autoliquidazione di giugno, che saranno resi noti intorno a Ferragosto. Di certo la crescita delle entrate sta proseguendo, nonostante la stagnazione. E quale voce sta crescendo di più? I sinistri ex-extra-parlamentari sappiano che nei primi tre mesi 2008 la crescita più significativa delle entrate è data dalla voce Irpef sul lavoro dipendente, principalmente dovuto ai già di per sé miseri aumenti contrattuali e ai relativi arretrati degli ultimi mesi. Chi è stato al governo, ancora una volta, dopo gli anni 1996-2001 e il sostegno ai governi tecnici dei primi anni novanta – lascia in eredità il massacro salariale per via fiscale, la politica che fece il ministro fascista De Stefani nel 1926, che Grifone definì la “stabilizzazione monetaria”.

4. Un fantasma nero si aggira per l’Europa

A questo punto sono necessarie alcune considerazioni sul ruolo dei sinistri nei confronti del fantasma nero di Maastricht nell’arco di questo quindicennio, che forse era bene anticipare già 12 anni fa, anche se parzialmente si era fatto nell’autunno del 1996. “L’irta, la nera Europa/la sua ombra sublime allunga su di me/ e mi fa orrore”, cantava Fortini. Se ancora non si è capito che Maastricht e il neocorporativismo sono forme fenomeniche e materiali del nazistume presente, non è il caso di insegnare filosofia politica. Alla luce di questi dati ci si chiede: che cosa ci sono andati a fare al governo, come spiegare tanta inettitudine parlamentare? Era chiaro già nell’agosto del 2006 che era sufficiente, ai fini della “compatibilità”, una manovra finanziaria di 8 miliardi di euro e se allora c’era il dubbio, questo svanì nel dicembre di quell’anno, quando il boom delle entrate era certificato. I sinistri hanno sempre appoggiato il fantasma nero di Maastricht perché considerano Wall Street lo sterco del diavolo, mentre per loro l’economia sociale di mercato e la “democrazia economica-concertativa” teutonica sono “robe squisite”. A seguito della manovra shock di Giuliano Amato, dell’ordine di 90 mila miliardi di lire, nell’autunno del 1992 la Cub scioperò con una manifestazione nazionale a Milano. Lo slogan dei lavoratori e dei rappresentanti di base era uno solo: “Maastricht non è la cura, è la malattia”. Hic Rhodus, hic salta, si scriveva negli anni novanta. Com’è stato possibile che a distanza di 14 anni contrassegnati da una gigantesca deflazione salariale e dall’impoverimento tragico della struttura produttiva a seguito delle privatizzazioni fatte dai loro compari, i sinistri non abbiano ancora capito la lezione? Tutti che guardano a Washington, nessuno che volga lo sguardo a Kaiserstrasse (un nome, un programma), Frankfurt, o a Bruxelles. Il legittimo attacco all’imperialismo USA (sulla cui coerenza è meglio tacere, tanto nel 1998 quanto nel 2006) non giustifica la supina accettazione dei diktat “austromonetaristi” del polo imperialistico europeo a guida tedesca, ché anch’esso è nazistume, anzi costituisce la causa scatenante dell’opzione militare Usa dell’ultimo decennio. È da decenni che in giro c’è nazistume interimperialistico, e a pagarlo sono i salariati di ogni paese. Se i sinistri ancora non l’hanno capito, l’euro è un atto di guerra. Gli Usa a Maastricht rispondono con le guerre. Ma il genocidio irakeno è speculare al massacro jugoslavo fomentato dall’imperialismo tedesco con la benedizione papale, la cui Segreteria di Stato da decenni è retta da idioti nazistoidi. L’orso russo post-’91 è sbranato non solo dagli americani, ma dagli stessi imperialisti crucchi. In Afghanistan (in funzione anticinese) ci sono tutti i paesi “civili”, compresa quella Spagna del tanto decantato, dai sinistri, Zapatero. Gli americani si riveleranno incapaci di fronteggiare Maastricht (la debolezza della forza, parafrasando Giacché) e si suicideranno finanziariamente perché hanno distrutto le loro strutture economiche e il complesso militare industriale non è sufficiente, anzi succhia capitale. Andranno avanti a debito e a truffe con l’oracolo Greenspan. A distanza di decenni i sinistri non hanno ancora capito che il nostro Paese è un campo di battaglia tra l’imperialismo tedesco e quello americano: bombe, mafie, subfornitura, “tempeste valutarie”, massacro salariale, emergenzialismo, repressione dei proletariato giovanile anni settanta, mani pulite e altro ancora sono espressioni di questo scontro. Provenzano, Gomorra, Bossi e altro ancora non si spiegano se non si analizza ciò. La moneta e la subfornitura ai crucchi, l’apparato militare e parte della finanza agli americani, il resto smantellato in nome di Maastricht. Si vadano a vedere i grafici del debito pubblico dalla fine degli anni sessanta ai primi anni novanta; si vedrà con chiarezza che il suo aumento coincide perfettamente con l’esplosione del decentramento produttivo, tanto esaltato dai sinistri (il modello emiliano, la Terza Italia, il mitico nord est, il capitalismo molecolare e idiozie varie): i subfornitori dei tedeschi e dei feudali industriali italiani (strategia antioperaia dopo il 1969 e dopo la sconfitta operaia di Mirafiori; “sul ponte sventola la bandiera bianca”, canterà il siciliano) campano parassitariamente non pagando tasse, altro che i meridionali emigrati a milioni nelle grandi fabbriche del nord! Circa le questioni monetarie che si sono succedute in questi decenni, è da sottolineare che il patriota governatore Paolo Baffi non sarà affatto convinto del Piano Werner del ’72 (simbolo del ritrovato imperialismo tedesco), la risposta austromonetarista allo sganciamento del dollaro dall’oro, né, tanto meno, del pur flessibile serpente monetario. Opterà per il dollaro, ma l’idiota Andreotti gli rovinerà la sua strategia di difesa della sovranità monetaria: l’uomo che per decenni accumulò oro a difesa del Paese va via, al suo posto andrà il traditore della Resistenza, il feudale Ciampi, che diverrà l’usignolo, il portavoce ufficiale dell’imperialismo tedesco. Nel ’98 sarà felice, diversamente dal cattolico Fazio (anch’egli affatto convinto, ed è bene che si dica, al di là dei banditismi bancari), di consegnare l’oro della Patria all’imperialismo tedesco e di trasformare il Mezzogiorno d’Italia in una sergenteria feudale in funzione antiamericana. Milioni di meridionali vanno a lavorare dai subfornitori dei crucchi, chi rimane ha condizioni di lavoro ottocentesche, le camorre si alleano col il Ciampi-boy Bassolino, retto dai sinistri. Il Mezzogiorno perde in pochi anni le conquiste del dopoguerra, rimarrà lo sbranamento bi-partisan dei soldi dei contribuenti con gli “incentivi alle imprese” e la programmazione negoziata “concertata” inventata dal feudale Ciampi. Tutto ciò da parte dei moralizzatori di “mani pulite”, che è da inquadrarsi come un violentissimo scontro entro la borghesia con la vittoria del partito tedesco. L’Unione Europea decide lo smantellamento di Bagnoli, sovrapproduzione mondiale, dicono. Sicché 34 mila lavoratori vengono licenziati da Prodi negli anni ottanta. Si vadano a vedere i grafici del prezzo dell’acciaio nell’ultimo decennio: è un’esplosione dei prezzi, c’è carenza perché in Asia è in corso un’epocale rivoluzione industriale. Quest’idiota servo dei tedeschi ha insegnato economia, è stato Presidente dell’Iri, Presidente del Consiglio, Presidente della Commissione Europea. I sinistri al “delinquente” Craxi, traditore del socialismo italiano e autore dell’abbattimento della scala mobile del 1984 come risposta deflazionista all’entrata nel Serpente Monetario (verrà eliminato perché è contro le privatizzazioni e il maggioritario), preferiscono un cretino criminale che smantellerà l’apparato pubblico e il sistema finanziario statale; i suoi accoliti ex picisti, da novelli nazistoidi, utilizzeranno la magistratura per realizzare il disegno di Maastricht, togliendo di mezzo la borghesia di stato che guidava industrie localizzate soprattutto al sud. Circa poi la tattica da seguire in una fase controrivoluzionaria, se proprio si vuole stare nelle “compatibilità”, i sinistri ammettano finalmente una verità. Gli americani sono incazzati neri con gli austromonetaristi perché questi hanno ucciso la domanda interna europea. Non hanno tutti i torti, anzi. La deflazione salariale tedesca da noi si è tradotta in miseria salariale, avendo i crucchi, e non solo gli americani, come spesso si legge a sproposito, preteso lo smantellamento dei nostri oligopoli industriali. Da decenni il lebenschaft mercantilista tedesco esaspera la crisi di sovrapproduzione, per molti aspetti ne costituisce il casus belli.

5. Dai sinistri dello sfascismo al ducetto di Arcore

Non essendoci una borghesia nazionale, buona parte della classe dominante è convinta che l’opzione americana sia meno dannosa di quella tedesca e, a torto o a ragione, piaccia o meno, ha scelto gli Usa. Gli italiani scelgono il partito americano perché nell’ultimo quindicennio sono stati dilaniati dai tedeschi. Paradossalmente, il loro è quasi un grido di lotta. Questo grido i sinistri non l’hanno raccolto né nel 1996 né nel 2006 e, una volta al governo, bellamente hanno partecipato allo sfasciume tedesco. Ma le idiote amministrazioni americane che si sono succedute negli ultimi quindici anni non hanno capito che l’indebolimento della struttura economica del Paese equivaleva all’indebolimento del ruolo Usa nella fortezza Europa. Lo scacco americano nell’eurozona è essenzialmente lo scacco italiano, nel mentre la furbetta Londra gli fregava la piazza finanziaria mondiale. Nel 1947 gli Usa mantennero l’economia mista, negli anni ’90 partecipano allo sfascio tedesco, non accorgendosi che il contraccolpo investirà anche loro. Tutti i sinistri parlano del traditore Cossiga, nessun che accenni mai al traditore Andreatta, che nell’anno orribile 1993 firma la resa – l’otto settembre della borghesia italiana – a Van Miert, implicante la distruzione completa del capitale pubblico a base italiana. In tal modo i tedeschi si sbarazzano di un ancor temibile concorrente oligopolistico mondiale e alla festa parteciperanno gli stessi americani tramite Draghi, giusto per par condicio. Chi firmò Maastricht? Gli idioti Andreotti e De Michelis, su fortissima pressione di Ciampi, l’anima nera, assieme a Violante, degli ultimi decenni. Maastricht venne firmato nel ’91, i sinistri si vadano a vedere cos’è successo nel ‘92/’93, il biennio nero della Repubblica. Parafrasando un’utile idiota radical-chic che da decenni non ci capisce una mazza di questo Paese, i sinistri si vedano il proprio “album di famiglia”, ad esempio le dichiarazioni del nazista Pietro Folena della metà degli anni novanta, che definì potenziali terroristi gli aderenti alla Cub. La nera Maastricht nel 1996, con i sinistri al governo, trionferà: l’accettazione supina della morte della nazione costruita con il sangue dei partigiani verrà chiamata “desistenza”. Verranno privatizzazioni, deflazioni salariali, portentosi abbattimenti del salario sociale globale di classe e distruzione di capitale di qualità; abolizione dell’equo canone, fortissima diminuzione di spese per l’edilizia popolare, addizionali, prime prove di federalismo fiscale in ambito sanitario, precarizzazioni imponenti; ci saranno le riforme Berlinguer e Moratti, come a dire, non studiate, ci servite dequalificati, giusto abili al tornio presso qualche subfornitore. Nel 2001 il ducetto di Arcore scimmiotta l’americanismo, ma non si accorge che con un Paese disastrato economicamente poco puoi fare. Da inutile idiota esaltatore di trafficanti di eroina (Mangano docet) passerà il tempo a massacrare i salariati con il change over euro/lira, ché oltre i bottegai e i ceti parassitari non sa andare. Unfit, inadeguato, scriveranno di lui i londinesi. Il suo fiscalista di fiducia, che ancora va dietro alla truffa della curva di Laffer, rincorrerà il fantasma nero di Maastricht cartolarizzando mezza nazione e condonando i sanfedisti a più non posso. L’economia italiana si affossa del tutto. Il ducetto di Arcore ritornerà più idiota che mai con le gabbie salariali, con il pluslavoro assoluto in luogo di un necessario e moderno pluslavoro relativo e con la devoluzione fiscale al servizio dei subfornitori, che uccideranno definitivamente la poca domanda interna presente. È la cambiale che deve pagare a Francoforte, se vuole restare in sella, visto che i leghisti venivano finanziati negli anni novanta dai bavaresi. Non disperate: l’Italia non da oggi ma da sempre è un paese economicamente, politicamente e militarmente colonizzato. Bisogna solo fare un piccolo sforzo di analisi per cogliere, di volta in volta, l’episteme e il campo di battaglia, l’oggetto del contendere e i potenziali conquistatori. Noi popolo di inetti e mercenari schierati a difesa dell’imprimatur americano: l’Euro divisa ufficiale nelle contrattazioni della borsa petrolio iraniana? No! Bombardiamo i persiani….. Forse si è dimenticato con troppa facilità che la ragione più importante del successo di Berlusconi nel 2001 fu la drastica cura dimagrante che il governo di centrosinistra aveva imposto all’Italia per consentirle di rientrare nei parametri di Maastricht: l’entità del salasso che ha lasciato scie di sangue nel popolo italiano non fu mai rilevata, ma è bene sempre ricordarla. Negli anni 90 il debito pubblico italiano si aggirava intorno al 120% del prodotto interno lordo. Il puro servizio del debito viaggiava perciò intorno al 6-7%. Mettersi in riga di fronte ai forzieri austromonetaristi significava quindi che ogni anno un 4% fosse sottratto alla ricchezza nazionale solo per mantenere il debito ai suoi livelli precedenti. Se poi si voleva diminuire il debito totale, altro salasso andava praticato nei portafogli italiani, e i nostri signori feudali non si risparmiarono. Austerità!! Si dirà che si trattava di ridurre l’onere della rendita finanziaria; traduzione: il popolo dei Bot fu massacrato e “spostato” nell’arena dei pescecani delle borse dove sarebbe stato maciullato. “Allora avanti si può spingere di più, insieme nella vita a testa in giù” cantava il milanese… C’era bisogno di un chiaro disegno socialdemocratico per preparare il terreno, come la storia insegna, all’avvento del sanfedismo italiano. Ecco fatto!! Al ducetto di Arcore oggi, come allora, per vincere alla grande bastò poco e solo l’impegno di far girare il denaro, con le promesse esplicite di grandi opere e di riduzione ufficiale delle tasse inaugurando così, tra condoni, privatizzazioni, cartolarizzazioni ecc., l’età dell’“evasione legale”. Il dato elettorale delle ultime elezioni politiche del 2008 ci consegnano un paese alla deriva, la parola più appropriata sarebbe brinkmanship, danza sull’orlo dell’abisso. I partiti si scompongono, poi si compongono, il cerchio si chiude: i socialdemocratici si uniscono ai sanfedisti e l’economia va in mano ai signori feudali. Il professorino di Sondrio ritorna in sella, i padroncini del nord-est, ossessionati dagli asiatici, gridano vendetta; protezione, sicurezza, emergenza, abolizione di Basilea 2. Varato il primo decreto “partenopeo”: “un po’ di galera per tutti” lo definisce Franco Bechis. Non un uomo qualunque ma il direttore di Italia Oggi. Si!, proprio oggi siamo ripiombati indietro di trent’anni, la novella Nave gaberiana, stessa cura dimagrante, stesso risultato politico, con l’aggravante economico dell’abbattimento del salario sociale globale di classe. Così recita l’ultimo studio pubblicato dalla Banca dei regolamenti internazionali: se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, nelle tasche dei lavoratori ci sarebbero 120 miliardi in più, d’altronde forse avrà ragione Stephan Roach quando afferma che la “globalizzazione” è un gioco dove non tutti vincono e son sempre gli stessi, o quasi, a perdere. A questo punto è bene mettere in evidenza che nell’ultimo quindicennio Maastricht ha essiccato la poca modernità che era presente nel Paese, già fortemente compromessa dai vari Pecchioli e Cossiga, intenti alla repressione sociale del proletariato giovanile degli anni settanta, mentre impazzavano le mafie. Di questo siamo ancora “grati” ai vari Curcio e Moretti, che scandalosamente ancora pontificano.

6. Mamma mia dammi cento lire

Nell’ultimo decennio decine di migliaia di scienziati, ricercatori, quadri, professionisti, manager, banchieri, lavoratori altamente qualificati, artisti sono andati all’estero perché per loro non c’è posto o perché le paghe sono da scandalo, visto che il Paese è diventato il regno della subfornitura e delle sergenterie feudali. Tutto si gioca sul pluslavoro assoluto giacché i subfornitori non hanno bisogno di scienza, di management, di banche di investimento classiche, sguazzano nell’arcaismo economico e vogliono illudere gli altri che tutto ciò sia modernità. Ma sta finendo anche per loro: la subfornitura al nord, dopo quarant’anni, sta saltando, vincono perché stanno perdendo economicamente, che si sappia questo. Il loro testimonial, Il Sole 24 Ore, da un quindicennio è entrato in un delirante vortice di pre-modernità, manco il capitale ha più i suoi cantori. Lo stesso sistema finanziario si è meridionalizzato ed è dedito solamente a truffe chiamate derivati, al credito al consumo e allo small business, si è specializzato nel sanfedismo economico perché, a parte qualche roba di qualità, altro non c’è, né ha voglia di crearlo, interessato unicamente all’autoreferenzialità stracciona del suo potere mediante i patti di sindacato. Il tanto esaltato vice-Presidente della Confindustria Bombassei che altro è se non un fornitore che lavora su committenza, e che dunque non partecipa al gioco oligopolistico mondiale dei prezzi, ma anzi ne è succube? Non ci sono più Tintarella di Luna o Guarda che luna, figurarsi Ma che freddo fa della splendida sedicenne Nada del ’69 dell’autunno caldo, non è nemmeno tempo di Grazie dei fiori della restaurazione capitalistica (perlomeno, allora, c’erano Cuccia, Menichella, Mattei, l’Iri, per tacere di un certo De Sica). In un quindicennio il Paese si è bruciato 130 anni di storia economica. Siamo a Mamma, dammi cento lire (che in America voglio andar) e questa volta a cantarla sono i figli della borghesia trash italiana, che, massacrando i salariati in nome di Maastricht, ha divorato la sua stessa base modernista. Siamo ai tempi di Mi fido di te (che mi massacrerai al pari degli altri). Il nostro tempo è un mix 1870/1890 e 1926/1929; il fantasma nero di Maastricht, se i sinistri ancora non l’hanno capito, si traduce nel dominio assoluto della deflazione salariale, nella fame. Essere andati al governo per portare avanti questo disegno (in luogo di contrastarlo), dopo averlo già fatto negli anni novanta, è da idioti traditori della classe, dunque è un crimine. Nell’ultimo quindicennio con la concertazione, con i vari protocolli, con le privatizzazioni, con l’abbattimento del salario globale di classe e altre infauste operazioni antipopolari, condotte da tutti i partiti, compresi i sinistri, il Paese è stato attraversato da un’ondata di restaurazione neo-feudale e antimoderna: rescinderne i nodi è il primo compito della classe lavoratrice nel prossimo decennio, ritornando alle migliori tradizioni del marxismo italiano, nelle sue varianti comuniste e socialiste (Panzieri e Merli, su tutti). Questo compito non è più attribuibile a dirigenti politici screditati, occorre invece un ricompattamento sul fronte sindacale in funzione anticoncertativa. La Cub nel 1992 aveva capito i tempi, ora si tratta di cambiare il ritmo feudale di questi tempi, che si inaugurano con un rinnovato patto di solidarietà nazionale delle varie fazioni del blocco dominante in funzione anti-salariati e neo-feudale. A Faccetta Nera si dovrà rispondere con il fenomeno artistico proletario per eccellenza dell’ultimo trentennio, lo ska-punk-reggae e l’hardcore americano (non il porno, ma il punk californiano…).

Ricercatore socio-politico indipendente

Il seguente scritto riprende una serie di osservazioni sul neocorporativismo, intervenuto con gli accordi sindacali concertativi del ‘92/93, proseguo del referendum sulla scala mobile del 1984, promosso da Craxi, e, ancor più distante, degli accordi sindacali del 1972, che cancellavano d’un sol colpo l’assalto al cielo dell’autunno caldo del 1969. Lo scritto in questione è Le vie del Neocorporativismo, abbozzato a Bologna nel settembre del 1996 e pubblicato sulla rivista La Contraddizione, nel gen.feb. del 1997, oltre che sulla rivista Contropiano – sempre nell’anno 1997 -, con il titolo Federalismo e Germanizzazione. Si ringrazia per i consigli e i suggerimenti l’amico Filippo Violi.

Vincenzo Visco, Alle origini del declino, in Il Declino economico dell’Italia, Bruno Mondatori 2004.

Si veda Pasquale Cicalese, Road To Nowhere, La Contraddizione, sett.ott. 2006

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Italia

Le vie del neocorporativismo

L’irta, la nera Europa,
la sua ombra sublime
allunga fino a me:
e mi fa orrore.
Franco Fortini

(Scritto nel 2006)

Alla luce dei sinistri deliri della lunga marcia del popolo leghista-secessionista del 15 settembre e della sfilata milanese di 250 mila nazional-fascisti, la questione dicotomica “unità nazionale – secessione” ha spiazzato qualsiasi visione pro¬spettica materialistica e di classe della posta in gioco. Il silenzio della sinistra-destra storica, gli allarmismi del “giornale dei marxiani”, finanziato dal compagno Benetton, e le go-liardate piccolo-borghesi degli alternativi indiani padani occultano quelle che si possono definire salti qualitativi, a forma istituzionalizza¬ta neocorporativa, del comando sul lavoro e dell’abbattimento del salario globale di classe, intervenuti a seguito del Trattato di Maastricht e come effetto della crisi di sovrapproduzione che attanaglia il modo di produzione capitalistico da almeno trent’anni. L’ipotesi di lavoro che mi accingo a presentare ha come sfondo la co¬struzione di una rete di intenti-sapere intersecantisi con le tematiche riguardanti la riforma in senso federale della forma di stato e di governo dell’Italia, la proletarizzazione crescente di settori della piccola e media borghesia, il taglio del salario sociale e la costituzione di un esercito industriale di riserva nelle principali aree metropolitane del territorio italiano. Quest’ultima problematica dovrebbe indurre a riconsiderare i soggetti lavorativi che rientrano nel lavoro d’inchiesta sulle classi, promosso da Contropiano e dal Forum dei comunisti al convegno romano degli inizi di luglio ‘96.

È doveroso e necessario fare alcune precisazioni:
A) Le questioni costituzionali della proposta in campo sono appena accennate per due motivi fonda-mentali. Il primo, riguarda la non chiara direzione che attualmente ha la lunga transizione istituzionale e politica italiana, intervenuta a seguito della ratifica del Trattato di Maastricht e della crisi della Prima Re-pubblica. Dunque non si può prevedere se avrà la meglio la deriva presidenziale-plebiscitaria della destra sociale o la riforma in senso federativo fiscale-sussidaria della destra economica e istituzionale, che ha, come perno centrale, l’Alleanza dell’Ulivo, seguita dalla scorta rifondarola. Il secondo, concerne la natura specialistica della problematica, per la quale si rimanda alla lettura di una serie di articoli e saggi che citerò a piè pagina.
B) Il lavoro ha come scopo l’invito ad aprire linee e campi di discussioni e di studio che attraversino sa-peri specialistici, quali il diritto comunitario, il diritto amministrativo, studi integrati e comparati delle po-litiche economiche dei maggiori paesi dell’Unione Europea a partire dal 1992, anno della ratifica di Maastricht e, soprattutto, uno studio approfondito di natura giuslavorista delle principali novità intervenute, sia in ambito comunitario sia a livello nazionale, in materia di politiche del lavoro. Rispetto a quest’ultimo punto, ritengo che gli scritti di Gianfranco Ciabatti siano utilissimi al fine di avere un quadro “genealogico” della posta in gioco [invero vecchia quanto il modo di produzione capitalistico], anche se negli ultimi mesi sono intervenute novità importantissime, quali i Patti del lavoro italiani e tedeschi.
C) È dunque un crossover di ricerca, o meglio di abbozzo di ricerca, tale per cui presenta tutti i difetti e le deficienze di lavori di siffatta portata.

La “scuola bolognese” del neocorporativismo

La base dell’articolo è il saggio Il federalismo preso sul serio: una pro¬posta di riforma per l’Italia, scritto a più mani da vari docenti universitari coordinati dall’Assessore agli Affari Costituzionali della Regione Emilia-Romagna Luigi Mariucci, con la prefazione dell’ex Presidente della Giunta regionale emiliano-romagnola Pier Luigi Bersani, neo ministro dell’Industria del governo Prodi . Il saggio è frutto di una commissione di consulenza legislativa, voluta dal medesimo Bersani nel 1995 e, nelle parole del ministro, è “l’approdo dell’esperienza emiliano-romagnola in tema di riforma federalista dello Stato” .
L’intento degli autori è la definizione di una linea programmatica, di na¬tura costituzionale, che faccia da sfondo ad una riforma strutturale dello stato italiano in chiave federalista, avente come cardine tre strutture portanti:
– il principio di sussidiarietà;
– il principio di responsabilità;
– il perseguimento di politiche di bilancio, a livello federale e locale, vol¬te alla razionalizzazione delle entrate e delle uscite erariali e alla ristrutturazio¬ne dell’organizzazione e del personale, sia a livello centrale sia a livello locale.
Il fine, come esplicitamente dichiarato nel saggio, è “la riforma fiscale in chiave federalista, come stru-mento di contenimento della spesa pubblica e, in ultima istanza, come via maestra per far fronte al pro-blema della gestione del debito pubblico”.
Il modello a cui fanno riferimento, sia nei principi sia nella sostanza, è la Grundgesetz tedesca del 1949 , meglio nota in Italia come Legge Fondamenta¬le, e sue successive modificazioni (ben 39 dalla costituzione della Repubblica federale tedesca ad oggi, le più note delle quali sono il Trattato di Unificazione del 1990 e la possibilità di azioni militari al di fuori dello spazio Nato del 1991, che modificano, rispettivamente, l’art. 146 e l’art. 24 della Legge Fondamenta¬le). Alla teutonica Grundgesetz fanno riferimento due altri impor-tantissimi studi sulla riforma dello stato italiano: il primo è il saggio curato da M. Degni e G. Iovinella che porta il significativo titolo Federalismo modello Germania , il se¬condo è il lavoro curato da M. Pacini, Scelta federale e unità nazionale per con¬to della Fondazione Agnelli .
Il saggio curato dall’assessore Mariucci ha però, rispetto ai due succitati lavori, un quid che lo differen-zia notevolmente: innanzitutto questo saggio non solo è recentissimo, è stato, infatti, pubblicato nell’aprile del corrente anno, ma ha più possibilità di essere portato avanti perché contiene un humus culturale e poli-tico comune con quello di eminenti personalità politiche che dirigono l’at¬tuale governo . Inoltre, segue per filo e per segno, partendo dalla Grundgesetz, alcuni tratti distintivi di straordinaria importanza ai fini di una comprensione critica del Trattato di Maastricht.
Il primo è il principio di sussidiarietà, vale a dire, cito testualmente, “un principio che richiama un meccanismo di ripartizione dei compiti tra centro e periferia, un criterio che rinvia necessariamente a valu-tazioni condotte in termi¬ni di efficienza dell’intervento, che a loro volta rinviano a valori e a obiettivi poli-tici… [Infine codesto principio] rinvia ad un giudizio di opportunità che non può che svolgersi in relazione ad un complesso di variabili destinate a mutare nel tempo” .
Per meglio chiarire il concetto giuridico è opportuno fare una genealogia storica del medesimo termine.
Il principio di sussidiarietà è inscritto nell’enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, pubblicata nel 1931 (a seguito dei Patti Lateranensi del 1929..), che aveva come principale obiettivo la presenza della Chiesa negli ambiti familiari. Nel nuovo catechismo di Giovanni Paolo II, che riprende la dottrina di Quadra-gesimo Anno alle proposizioni 1883 e 1885, si afferma: “La dottrina della chie¬sa ha elaborato il principio di sussidiarietà. Secondo tale principio una società di ordine superiore non deve interferire nella società di un ordine inferiore, privan¬dola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiu-tarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.(…) Si oppone a tutte le forme di collettivismo. Esso [il principio di sussidiarietà – nda] precisa i limiti dell’intervento dello stato. Mira ad armonizzare i rapporti fra gli individui e le società. Tende ad instaurare un au¬tentico ordine internazionale”. Le proposizioni di Pio XI avevano come fine l’attacco alle idee bol-sceviche, rimandavano ad una visione dello stato tutto in¬centrato nei principi di dirigere, sorvegliare, sti-molare e sostenere e precisava¬no la funzione suppletiva delle organizzazioni cattoliche per la cura degli af-fari di minore importanza, quali la cura della famiglia e l’educazione scolastica. .

Il principio di sussidiarietà e il Trattato di Maastricht

La visione organicista a cui rimanda questo principio, nel 1949, non po¬teva non essere accettata dai co-stituzionalisti tedesco-occidentali che, forti dell’appoggio alleato, desideroso di creare uno stato forte a ri-dosso della cortina di ferro, la elevarono a principio fondante la natura dello stato federale – Bunde¬srepublik -, in particolare nei rapporti tra governo federale e i vari länder, negli artt. 28.2 e 72.2 della Grundgesetz.
A livello comunitario il principio di sussidiarietà debuttò nel 1975, in occasione dell’approvazione del rapporto della Commissione sull’Unione Euro¬pea, fu recepito nell’art. 12.2 del Progetto di trattato sull’Unio¬ne Europea – Pro¬getto Spinelli – del 1984 e, infine, codificato nell’art. 130 R, n. 4 dell’Atto Uni¬co Europeo del 1986, limitatamente al settore ambientale .
Questo concetto giuridico, partorito dal genio corporativo di uno specia¬lista giuridico della Curia roma-na alla fine degli anni ‘20, giunge ai nostri giorni elevandosi a principio basilare, a elemento epistemologi-co, di natura giurispru¬denziale, del Trattato di Maastricht, il cui Art 3B, comma II afferma: “Nei set¬tori che non sono di sua competenza la Comunità interviene, secondo il princi¬pio di sussidiarietà, soltanto se e nel-la misura in cui gli obiettivi dell’azione pre¬vista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e posso¬no dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realiz-zati meglio a livello comunitario” .
Nel Trattato di Maastricht questo principio assume un aspetto primario e strategico, ai fini dell’istituzio¬nalizzazione neocorporativa dell’Unione Euro¬pea, per due motivi fondamentali:
– il primo è dato dal fatto che introduce un criterio flessibile di assegna¬zione dell’esercizio di funzioni e materie, giacché fa perno a valutazioni di volta in volte a discrezione degli organi esecutivi comunitari, vi-sto che il parlamento europeo non ha, almeno finora, che scarsi poteri. Ciò significa che la Commis¬sione può avocare a sé l’esecuzione, la gestione, e il controllo di qualsiasi mate¬ria di natura economica o sociale, senza aver nessuna legittimazione e nessuna rappresentanza politica. Certo, si dirà, ciò succede già da un bel pezzo. La novi¬tà assoluta è che, se l’Uem verrà attuato nel 1998 e se nel 1999 si arriverà all’U¬nione po-litica e monetaria, la Commissione di Bruxelles, lèggi Grossdeut¬schland, potrà legiferare su tutte le que-stione, senza dover passare dal filtro co¬stituito dai vari governi nazionali, i quali rispondono ancora, tutto sommato, in sede elettorale, delle decisioni prese.
L’unica valutazione che legittimerà l’azione sarà legata a “superiori inte¬ressi comunitari” .
A questo punto ci si chiede: gli stimoli di azione e di rappresentanza da chi verranno, visto che il Par-lamento di Strasburgo ha ben pochi poteri e i vari Parlamenti e governi nazionali verranno espropriati, a partire dal 1999, di gran parte dei loro poteri?
Si arriva al secondo punto.
Il fatto è che la storia della Cee prima e dell’Ue dopo è caratterizzata da un’azione pubblica, di natura economica, volta a creare condizioni favorevoli alla creazione di un solido mercato di beni e capitali per le multinazionali conti¬nentali a guida tedesca.
Una volta realizzata l’Uem e l’Unione Politica, gli unici soggetti che verranno interessati ad un sistema di mediazione degli interessi, il cosiddetto principio di distribuzione, saranno le associazioni di categoria, gli enti di settore e le parti sociali. Il tutto corroborato da una filosofia che scavalca qualsiasi ipotesi demo-cratico-bor¬ghese [parlamentarista per intenderci], il cui pilastro è il conse¬guimento del consenso da parte di tutti i soggetti interessati. Saranno questi sog¬getti a rappresentare i “superiori interessi comunitari”, pur nell’ambito di un scontro, “minimo” in confronto al conflitto dei tre poli mondiali, costituiti dall’area Nafta-Mercosur a gui¬da Usa, dall’area Apec a guida nipponica e dall’area Ue a guida tedesca, tra le varie imprese europee. È la ormai ripetuta e stanca questione della divisione internazionale del lavoro, che, all’interno del¬l’Ue, può essere descritta attraverso una stratificazione a tre stadi:
– livello comunitario: m&a (fusioni e acquisizioni) e centralizzazione dei settori industriali, del credito e delle assicurazioni di maggior profittabilità, con conseguente privatizzazione di tutti i monopoli naturali e di pubblica utilità ; espulsione della forza lavoro eccedente;
– livello nazionale: balcanizzazione del mercato del lavoro, con costitu¬zione di esercito industriale di ri-serva a macchia di leopardo e per zone specifi¬che di aree metropolitane;
– concorrenza tra le varie regioni comunitarie per accaparrarsi Ide, fondi strutturali ecc., il tutto all’insegna della maggiore flessibilizzazione della forza-lavoro, a tutti i livelli .
Le linee guida, secondo il principio di sussidiarietà, verranno stabilite dalle potenze maggiori dell’Unio-ne, vale a dire l’asse Berlino-Parigi , che vigi¬lerà e controllerà, secondo il sogno di Pio XI, sull’operato dei centri di gestio¬ne, federale nazionale e locale, in termini di razionalizzazione e riorganizzazio¬ne degli appa-rati pubblici, privatizzazione e trasformazione di essi in agenzie statali, federali e locali che abbiano scopi di regolazione . Queste ultime base¬ranno il loro operato in base a criteri di responsabilizzazione delle funzio-ni, a tutti i livelli .

Il federalismo fiscale in Italia

Questa lunga trattazione del principio di sussidiarietà, necessaria al fine di chiarire bene la faccenda, ci consente di poter ritornare al progetto di federa¬lismo fiscale approntato da diversi giuristi, coordinati dall’assessore Mariucci.
Come già accennato, il modello tedesco, o meglio il modello neocorpo¬rativo, verrebbe perseguito attra-verso una radicale modificazione degli assetti di potere e di organizzazione degli apparati pubblici che, se venissero attuati, inne¬scherebbero delle modifiche sostanziali sia sul piano formale – modifica della forma di stato e di governo – sia, soprattutto, sull’inasprimento del divario nord-sud e sulla costituzione di un massiccio bacino di licenziati, già apparte¬nenti alla piccola e media borghesia in città come Roma ed altre aree metropoli¬tane nel ramo della pubblica amministrazione.
Gli autori del progetto sono molto schietti nel ritenere che “… tale propo¬sta, nel disegnare uno scenario orientato alla trasformazione dell’Italia in una democrazia a struttura federale, da realizzare attraverso una organica riforma costituzionale, definisce una prospettiva e propone un metodo a partire dall’in-dividuazione del problema di fondo: la riforma dell’amministrazione e della bu¬rocrazia pubblica. Molte cose possono esser fatte in direzione del federalismo: in primis lo smantellare i vincoli asfissianti stabiliti da leg-gi statali e contratti nazionali rispetto alla gestione degli apparati e del personale da parte delle re¬gioni e degli enti locali e l’avvio di concrete misure di federalismo fiscale”.
Vediamo in specifico le proposte dei giuristi di area ulivastra:
Proposta di riforma federalista
Parlamento: istituzione di un Senato federale. I membri sono nominati dagli esecutivi regionali, sul modello della Bundesrat, che li nominano o li revocano .
Governo: alle entità regionali spetta l’esecuzione amministrativa non so¬lo delle proprie leggi, ma anche di quelle federali .
Potere giudiziario: tre ordini di giudici, i due primi radicati nelle regioni, quello superiore, giudice di re-visione di diritto, radicato nella Federazione. Alle regioni spetta l’organizzazione e la gestione dei Tar di primo e secondo grado.
Corte dei Conti: indipendente dal governo federale e dalle regioni. L’e¬sempio da imitare è la Corte fi-nanziaria federale, Bundesfinanzhof, i cui membri sono designati da un organo misto composto dai ministri competenti dei Länder e da un eguale numero di membri eletti dalla Camera elettiva.
Amministrazione: esternalizzazione a terzi o, in alternativa, messa in comune (a fini di economia di scala) con altre pubbliche amministrazioni, di tutti i servizi o attività di supporto non necessariamente connessi all’esercizio di funzioni pubbliche (sistemi informativi, apparati tecnici) ;
– utilizzazioni di reti telematiche e conseguente ridefinizione degli organici;
– riserva di amministrazione, vale a dire attribuzione esclusiva agli ese¬cutivi della funzione organizzati-va e delle norme riguardanti l’organizzazione degli apparati.
Parastato: le vie possibili sono o la trasformazione nelle amministrazio¬ni, ossia Agenzie con clausole di automatico dissolvimento trascorso un periodo determinato di tempo, oppure la loro drastica riduzione me-diante fusioni, incor¬porazioni e soppressioni secondo i criteri della legge 537/1993 .
– Superamento degli uffici periferici del governo centrale e del prefetto: resta, e va valorizzata, con fun-zioni di cerniera tra sistema regionale e residua amministrazione ministeriale, la figura del commissario fe-derale.
– Opportunità di rivedere i confini regionali.
Finanza, fisco, Bilancio.
Iva: come da proposta della Fondazione Agnelli , si prevede una regio¬nalizzazione dell’Iva, con una quota parte del gettito attribuito alla regioni, in¬vece di essere destinato alla stato e successivamente alla Cee. La quota parte andrà in un fondo di prerequazione finanziaria tra le regioni. Inoltre, “l’imposta sul valore aggiunto, con introiti calcolabili intorno a 100 mila miliardi, servirà ad attuare quella solidarietà fi-nanziaria che potrà essere efficacemente attuata solo se tutte le regioni si assumeranno la responsabilità dei sacrifici fiscali ri¬chiesti ai contribuenti locali ed attuati con l’ampia autonomia che viene loro attribuita” .
Irpef: verrebbe attribuito completamente alle regioni il gettito dell’im¬posizione sostitutiva, la quale opera nei settori dei redditi da capitale e dei red¬diti d’impresa.
Imposta sul reddito delle società: assegnazione di un maggior reddito al¬le regioni nelle quali è più in-tensa la concentrazione delle sedi societarie (cda).
Tributi alle regioni: autonomia normativa che va loro assicurata nel re¬golare i tributi; nell’ambito terri-toriale le regioni possono regolare con grande autonomia gli elementi costituitivi, superando i limiti che attualmente vengono posti dalla riserva di legge nazionale.
Il principio di beneficio è alla base del sistema impositivo regionale e si basa sullo stabilire un diretto collegamento tra i servizi locali erogati e il loro costo per la collettività.
Bilancio: a garanzia di una gestione rigorosa la legge finanziaria dovrà prevedere l’entità del disavanzo delle Regioni, precostituendo un vincolo inde¬rogabile rispetto alla successiva redazione di bilancio. La re-sponsabilità regio¬nale in materia finanziaria viene poi completata da un vigoroso vincolo per la copertura delle leggi di spesa.
Se l’autonomia richiede una piena responsabilità finanziaria, questa può essere assunta solo con l’auto-nomia normativa, amministrativa e tributaria. Le scelte per rispettare l’equilibrio di bilancio (al livello tan-to della Federazione che delle regioni) vengono assunte dal legislativo nella fase di previsione e dall’esecutivo nella fase di gestione.
Queste, a grandi linee, le proposte pidiessine della riforma dello stato e del governo italiano. Si è potuto constatare la centralità che hanno tre concetti:
– autonomia impositiva;
– razionalizzazione degli apparati pubblici attraverso dismissioni ed eco¬nomie di scala;
– trasformazione degli organi pubblici in enti di regolazione economica a livello settoriale .

Linee di convergenza del nuovo comando sul lavoro

A seguito dell’introduzione di queste modalità di governo e di gestione della (fu) cosa pubblica in Italia, prettamente in linea con il Trattato di Maa¬stricht, ritengo che sia possibile fare un confronto tra l’esperienza tedesca della Treuhandstalt e la questione delle privatizzazione degli enti municipali e, so-prattutto, dei grandi monopoli naturali a gestione pubblica quali la Stet e l’Eni. Il fine è lanciare un’ipotesi, di natura comparativa, riguardante la ricostituzione di un esercito industriale di riserva ad alto valore ag-giunto o, perlomeno, non dequalificato.
Partiamo dalla Germania.
A seguito dell’unificazione-annessione dei territori orientali, il governo Kohl costituì un’agenzia, la Treu¬handstalt per l’appunto, che sovraintendesse alla privatizzazione dell’intero settore industriale e alla riorganizzazione degli apparati pubblici dei 5 Länder dell’est, vale a dire scuola, sanità, trasporti, energia, miniere ecc.
Tra privato e pubblico si trattava di circa 14 mila imprese.
Tra il 1991 e il 1993 la Treuhandstalt ha privatizzato 12.800 imprese, il cui valore è stimabile a circa 580 mila miliardi di lire. Per renderle vendibili tale imprese ha speso circa 300 mml.
Quest’enorme operazione di lifting del capitale tedesco coinvolse circa 2 milioni di lavoratori dell’ex Ddr, la maggior parte dei quali furono sottoposti ad un umiliante obbligo di riqualificazione professionale, per poi essere riammessi nel mondo del lavoro con queste caratteristiche contrattuali: decurtazioni sala¬riali, turni notturni, fiscalizzazione degli oneri sociali, aumento dell’età lavorati¬va per i contratti di formazione professionale, lavori interinali .
Sono dell’idea che l’esperienza messa a frutto dall’ente Treuhandstalt sia stata ripresa in Italia con tutte le logiche differenze qualitative e quantitative. Queste ultime rimandano alla storia della borghesia di stato italiana, poco pro¬pensa a vedersi sottratto un immenso potere da parte della borghesia legata alle grandi centrali finanziarie e industriali europee .
Il personaggio chiave di quest’armonizzazione europea (lèggi tedesca), al fine di una ricostituzione dell’esercito industriale di riserva, è il dott. Giulia¬no Amato. Nel 1992, con il suo governo, si accelerano le privatizzazioni nel set¬tore bancario: le operazioni di dismissione di Comit e Credit sono le più famose .
Nell’agosto del 1992, in piena bufera monetaria e poco dopo l’intesa neocorporativa di luglio, si opera una trasformazione ex lege in Spa dell’Iri, Eni, Enel, Imi, Bnl e Ina. Nel dicembre dello stesso anno si sop-prime l’Efim. Segui¬ranno, negli anni successivi, la trasformazione in ente economico autonomo del¬le Po-ste, dell’Anas e dell’Aima, l’istituzione delle Agenzie di regolazione e la divisione degli Enti-Fondazioni bancarie (istituite con il Dl 218/1990, che tra¬sformava gli enti pubblici creditizi in Spa) dalla gestione ban-caria degli istituti pubblici (Direttiva del Ministero del Tesoro 18.11.1994). Agli Enti-Fondazioni si attri-buiscono ruoli e funzioni di erogazione di risorse a scopi di assistenza e beneficenza nel settore no-profit, altrimenti detto “terzo settore” .
Tra la fine del 1995 e gli inizi del 1996 si accelerano le procedure per le dismissioni di azioni e proprietà immobiliari della Stet, dell’Eni e dell’Enel, ol¬tre che di tantissimi enti municipalizzati in tutt’Italia. I ri-sultati sono di là a ve¬nire, ma è certo che provocheranno una forte ristrutturazione degli impianti e degli organici di una moltitudine di imprese, il cui numero di occupati, purtrop¬po, non è stato ancora quantifi-cato. Se a ciò si aggiunge lo smantellamento delle pubbliche amministrazioni, così come auspicano gli au-tori del saggio Il Federa¬lismo preso sul serio, ci si può rendere conto del tipo di ristrutturazioni che sono in corso al fine di entrare nella Ue secondo i dettami di Maastricht.
Detto processo coinvolge circa 2 milioni di lavoratori, cifra che ricorda l’immane operazione di allegge-rimento condotta dalla Treuhandstalt nei territo¬ri orientali dal 1991 e tuttora in corso.
Ciò ha condotto ai nuovi accordi neocorporativi stipulati dal governo Kohl con le parti sociali, nel do-cumento del 23 gennaio 1996, denominato Al¬leanza per il lavoro e la competitività del sistema produttivo.
Il 24 settembre 1996 segue in Italia il nuovo Patto del lavoro siglato dal governo Prodi, ovviamente as-sieme alle parti sociali giacché “così si fa in Ger¬mania e in Italia, dove c’è bisogno di costruire il consen-so”..
È qui la festa!